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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Religione e omosessualità -
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Ipocralismi
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Laicità e diritto naturale,
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Né bio né equo
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Pannella e la morte
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 agosto 2008

Una batracomiomachia cristologica

Come accadde ai tempi del polverone sollevato dalle vignette danesi su Maometto – ma senza alcun contorno di tumulti e violenze, occorre precisare – ancora una volta una lesa sensibilità di gruppo pretende di violare una basilare norma di diritto naturale. Ovvero: casa mia la arredo come mi pare e ci entra chi voglio io.
Mi rincresce aderire a un’iniziativa lanciata da Malvino, ma pazienza: anche agli orologi rotti, due volte al giorno, capita di segnare l’ora esatta. Succede che il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano esponga l’obbrobrioso sgorbio che potete “ammirare” dabbasso. Il Papa non gradisce l’ardire, sicché ha esercitato pressioni censorie sul presidente della giunta regionale trentina. La scultura in questione è brutta? È bella? Non importa; vigente il regime di privativa, diventa superfluo ricorrere al corrivo motteggiare del benpensante medio, manco a dirlo infarcito di giaculatorie tipo “non è bello ciò ch’è bello, è bello ciò che piace” oppure “l’arte punta esclusivamente a suscitare una reazione”, come se le preferenze soggettive dovessero far capo a chissà quali motivazioni “razionali”. Si potrebbe obiettare che l’istituzione bolzanina gode del partenariato del suo ente provinciale, e quindi è semipubblica, ma così facendo, data la prelazione di cui gode il Vaticano sull’otto per mille inoptato, si rischierebbe di evocare la nota immagine evangelica della pagliuzza e della trave.
Il punto, nel nostro caso, è che nessuno può disporre o ingerirsi di quel che non gli appartiene, pena il venire meno delle basi logiche su cui poggia la libera convivenza. Del resto, il grande pubblico può accedere anche ai porno gay, al Black Metal, a blog e siti web che inneggiano alla blasfemia più estrema: tutti cascami mediatici che senz’altro feriscono “il senso religioso” dei molti fedeli devoti “all’amore di Dio”. Dando corso per legge all’autodisciplina imposta dalla morale (a maggior ragione se confessionale) ci si incammina sul sentiero dei restrizionismi contrapposti. Lo zelota laicista che denuncia il parroco per truffa poiché sospetta che la transustanziazione sia una messinscena, a ben guardare, è solo l’inevitabile contrappunto dialettico dell’invadenza clericale.
La Chiesa, avvezza all’opportunismo concordatario (retaggio storicamente giustificato ma moralmente deprecabile), finge di ignorare che il politicismo è la morte dell’autentico sentimento religioso. Io, per il nulla che conta, preferisco lasciare più libertà possibile al mio prossimo: libertà di fruizione, sicuramente, ma anche libertà di critica e di boicottaggio.
Ciò detto, vogliate apprezzare quest’opera tanto controversa. Consiglio di visionarla lontano dai pasti:





4 aprile 2008

Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo

di Paolo Zanotto
Rubbettino/Leonardo Facco, 286 pp., € 10,00

“Ogni muta attività può ricoprire
l’intuizione dell’essere”
Elémire Zolla

Tempo fa scrivevo che le “divergenze parallele” tra liberali e libertari sono il riflesso della spaccatura gnoseologica tra protestantesimo e cattolicesimo nel ristretto ambito della dottrina individualista. Il senese Paolo Zanotto, esperto di pensiero libertario statunitense ed europeo, proprio al tema delle ripercussioni socio-economiche delle differenti sensibilità teologiche tra cristiani riformati e non dedica il presente saggio. [continua su Movimento Arancione]




16 gennaio 2008

Papa e Sapienza, Fede e Ragione

L’estrapolazione tendenziosa di frammenti documentali, nel caso di papa Benedetto XVI, è assurta a strumento principe della campagna di discredito intellettuale che, presso aree culturali ben precise, Joseph Ratzinger ha suscitato fin dalla sua elezione al soglio petrino. La sintesi brutale di prolusioni molto articolate, con relativo spin mediatico, ha messo la vittima designata nella posizione di dover scegliere tra due alternative parimenti sfavorevoli: accettare il contraddittorio nei termini definiti dai detrattori del momento – ponendosi di volta in volta come avvocato della “superstizione religiosa” (quando a chiamarlo in causa sono i laici) o del primato cristiano cattolico (laddove sorgono problemi di dialogo interreligioso) – oppure farsi da parte – prestando il fianco all’accusa (fondata, come dirò nel seguito) di vittimismo.
Prendi il polverone sollevato dalla lectio di Ratisbona. In quell’occasione la stampa affibbiò al pontefice il poco ecumenico pensiero del Paleologo – che riassumo sbrigativamente a mia volta: nell’Islam ci fu del buono e del nuovo, ma il buono non era nuovo e il nuovo non era buono, ovvero: molti cristiani sono malvagi nonostante il Vangelo e molti musulmani sono buoni nonostante il Corano – senza fornire ad esso il corredo argomentativo del caso. Cioè che da un punto di vista razionale si ha gioco facile a mettere con le spalle al muro un Dio come quello islamico, così arcigno e monista, in base alla banale constatazione che “al di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui” (Messori). Detto altrimenti: il Dio amato e pregato per fede non esclude il Dio necessario postulato razionale, e viceversa, purché le sue “credenziali” forniscano un riferimento coerente sotto entrambi quegli aspetti.
Nella controversia sorta in vista della visita papale all’inaugurazione accademica della Sapienza si rimescolano, su un piano più strettamente epistemologico, analoghi ingredienti teoretici. In uno scritto pubblicato nel 1992, l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio esaminava “la crisi della fede nella scienza” rifacendosi alle considerazioni di due filosofi come Bloch (marxista) e Feyerabend (anarchico). Il primo, da buon materialista dialettico, vede negli assetti e nelle brame di potere l’unico motore dei processi storici, per cui legge il caso Galileo alla luce di questa assunzione ideologica. Il secondo, invece, critica le tesi dell’astronomo pisano partendo da premesse di tipo relativista-idealista. Quindi, in buona sostanza, prende le distanze dal cosiddetto “scientismo”, ossia della dottrina che considera la scienza l’officina permanente della verità. Chiosa il futuro papa: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica”.
Ciò significa che il rapporto tra fede e ragione si può intendere come l’appartenenza di una ragione ristretta, analitica e computazionale, al più ampio insieme della ragione estesa, nel cui ambito l’intuizione e la fiducia sono meccanismi gnoseologici imprescindibili. Negare che le facoltà intellettive si possano segmentare e classificare secondo scopi indipendenti dalla Grazia (come fa l’Islam) equivale a sovrapporre in toto immanenza e trascendenza ma, per converso, assolutizzare la razionalità “geometrica” (alla maniera di certi laiconi) mette in campo tronfi riduzionismi come appunto lo scientismo e il relativismo (caso da manuale di opposti simpatetici) e scade nella mediocre metafisica utilitarista delle “leggi storiche” (di cui la caduta tendenziale del saggio di profitto o il ristagno secolare sono solo i due esempi più eclatanti).
Detto tutto questo, Benedetto XVI dovrebbe avere il coraggio di affrontare e di rettificare i dibattiti di massa sollevati dalla sua parola. Si possono comprendere le preoccupazioni della Santa Sede in merito alle sorti dei cristiani in terra ostile, che aiutano a spiegare l’atteggiamento rinunciatario della diplomazia vaticana in circostanze come quelle post-Regensburg, ma la defezione papale di cui si è avuta notizia ieri è un gesto effettivamente ambiguo ed equivocabile.
Ambiguo perché il pontefice, nella sua veste di autorità intellettuale, dovrebbe rispondere alle contestazioni specifiche con i dovuti rilievi: nel caso di Galileo Galilei, Ratzinger parli di etica. Al di là del giudizio di “laicità” per il cardinale Bellarmino, che giustamente invitava l’inquisito a difendere una tesi e non a proclamare una verità inconfutabile, il papa dica cioè se il relativismo storico (con cui si “contestualizzano” gli avvenimenti del passato) può fare il paio con il relativismo etico. Vogliamo giustificare l’irrogazione dell’abiura a Galileo e, sulla stessa falsariga, i crimini dell’Inquisizione e la cacciata degli ebrei dalla Spagna solo sotto il profilo contestuale o anche sotto quello morale? Nel secondo caso, inciamperemmo in uno storicismo etico madornale, per l’istituzione che tanto si spende in difesa del “fatto” morale, della permanenza del Bene.
Equivocabile in ragione del messaggio che rischia di far passare, vale a dire che far cagnara paga. Con una struttura come quella ecclesiastica alle sue spalle, B16 è in grado di far fronte a simili contrattempi in modo tutto sommato agevole, per non dire vantaggioso. Ma che fine faranno, se bastano le proteste dei facinorosi organizzati, le iniziative di sensibilizzazione assunte dalle associazioni di tendenza indipendenti come movimenti d’opinione e similari? Gli incontri con autori scomodi patrocinati dai Comuni, le conferenze con invitati ingombranti nelle università (oltre che ai papi, capitano in sorte anche ad ambasciatori israeliani o a studiosi controcorrente)...basta un po’ di chiasso e salta tutto per “ragioni di opportunità”?
Chiudo con una nota di biasimo per il maldestro rettore della Sapienza. La sua inerzia nel gestire il dissenso degli sparuti collettivi studenteschi di Fisica, con i due mesi di preavviso che la lettera di Marcello Cini gli ha messo a disposizione, è davvero imperdonabile. Trattandosi di una cerimonia di inaugurazione, forse un dibattito con l’uditorio sarebbe stato poco appropriato, ma si sarebbe potuta organizzare una tavola rotonda in separata sede, magari poco dopo il termine dell’evento. No?




4 dicembre 2006

Nativity

Alcune storie di successo accusano una specie di “effetto Pinocchio”. Tanto prolungata diviene la sedimentazione ai bassi strati dell’immaginario popolare per certe fortunate intuizioni narrative, che la loro fabula – in bilico tra l’assurgere a leggenda e il degradare a luogo comune – rischia di subire lo stigma della prevedibilità o addirittura del semplicismo proprio a causa dell’efficacia delle formule espressive che ha coniato. Il celeberrimo “romanzo di formazione” di Carlo Collodi è forse la quintessenza stessa del suddetto iter culturale: chiunque ne saprebbe raccontare la storia per sommi capi, ma quanti lo hanno mai letto davvero?
Il racconto evangelico, se possibile, costituisce il bacino di ispirazione e di rielaborazione più frequentato di sempre. Sia estraendone limitati spezzoni e ricamandoci sopra ardite speculazioni post-moderniste (si pensi a L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese) che scambiandone con greve strabismo il contenuto per fedele resoconto storiografico (è il caso de La Passione di Cristo di Mel Gibson), il cinematografo vi ha attinto con risultati assai controversi.
Coniugando l’aderenza alle fonti per quanto necessario e il riarrangiamento d’autore per quanto possibile, Catherine Hardwicke riesce nel non facile compito di girare un film sulla Natività fresco ed emozionante. Posto a capo di una trilogia filmica sui (mal)umori giovanili inaugurata con Thirteen e proseguita con Lords of Dogtown, Nativity svecchia le arcinote vicissitudini della Sacra Famiglia guardandole da un’inedita angolatura “adolescenziale” calibrata con grande discrezione. Maria, risoluta nell’affrontare il disprezzo dei genitori e della comunità nazarena per la sua scandalosa gravidanza extra-matrimoniale, e Giuseppe, nel censurare per amore il suo orgoglio coniugale ferito, diventano protagonisti di un faticoso passaggio dalla fanciullezza all’età adulta che, per estensione sineddotica, ricalca la promozione dell’umanità intera avvenuta con la nascita del loro figlio. Come viene sottolineato reiterando a mo' di giaculatoria alcuni passi biblici tratti dal I Libro dei Re, ci si scopre adulti tenendo fede a un mandato impegnativo, percorrendo con tenacia un sentiero del quale non si scorge la fine nonostante le molte avversità che si incontrano lungo il cammino.
La regia segue i contorni di questo motivo portante forzando i testi di riferimento con la dovuta indipendenza creativa (in sogno, Giuseppe appare in procinto di dare il via alla lapidazione della promessa sposa, quando l’arcangelo Gabriele gli si para innanzi e lo blocca), associando rimandi eucaristici a elementi scenici solo apparentemente secondari (le inquadrature di agnelli in braccio ai pastori, oppure il gesto di spezzare e di condividere il pane) e raffigurando solo lo sbocco finale della vicenda in modo facilmente accostabile all’iconografia tradizionale (il presepe vivente raccolto attorno alla mangiatoia avrebbe potuto essere un tripudio di naif, ma si rivela una scelta azzeccatissima).
Una fotografia eclettica nei soggetti ma irreprensibile nella continuità della taratura cromatica (sempre ottimamente desaturata) conosce i suoi momenti migliori quando la macchina da presa si rivolge al cielo. Stellato, abbagliante, gravido di nubi crivellate da fasci di luce: nella rutilante mutevolezza della volta celeste si leggono, nel contempo, la labilità della condizione umana e la comune finalità (escatologica) del creato.
Mentre il viaggio dei Re Magi offre un gradevole sollievo comico all’insieme, il catenaccio tra il flash forward iniziale e la Strage degli Innocenti appesantisce inutilmente l’epilogo del film, costringendolo a risolvere in extremis un residuo di trama che avrebbe potuto essere meglio integrato nel tessuto narrativo. Durante la sequenza conclusiva, peraltro, il kitsch che si era magistralmente sublimato nella grotta di Betlemme e appena sfiorato nella caratterizzazione dell’arcangelo Gabriele (un santone fluorescente a metà tra il sacerdote raeliano e il figurante di Jesus Christ Superstar) viene pericolosamente lambito sulle note di Stille Nacht. Uno screzio che però non guasta assolutamente il buon livello del film – e della colonna sonora, che farà la gioia dei maniaci del coro polifonico.
Toccante e memorabile lo sguardo teneramente verecondo di Keisha Castle-Hughes (Maria).

Sullo stesso film: Alessio Guzzano, Francesco Alò




24 ottobre 2006

Ipotesi su Gesù

di Vittorio Messori
Società Editrice Internazionale, 273 pp., € 15,49

 

ad Alessandro

 

“Al di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui”.

Ipotesi su Gesù, oltre che uno straordinario long seller, è un diario tematico scritto sotto duplice assedio psicologico. Esso, di là dal resoconto intellettuale di una conversione in partibus infidelium, offre infatti al lettore il vivido spaccato di una temperie culturale in cui trionfavano gli stilemi radical/marxisti del soggettivismo e del materialismo dialettico e, di conseguenza, dice molto anche sullo stato d’animo – stretto tra il fervente trasporto emotivo del cristiano rinato e il lucido azzardo del pubblicista controcorrente – nel quale doveva trovarsi uno scrittore intenzionato a sostenere la ragionevolezza dell’«ipotesi di fede» nell’opprimente clima ultra-agnosticheggiante di allora.
Sono passati trent’anni esatti da quando la salesiana SEI pubblicò l’opera prima di Vittorio Messori e, per accarezzare la speranza di riuscire a coinvolgere anche il pubblico extra-cattolico nella sua indagine storica e teologica, quest’ultimo dovette cercare il suggello della cultura ufficiale, segnatamente lasciando spazio ad una prefazione “liberatoria” scritta dal comunista Lucio Lombardo Radice. Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti. Il mondo occidentale ha autonomamente mitigato, sia pur con grande fatica e tra mille battaglie politico-ideologiche, gli eccessi ai quali lo aveva condotto l’etica pubblica disgregatrice e indifferentista affermatasi durante gli anni ’70. Lo “spazio pubblico” – tuttora attentamente monitorato dagli occhiuti guardiani di una laicità interpretata non come dovere dello stato, ma come obbligo del cittadino – è tornato ad essere un luogo abitabile anche per chi di sinistra non è, e ciò si è riflettuto anche sul settore dell’editoria.
Venuto meno il livido isolamento dell’anacoreta che grida nel deserto, il saggio d’esordio di Messori ha potuto valorizzare e divulgare a pieno regime il caratteristico tratteggio documentale del suo contenuto. Il quale, attraverso l’inedita formula dell’inchiesta giornalistica applicata all’«enigma-Gesù», rimane ancora un’inesauribile fonte di argomenti a favore della scommessa sulla contemporanea storicità e divinità del falegname crocifisso a Gerusalemme quasi duemila anni fa. Fino ad imporsi come manuale di conversazione e di meditazione sulla razionalità del trascendente di cifra cristiana.
L’inquadramento della matrice religiosa giudaica si presta a dissodare il terreno di riflessione da cui prende le mosse la disamina messoriana. Caso unico tra le culture antiche, la fede di Israele si appunta su un culto strettamente monoteistico e intravede nell’esistenza del male e dei suoi epifenomeni il segno della tragica autonomia accordatale da un Dio nascosto, che rifiuta di soccorrere i suoi figli prediletti pur di non privarli del libero arbitrio. Non un motore immobile aristotelico o un’originaria struttura anapodittica dell’Essere, concepita per irradiare a ventaglio le molteplici categorie del sensibile; ma nemmeno uno sbadato demiurgo impegnato a disseminare la natura di capricciosi referenti semi-divini, sotto il cui volubile tallone l’uomo debba rassegnarsi a giacere. A dispetto delle scienze antropologiche, che vedono le religioni come sovrastrutture storiche socialmente determinate dalla convenienza politica, gli ebrei hanno fieramente resistito all’influsso esercitato da questi due archetipi diametralmente opposti ma parimenti in auge nella ben più gloriosa – e quindi condizionante – antichità greco-romana e babilonese. Di più: il vettore storico della sapienza profetica che ha gelosamente custodito e tramandato l’attesa del Messia non si basa affatto, come avviene per tutte le altre culture religiose, sulla malcelata esigenza di coesione popolare attorno ad una Rivelazione cinicamente amministrata ad uso e consumo del potere costituito. Come scrive l’autore, in un mondo di magia reazionaria “solo la trasformazione di una fede che rovescia valori e gerarchie umane in un sistema culturale omogeneo a quelli del sistema dominante può tranquillizzare chi detiene il potere”. Nello sviluppo del patrimonio spirituale ebraico non v’è traccia né di convenienza né della lenta evoluzione che l’antropologia comparata richiede per i processi derivati dalla causalità materiale – quali appunto l’approdo al monoteismo. “Come a dare ragione alle sue Scritture sacre – scrive ancora Messori –, che affermano che Israele il suo Dio non se lo è inventato né lo ha scelto: ma è Jahvè che ha scelto il suo popolo e ha rivelato se stesso ai patriarchi, ispirando poi i profeti”.
Le ipotesi di cui al titolo del libro sono essenzialmente tre. La prima è l’ipotesi critica, che ammette l’esistenza storica del personaggio Gesù senza però riconoscere alla sua figura alcun attributo sovrannaturale. La seconda – l’ipotesi mitica – è speculare alla prima. Secondo questa versione, all’origine del cristianesimo non c’è un uomo: c’è invece la leggenda, antichissima e preesistente, di un dio che si incarna, muore e risorge per la salvezza degli uomini. La terza, l’unica “affermativa”, è l’ipotesi di fede. Non credulità superstiziosa, ma fiducia negli orizzonti cognitivi di una ragione aperta.
Stando all’ipotesi critica, dunque, Gesù non sarebbe altro che un uomo progressivamente divinizzato. Ma questa lettura, che parte dal presupposto di dover filtrare il racconto evangelico separando il grano storico dal loglio fantasy, è viziata da un cortocircuito logico congenito. “Se (come si dichiara preventivamente per mettere fuori gioco l’ipotesi di fede) non c’è nulla che permetta di ricostruire come siano andate davvero le cose, qual è il campione, il metro di giudizio, per dare o togliere a un episodio, a una frase, la patente di attendibilità?”, si domanda provocatoriamente l’autore. Senza contare le troppe controindicazioni storiche e religiose su cui questo approccio costringe a sorvolare. Bisognerebbe dimenticare che, in quattromila anni di ebraismo, non solo non si è mai verificato l’inspiegabile e scandaloso processo di divinizzazione operato per Gesù. Ma che non è neppure mai accaduto che qualcuno dei discepoli dei tanti – tantissimi! – altri pretendenti al titolo di Messia comparsi in concomitanza con la “pienezza dei tempi”, abbia pensato di equiparare, anche solo in parte, anche solo per un momento, il suo Cristo a Jahvè. Bisognerebbe altresì dimenticare che, nel culto per Gesù, un gruppetto di ebrei ha superato persino l’idolatria dei pagani – verso cui gli israeliti provavano scandalo e repulsione, nella sua frenetica improvvisazione di fantasiose deificazioni. “Questi ebrei avrebbero immaginato ciò che neppure il più fanatico adulatore dell’imperatore arrivò mai a dire. Che cioè questo Gesù era Dio «ancor prima della nascita»”. Bisognerebbe infine dimenticare che, anche ammesso l’inammissibile, molti ebrei dell’epoca hanno accettato l’immondo rituale ben riassumibile nell’esortazione eucaristica «Bevete il mio sangue», laddove tra i tabù più rigidi dell’ebraismo di sempre c’è proprio quello dell’assoluta “astinenza dal sangue”. È ingenuo ritenere che una dozzina di invasati abbiano davvero potuto trafugare il cadavere del loro defunto santone e poi, nella massima tranquillità, si siano messi a gridare “Resurrexit, resurrexit!” facendo facile proselitismo in un luogo ostile come la Palestina di duemila anni fa.
Ciononostante, tanti ebrei e tanti pagani hanno creduto in un kérygma (annuncio di fede) già interamente plasmato nelle sue linee dottrinali fondamentali non più tardi del 57 d.C. – come si evince dalla datazione scientifica della prima lettera di Paolo ai Corinti. Per cui, sostenere allo stesso tempo che si dimostrarono creduloni sia gli ebrei, dando troppo credito ai vaticini messianici contenuti nelle loro Scritture, sia i primi cristiani di origine pagana, che avrebbero letto senza il dovuto background culturale le profezie dell’Antico Testamento, non fa che esporre la critica ad ulteriori contraddizioni in termini.
Ruota proprio attorno alla repentinità del kérygma l’affondo di Messori contro l’ipotesi mitica. Specularmene al suo contraltare critico, essa afferma che Gesù è un dio progressivamente umanizzato. Dei due ingredienti, storico e fantasy, abilmente amalgamati da un team creativo di astuti evangelisti, in pratica rimarrebbe valido solo il secondo. Eppure, fa notare Messori, “con l’aiuto dei quattro piccoli libretti, che sarebbero stati elaborati chissà dove e chissà quando da chissà chi, è possibile ricostruire buona parte del quadro botanico dell’antica Palestina. Comprese alcune specie ormai estinte in quei luoghi. O è possibile disegnare una «mappa del rilievo» d’Israele: da Gerusalemme a Gerico si scende (Luca 10,30), a Gerusalemme si sale (Luca 19,28), da Nazareth a Cafarnao si scende (Luca 4,31)”. Il celebre orientalista inglese sir Rawlinson ebbe poi a rilevare che “Il cristianesimo si distingue dalle altre religioni del mondo proprio per il suo carattere storico. Le religioni di Grecia e Roma, di Egitto, India, Persia, dell’Oriente in generale, furono sistemi speculativi che non cercarono neppure di darsi una base storica. Proprio al contrario del cristianesimo”; considerazioni che fanno il paio con la peculiarità (meta)storica dell’«attesa messianica» giudaico-cristiana. Budda, Confucio, Lao-Tse, Maometto: tutti i capostipiti delle grandi tradizioni religiose sono storicamente dei parvenue – compaiono, cioè, senza che la sapienza profetica antecedente li annunci. La contemporanea applicazione di questi due criteri di distinzione rende l’unicità del giudeo-cristianesimo semplicemente inconfutabile.
È un ben singolare “mito” quello che colloca il compimento di un’attesa plurimillenaria in una cornice storica tanto rigorosa, ma non solo. Riesce antropologicamente difficile avvalorare in massa, dall’oggi al domani, un corpus mitologico a tal punto privo di risvolti dottrinali “politicamente spendibili” e, parimenti, ricco di particolari tanto scomodi per i suoi apostoli della prima ora. I moduli costitutivi ricorrenti nei miti fondanti sono la vaghezza nella datazione dei fatti e la pomposa glorificazione dei loro protagonisti. Gesù, invece, fu un falegname analfabeta, gracile ed esteticamente certo non all’altezza della pia iconografia che lo ha ritratto nei secoli successivi. Questo curioso Messia, per di più, viveva attorniato da ex-puttane (passate alla storia come le “pie donne”) che contribuivano a mantenere il rabbi con i proventi della loro – ormai cessata – attività. Gli altri compagni di viaggio del Cristo vivente, giusto per insistere sulle cattive frequentazioni del figlio di Dio, furono dodici apostoli capeggiati da un umile pescatore, talmente stolido da doversi far ripetere la stessa cosa tre volte prima di iniziare a capirla e talmente codardo da rinnegare il suo Maestro non davanti allo stringente interrogatorio del tribunale supremo di Israele ma, somma vergogna, davanti a un gruppo di servi che si scaldano nella notte attorno al fuoco. Dice: se quello era il capo, figuriamoci gli altri.
Perché una cronaca tanto scevra di apologetica, per descrivere gli avvenimenti cruciali della leggenda all’origine di una Rivelazione a carattere puramente strumentale? Perché indugiare su particolari tanto miserabili? “Comunque si rivolti la questione, resta confermata come più attendibile l’ipotesi che la predicazione che ha poi portato ai vangeli fosse costretta a riferire anche gli episodi meno edificanti. Costretta, cioè, dal fatto che annunciava avvenimenti accaduti di recente in un ambiente ostile, pieno di gente pronta a smentire se ci si fosse allontanati da una cronaca esatta degli avvenimenti”, è la risposta di Messori.
Dal canto suo l’ipotesi di fede accetta che lo scetticismo, sistema immunitario di ogni consolidato complesso di convincimenti, scenda a patti con un annuncio che sconvolge le aspettative riposte dall’uomo in un messianesimo regale. Non più un minaccioso codice comportamentale settario e carico di prescrizioni igienico-alimentari, ma un’etica secolare di santificazione dell’umano errare, che non esclude affatto di spedire all’inferno i dottori della Legge e in paradiso gli esattori del fisco e le prostitute. Non una razionalità chiusa, che decreta a priori l’impossibilità del prodigio, ma una ragione libera dalla gabbia degli schemi precostituiti e fiduciosa nella propria capacità di confrontarsi con l’ancora ignoto.
Soprattutto, la fede del cristiano deve fare i conti con la consapevolezza di non disporre di alcun appiglio ultimativo per tracciare una gerarchia tra le filosofie, le diverse scale di valori che la ragione ha costruito per misurarsi col mondo. Quindi di non poter mai millantare la benedizione del divino nella tentazione – umana, molto umana – di sfruttare la religione per produrre un livello “più alto” di umanità. Perché un progetto del genere implica un radicale disprezzo dell’uomo: è il retroterra ideologico di ogni dispotismo che fondi la sua legittimità sull’indimostrabile investitura teocratica di un potere referenziato nell’aldilà – il potere che, così spesso, ha preteso e ottenuto che in suo onore, assieme al crocifisso, si levasse il grido “In hoc signo vinces!”. È precisamente in nome della Giustizia (sociale) che l’archetipo del Sommo Sacerdote promuove la condanna a morte di Cristo: egli deve soccombere perché ha proposto la Grazia, che non è operativa, non è efficace, è un potenziale non attualizzabile. Invece di impadronirsi della libertà umana, Gesù rende la sua al Padre, opprimendo col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo. Abbracciare l’ipotesi di fede può voler dire soffrire l’ingiustizia terrena, senza una terrena redenzione, senza la sanzione, la ratifica della Verità. Il welfare, la giustizia, sono queste le certezze dei “liberi pensatori” di ogni epoca. Punti fissi che promettono di sollevare l’Uomo dal peso di dovere scegliere, di liberarlo dalla stessa libertà. Il Sommo Sacerdote non ha dubbi: conviene sacrificare la libertà al bene.
Dovendo trovare dei motivi di rimprovero nei confronti di Ipotesi su Gesù, si potrebbe recriminare giusto su un paio di aspetti. Uno, presente già nella prima stesura del libro, riguarda un vecchio viziaccio di Vittorio Messori. Vale a dire la provocatoria supponenza con cui lo scrittore di Sassuolo è abituato a far saltare la mosca al naso agli ebrei sul tema del messianesimo. Non serve, a mio avviso, insistere su un presunto isterilimento della fecondità spirituale dell’ebraismo in seguito al “compimento di tutti i segni”, per mettere in luce la pienezza religiosa del cristianesimo. Il popolo d’Israele, perseverando nell’attesa della venuta del Messia, ribadisce infatti di quale tormentata e sanguinosa passione sia fatta un’incrollabile speranza di redenzione e remissione dei peccati. Nella pena sopportata dagli ebrei sul piano collettivo riecheggia, a severo monito per tutti gli uomini di buona volontà, la stessa profezia di morte e resurrezione vissuta da Gesù su quello individuale. Meglio evitare di inerpicarsi su oziose dispute teologiche, allora, e cercare i molti punti di convergenza che – dalla Nostra Aetate in avanti – uniscono la ricerca teologica cristiana a quella dei fratelli maggiori.
In secondo luogo mi permetto una riflessione critica sul bilancio intellettuale che, con la postfazione aggiunta al libro in occasione del venticinquesimo anniversario della pubblicazione, Vittorio Messori trae con se stesso. Il sessantenne torna con la mente ai giorni in cui, poco sotto i trent’anni, venne folgorato dalla conversione e mise per iscritto un’inchiesta che facesse ordine nella sua tempestosa interiorità di cristiano rinato. In quei momenti – e le fonti bibliografiche da cui Messori pesca a piene mani sono lì a dimostrarlo – prevalse più o meno inconsciamente l’approccio suggerito da due eminenti personalità non cattoliche del passato, Blaise Pascal e Fedor Dostoevskij. Sulle orme di questi giganti, gli unici presenti nella biblioteca di un giovane pubblicista fino ad allora cresciuto a pane e anticlericalismo, l’esordio letterario uscì effettivamente permeato di emozionalità slavofila – forse anche da una punta di cocciuto letteralismo giansenista. L’incendiario sembra scoprirsi pompiere quando, ripensando ai pensieri dettatigli dal radicale rifiuto per il Dio “dei filosofi e dei potenti”, ritiene che forse sia il caso, dopotutto, di spezzare una lancia in favore del casuismo gesuitico, ossia proprio della cifra retorica di quelle “acrobazie dialettiche” che rappresentano il lato più vischioso e respingente del cattolicesimo. Qui si tende a preferire il Messori giovane e appassionato: la fede in Cristo è una ricerca senza progetto, senza sommario, senza telos, come si legge nell’apostolo Giovanni: “Quando finisce la fede vedremo Dio”.

AGGIORNAMENTO - Questo è il primo articolo che pubblico su PigiamaMedia: siete caldamente pregati di votarlo numerosi! Le votazioni si apriranno alle 20.00 di oggi 25/10 e si chiuderanno alle 19.50 di domani 26/10.

AGGIORNAMENTO 2 - Pare che il post abbia vinto la giornata (guardare la HP di Pigiama Media per credere): i 20€ di emolumento mi serviranno a realizzare un mio vecchio sogno. Quindici giorni in Siberia Orientale! :-)

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21 settembre 2006

Tra il Dio incarnato e il Dio incartato

Papa Wojtyla fu indubbiamente un personaggio battagliero e a suo modo rivoluzionario, benché la specificità confessionale del suo apostolato abbia subito un notevole logoramento da sovraesposizione mediatica – specialmente durante l’ultimo lustro dello scorso pontificato – a tutto vantaggio di una percezione vagamente irenista e new age del suo carisma. Ebbene, stante anche la cronaca internazionale dell’ultima settimana, non si può proprio negare che il fascino esercitato dal suo successore sia di gran lunga superiore. Un giudizio che vede aumentare le sue proporzioni al crescere del riguardo in cui ciascuno tenga gli aspetti prettamente “intellettuali” del papato, a prescindere da come la si possa pensare nel merito delle singole indicazioni dottrinali.
Una finta a destra – l’atto d’accusa contro il laicismo e l’illuminismo “drastici” pronunciato alla Neue Messe –, uno scatto a sinistra – l’esortazione a convertirsi all’esercizio del logos rivolta ad un Islam intrinsecamente irrazionale e bellicoso – e Ratzinger spiazza senza possibilità d’appello le schiere di censori che usano decostruire tendenziosamente le sue omelie e i suoi scritti. Poveri vaticanisti di complemento, poveri laici a cottimo: la troppa foga con cui hanno affondato il colpo contro un Papa colpevole – a loro dire – di offrire una sponda al fascismo islamico mostrando di condividere con esso il disprezzo per il declino etico occidentale, ahiloro, li ha lasciati impreparati al riflesso condizionato che ha incendiato le piazze islamiche fino a non più di due giorni fa.
Gad Lerner, a quanto è dato presumere, si starà ancora mangiando le mani, dopo aver affrettatamente accusato il Papa di voler instaurare un “asse del sacro” con l’Islam in funzione antirelativista. Passata la buriana che, sul Corriere della Sera, aveva indotto i commentatori di punta a schierarsi a ranghi compatti contro Ratzinger e la sua condanna dell’umanesimo ateo, è il solo Vittorio Messori a beneficiare della sostanziale indipendenza del suo punto di vista. Lunedì scorso, con questo editoriale, Messori tornava a soffermarsi su uno dei suoi spunti di riflessione più collaudati:

 

“I cristiani della mia generazione hanno passato gran parte della vita a confrontarsi con quelli che non credevano in Dio: i comunisti. E adesso, devono confrontarsi con quelli che, in un Dio, ci credono «troppo»: i musulmani”.

 

Questo, se vogliamo, è precisamente il nocciolo di tutta la disputa antropo-teologica in corso. La tesi accreditata da Joseph Ratzinger sposa in toto una visione “complementarista” del rapporto tra Fede e Ragione. Essa, scontrandosi sia con la separazione totale perorata dai radicalsocialisti sia con la completa sovrapposizione cara ai seguaci di Maometto, preferisce assegnare alle due sfere un legame fondato sulla semplice distinzione, che peraltro ricalca la linea ideologica seguita dalla Chiesa anche nel gestire le sue relazioni con l’istituto dello Stato laico. Per quanto qui si tenda a condividere più il pessimismo espresso il giorno seguente da Angelo Panebianco che la fiducia di Messori circa la scarsa appetibilità dell’Islam presso le “quinte colonne” nostrane, è innegabile che il rigetto della partizione secca Fede/Ragione permetta di comprendere al meglio l’impianto filosofico e teologico che sottende le tanto controverse “radici cristiane d’Europa”.
Dovendo abbozzare, i critici per partito preso stanno escogitando qualche nervosa controargomentazione. Ci vorrà un po’ per rispondere a tutte, me ne perdonerete.
La prima, in verità la più acuta, sostiene che è proprio la radice pacifica dell’Islam a giustificare il progetto di esportare la libertà e la democrazia nel Grande Medio Oriente. Se il culto maomettano è violento in partenza, e dunque il terrorismo globale non ne rappresenta una virulenta degenerazione, che ci stiamo a fare in Iraq e in Afghanistan? Come avvenne già all’indomani dell’11 Settembre, quando le folle islamiche festanti innalzavano cartelloni con il volto di Bin Laden stagliato dietro le due torri in fiamme, sono le reazioni belluine delle piazze arabe a fornire l’ennesima chiamata generale di correità in mondovisione. Bruciando l’immancabile bandiera americana accanto al fantoccio del Papa, infatti, sono le stesse masse musulmane a mostrare quanta correlazione vi sia tra la politica di Bush e la riflessione del successore di Pietro. Certo, il presidente americano, ispirandosi alla filantropia protestante e al galateo diplomatico, definisce l’Islam “religione di pace” per non pregiudicare il sostegno delle classi dirigenti arabe moderate alla sua politica estera. Ma la logica formale costringe ad ammettere  che, se per aprire un’intera regione del globo alla democrazia liberale ha ritenuto necessario un intervento armato, sia lo stesso George W. Bush a considerare il mondo islamico incapace di un processo di riforma endogeno. Toccando con mano una libertà mai sperimentata prima, si spera che ogni uomo – in quanto individuo latore di un’intrinseca aspirazione alla libertà, non certo in quanto islamico – conosca la felicità di un’autorealizzazione alla quale non rinunciare più per nessuna ragione. Di nuovo, si deve riconoscere come l’occidente giudeo-ellenico-cristiano abbia prodotto l’unica civiltà della storia in grado di sottrarsi autonomamente alla barbarie e al sottosviluppo.
È dal contatto fortuito e/o isolato di alcune personalità intellettuali arabo-islamiche (in un passato più o meno remoto) con la cultura occidentale che deriva la formazione delle sparute avanguardie riformiste che tanti equivoci hanno ingenerato nell’idea della loro portata che ci si è fatti all’esterno. Il trattamento riservato agli afflati revisionisti in seno all’Islam – e siamo al secondo argomento dell’ultim’ora, quello storico – ha sempre seguito un duplice destino: emarginazione o persecuzione nel caso in cui provenissero da filosofi e intellettuali, tacito dissenso laddove a dichiararli fossero esponenti delle élite di comando (tipicamente nell’ambito della “laicità armata” sunnita). Serve a poco, in quest’ottica, descrivere la contrapposizione tra l’aristotelico Averroè e l’integralista Mohammed al-Ghazali come se si fosse trattato di un testa-a-testa o di una “rottura” di continuità: il primo, antesignano degli islamici “occidentalizzati” dall’esterno, rimase famoso soprattutto a Occidente come arabo “illuminato”, il secondo fu l’unico dei due a parlare un linguaggio comprensibile alla ummah coranica in generale e alle gerarchie religiose islamiche dell’epoca in particolare. È ugualmente mistificatorio manipolare la storia dell’islamismo attribuendo uno spirito sincero al versetto “Nessuna costrizione nelle cose di fede” (sura II, 256), considerando l’avvenuta presa della Medina alla stregua dell’avvio di una fase “prospera” – e quindi non bisognosa di opportunismi tattici – per Maometto. A tal proposito viene in aiuto un’intervista a padre Samir Khalil Samir, l’insigne islamologo autore di Cento domande sull’Islam, raccolta da Il Foglio di Giovedì scorso:

 

“Quando Maometto arriva a Medina nel 622 è una specie di profugo, non ha ancora organizzato la città, l’esercito e non ha iniziato le razzie. L’idea essenziale del Papa è che Maometto era senza potere e minacciato. La sura 2, 190-93 è mistificata nella versione di Piccardo [Hamza, presidente dell’Ucoii, NdIsmael] nella parte ‘uccideteli ovunque li incontrate’. La parola fitna non significa ‘persecuzione’ come scrive Piccardo, ma ‘sedizione’, colui che seduce con la menzogna. La fitna è peggio dell’omicidio. ‘Combatteteli finché non ci sia più fitna’, tradotto erroneamente con persecuzione. Uccideteli, mettono in dubbio la vostra fede. ‘Scirk’ indica il politeismo. Al verso 193 Maometto dice ‘combatteteli’, è presente la radice della parola araba ‘uccidere’, affinché non ci sia più politeismo. Questo è il pericolo del Corano e questo ha capito il Papa dell’Islam”.

 

Volendo insistere sulla congenita aggressività islamica, bisogna rammentare che il jihad è un obbligo per tutti i musulmani adulti, in particolare per i maschi. L’Islam conosce, infatti, due tipi di obbligo, individuale e collettivo. E il jihad è un obbligo collettivo, nel senso che tutta la comunità è tenuta a parteciparvi, se si sente in pericolo. Solo l’imam ha il diritto-dovere di proclamarlo, ma una volta che l’ha fatto tutti i musulmani maschi adulti devono aderire.
Questo è un obbligo stabilito nel Corano, che rimprovera spesso ai “tiepidi” di non fare la guerra e di rimanere a casa tranquilli, e li chiama “ipocriti”. Quest’obbligo è stato praticato sin dall’inizio da Maometto e riguarda sia la guerra difensiva sia quella offensiva. E la guerra deve essere combattuta finché l’ultimo nemico non se ne sia andato oppure sia stato ucciso.
Nel Corano, alle affermazioni di segno tollerante, risalenti alle numerose fasi di “ritirata strategica” attraversate dall’Islam degli albori, si affianca la dottrina della soggiogazione, come nel caso del famoso versetto 29 della sura della Conversione (IX): “Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel giorno estremo, e non considerano proibito quel che proibisce Dio e il suo apostolo e che non professano la religione della verità, ossia coloro ai quali è stato dato il Libro, finché non paghino la jizya [tributo di capitazione, NdIsmael] alla mano, con umiliazione”. Oppure il versetto 110 della sura della Famiglia di Imran (III), che si rivolge ai musulmani proclamando: “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini, voi ordinate ciò che è lodevole e proibite ciò che è riprovevole e credete in Dio, che, se la gente del Libro pure credesse, meglio sarebbe per essa, tra quelli vi sono dei credenti però la maggior parte di essi sono degli empi”; o, ancora, il versetto 51 della sura della Mensa: “O voi che credete! Non prendete gli ebrei e i cristiani come amici: essi sono amici tra di loro. Chi di voi li prende come amici vuol dire che è uno dalla loro parte. Dio non guida un popolo ingiusto”. Il che equivale a dire che la maggior parte degli ebrei e dei cristiani sono degli empi e devono perciò essere combattuti come kuffar o kafirun, come dei miscredenti. All’interno dell’abbondante – e discussa – tradizione degli hadith (i “detti” di Maometto), uno di essi attribuisce al Profeta la massima: “Sappiate che il Paradiso è sotto le ombre delle spade”.
Del resto, a poco vale rovesciare sulla cristianità la responsabilità di aver a sua volta scatenato un elevato numero di conflitti per motivi religiosi, secondo il vetusto schema dell’improbabile “parallelismo sfasato di seicento anni” tra il cammino delle due civiltà. I cristiani che, nel passato, si armarono per combattere le loro “guerre sante” non pretesero mai di averlo fatto in nome del Vangelo: lo fecero, invece, ritenendo di dover difendere la cristianità – a loro giudizio sotto attacco – oppure il loro stato nazionale o ciò che consideravano un loro diritto. Insomma, in quanto uomini appartenenti a una cultura, a una nazione, a una tradizione, non fondandosi sul Vangelo. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’idea delle crociate si impose a seguito delle persecuzioni anticristiane intraprese dal califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah (996-1021) contro le popolazioni d’Egitto e di Siria – che all’epoca comprendeva anche la Terrasanta. L’episodio più grave, che scatenò la risposta bellica della cristianità coalizzata, fu la distruzione della Basilica della Risurrezione di Gerusalemme – il Santo Sepolcro –, iniziata il 28 Settembre 1009.
La terza e ultima categoria di obiezioni alla tesi di Benedetto XVI punta le sue carte non più sui riformismi musulmani del passato, ma su quelli del presente, individuati nel carisma di alcune autorevoli figure politico-religiose impegnate a rivedere gli aspetti più retrogradi della dottrina islamica. A tal proposito si fa il nome del muftì di Istanbul, progressista a tal punto da incaricare due donne di aiutarlo nell’opera di cernita degli hadith più misogini tra quelli erroneamente attribuiti al Profeta. Uno sforzo, il suo, senz’altro generoso e commendevole, ma reso inane dalla radice coranica della misoginia islamica, che non fa dunque capo alla tradizione dei detti. Due esempi tratti dalla sura delle Donne IV, 34: “Gli uomini hanno autorità sulle donne”; “Quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiscono, allora non cercate pretesti per maltrattarle”.
L’intervento del sovrano del Marocco Mohamed VI, che ripropone la teoria del “divorzio” tra Islam e Ragione come cesura ad opera di al-Ghazali, si inscrive nel novero delle posizioni controcorrente sopportate, a livello popolare, “in tacito dissenso” per via dell’alto rango riconosciuto al loro assertore. Talora il “dissenso” di cui sopra si trasforma in ribellione sanguinaria (come in Algeria) o trova sbocco nella costituzione di gruppi politici capaci di coagulare attorno a sé il malcontento della base popolare verso classi dirigenti ritenute troppo laiche (è il caso dei Fratelli Musulmani in Egitto o di Hamas in Palestina).
Un esempio più rappresentativo della reazione musulmana agli slanci “revisionisti” – perché tratto da una circostanza in cui la risposta all’apostasia sorse da un establishment islamico compatto e agguerrito – è quello della precipitosa fuga del semiologo Nasr Hamid Abu Zayd dalla sua terra natale, l’Egitto. Secondo Abu Zayd, il messaggio divino si comunica attraverso il codice linguistico che viene utilizzato. Non si tratterebbe più, dunque, di una rivelazione letterale, ma di un’ispirazione “tradotta” in linguaggio umano, da studiare e analizzare. A causa delle sue idee, Abu Zayd è stato denunciato con l’accusa di storicizzare il Corano, negandone così l’origine divina. Nel Giugno 1995 venne condannato per blasfemia e gli ulema dell’Università di al-Azhar chiesero al governo egiziano di comminargli la pena di morte, come previsto per gli apostati. Inoltre, non essendo più stato considerato musulmano, sua moglie perse il diritto a convivere legittimamente con lui: decisero così di riparare entrambi in Olanda. Un'altra dimostrazione di come il recepimento della teologia dell’interpretazione del logos da parte delle personalità musulmane più cosmopolite e/o intellettualmente privilegiate – Abu Zayd era professore di Semiologia all’Università del Cairo, quindi molto più coinvolto nella dinamica dello scambio culturale con ambienti extra-islamici della media dei suoi connazionali – non accenda mai una scintilla di riforma da divulgare, ma solo una ridda di ritorsioni.
Per i vaticanisti “adulti”, che accusano Benedetto XVI di aver interrotto la positiva esperienza di dialogo ecumenico avviata dal suo predecessore, basti citare il seguente passo del libro-intervista che Giovanni Paolo II scrisse a due mani con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza:

 

“Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s’è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti e poi in modo definitivo nel nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. Viene menzionato Gesù, ma solo come profeta in preparazione dell’ultimo profeta Maometto. È ricordata anche Maria, Sua Madre verginale, ma è completamente assente il dramma della redenzione. Perciò non soltanto la teologia, ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana” [corsivi miei].

 

Il contrasto tra cristianesimo e Islam trova spiegazione anche senza ricorrere a categorie metafisiche (importantissime per sorreggere la fede, ma inutilizzabili nell’argomentazione razionale), semplicemente rammentando la diversa “missione” storica svolta dalle due rivelazioni. La prima dovette trovare la forza per coabitare con un impero e, successivamente, per sopravvivere alla sua caduta, mentre la seconda fornì il retroterra culturale più adatto a fondarne uno nuovo. E solo l’ermeneutica, unitamente all’esercizio della logica e all’attesa paziente di poter indagare l’ignoto per mezzo di essa, può aiutare a difendersi dall’invadenza di un potere monoliticamente costituito e tramandato.




14 settembre 2006

La semplicità del Papa

È illusorio credere di poter fendere con qualche speranza di riuscita la dialettica tra opposti fariseismi che contrappone clericali e anticlericali. Impossibile dialogare proficuamente se, nel contempo, si alimenta l’ottica delle partizioni ideologiche nette, che si ripropone ogniqualvolta due o più tribù orgogliosamente asserragliate in complessi di convincimenti inconciliabili tra loro entrano in rotta di collisione.
La copertura del viaggio papale in Germania offerta dagli inflessibili organi di stampa autoproclamatisi guardiani della laicità – e, di conserva, dal loro bersaglio prediletto, ossia quel Marcello Pera che per poco non fregava anche me – non fa che confermare l’esistenza di un profondo deficit di rappresentazione della realtà da parte dei media. Da un lato emerge la sensibilità di quanti, vedendo sempre nel magistero pastorale petrino un ripetitore di istanze meramente politiche, ribadiscono acidi l’aconfessionalità dello stato e, dall’altro, quella di chi, di nuovo scambiando le omelie per comizi camuffati, punta a scongiurare il crollo della civiltà occidentale lavorando ad un machiavellico recupero di convergenza semantica dei termini “peccato” e “reato”. Le posizioni intermedie rispetto ai due estremi così esemplificati forse non fanno notizia ma, stando anche ai risultati elettorali raccolti dalle formazioni che fidelizzano maggiormente sui temi etici e valoriali, sono di gran lunga maggioritarie.
Della lunga omelia pronunciata domenica scorsa da Benedetto XVI a Monaco, il dibattito di massa ha salvato solo il seguente estratto:

 

“Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell'Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare [beibringen, ma sembra che il Papa abbia invece usato un verbo più prossimo al senso di imporre, aufdraengen - NdIsmael] anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l'altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio”.

 

Sul Corriere della Sera, Magdi Allam ha rimproverato al Papa di non aver compreso l’11 Settembre, rischiando addirittura di essere strumentalizzato dai “predicatori dell’odio”; Lucio Villari lo ha accusato di sminuire il valore dell’Illuminismo; infine Vittorio Messori gli ha rammentato che la radice della “ostilità anticristiana” islamica “fu tanto più viva, quanto più l’Occidente si ispirava al Vangelo”. L’umoralista Michele Serra ha poi rincarato la dose, canzonando i cosiddetti “teocon” per il contropiede subito: volevano farsi subappaltare dal clero l’evangelizzazione di un Occidente giudaico-cristiano suo malgrado (e perciò sotto attacco fondamentalista), ma si scoprono immersi nella suburra come tutti gli altri. I volponi de Il Foglio hanno proposto un’esegesi alternativa:

 

“[Quella del Papa] era l’omelia domenicale a commento dell’episodio evangelico del sordomuto che Gesù guarisce con la parola «Effatà», apriti, e il richiamo ad «aprirsi a Dio» era rivolto innanzitutto ai fedeli tedeschi e ai loro pastori. Richiamo molto concreto: «Qualche vescovo africano mi dice: ‘Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve’». Insomma Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti e anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell’evangelizzazione: «L’evangelizzazione deve avere la precedenza, il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto e amato, deve convertire i cuori... Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche, là portiamo troppo poco». In questo contesto si inserisce la puntualizzazione sulle «popolazioni dell’Africa e dell’Asia» (l’islam non è citato)”.

 

La lettura fogliante del monito papale presenta alcuni elementi di indubbio rilievo. Innanzitutto, perché prende in considerazione ulteriori testuali frammenti della prolusione di Benedetto XVI. In secondo luogo, perché – in parte – aiuta a capire il motivo dell’intenso fuoco di fila laico partito per l’occasione: per i professionisti dell’anticlericalismo militante e del cattolicesimo “adulto”, infatti, la prospettiva dell’aggiunta di lievito etico e morale all’azione solidaristica svolta dalle strutture assistenziali controllate dalla Chiesa è uno dei peggiori spauracchi.
Tuttavia non è possibile ignorare come il discorso del Papa, in questo come in altri casi, ruoti attorno a tematiche più ampie, che coinvolgono l’impegno nell’opporsi all’esclusione “totale” di Dio dalla sfera razionale, il timore verso una libertà che consente il “dileggio del sacro” ed “eleva l'utilità a supremo criterio” e il rifiuto di un’interpretazione “drastica” dell’Illuminismo e del laicismo.
Jospeh Ratzinger, con la sua abitudine di accompagnare la complessità concettuale della lectio con l’utilizzo di un linguaggio accessibile a tutti, presta (deliberatamente?) il fianco all’accusa di semplicismo e di ingenuità da parte delle élite intellettuali. Del resto mi sembra normale che un prelato, per elevata che possa essere la sua posizione nella piramide gerarchica, si curi più di rendersi facilmente comprensibile al vasto popolo dei suoi fedeli che di sfidare con adeguata dovizia di erudizione la ristretta platea dei dotti, peraltro ostile allo spirito religioso nella stragrande maggioranza dei casi.
Se si limita a provocare qualche sbadiglio l’accusa di “intelligenza col fanatismo” – lanciata per colmo di contraddizione proprio da quanti deridono l’esortazione pontificia a vivere la fede in modo pacifico e amorevole –, è invece più interessante tornare nuovamente sul nesso causativo che collega storicamente e filosoficamente il sottofondo culturale greco-romano e giudaico-cristiano ai costumi pluralisti dell’Occidente moderno. Messori, nel suo editoriale, si avvicina molto all’iter argomentativo più adatto a sviscerare la questione; omettendo però di percorrerlo sino in fondo, non si capisce se per la scontata evidenza attribuita alle conclusioni o per rispettare la linea critica seguita dal Corriere per l’occasione – ma, di sicuro, non per ignoranza: il suo Ipotesi su Gesù fornisce da quasi trent’anni un’autentica miniera di pezze d’appoggio ai sostenitori di certe peculiarità del giudeo-cristianesimo. Il cristianesimo possiede effettivamente una «elasticità» e una «capacità genetica di adattamento» all’esercizio dell’ermeneutica e alla ricezione dei cambiamenti storici «che manca del tutto all'islamismo», e poco importa che l’“abbraccio mortale” tra potere costituito e autorità religiosa – strettosi quasi sempre su iniziativa dei tenti Cesari in cerca di consacrazione – sia stato sciolto nel sangue. Il nocciolo del discorso sta non solo nella capacità del cristianesimo di sopravvivere alla secolarizzazione e, anzi, di trarne purificazione cultuale, ma anche di suscitarla esso stesso attraverso la dialettica scolastica (nel Medio Evo), umanistica (nel Rinascimento), interconfessionale (con la Riforma) e storicistica (da oltre duecent’anni a questa parte). Nulla di ciò che si è detto, pensato o praticato “dopo Cristo” ha più potuto prescindere dall’annuncio evangelico. Lo stesso Illuminismo non fa che secolarizzare la stessa concezione lineare del tempo che contraddistingue il giudeo-cristianesimo; mentre il marxismo presenta numerose stigmate dell’eresia millenarista. Il liberalismo, poi, potrebbe efficacemente sunteggiarsi nel monito “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
In molti sembrano ignorare che l’ebraismo e il cristianesimo sono credenze “laiche” alla radice e che, in origine, ricoprirono la funzione storica di scardinare i sistemi politici e sociali fioriti sulle credenze sacrali e spiritistiche alla base del paganesimo. Addirittura (affermazione blasfema non solo per le antiche religioni, ma ancora oggi per i musulmani) gli antichi mistici ebrei giungono a dire che “Dio ha bisogno dell’uomo, come l’uomo di Dio”. E la meditazione giudaica sulla Scrittura si spinge fino ad attribuire a Giacobbe queste parole: “Come tu sei Dio nelle sfere superiori, così io lo sono nelle inferiori” (Ber. Rabbà).
Ancora, nessuno ci fa molto caso, ma la gran parte dei terroristi islamici assurti agli onori (o, meglio, ai disonori) delle cronache proviene da un particolare tipo di ambiente universitario occidentale: il politecnico. È ingegnere Bin Laden, così come lo erano Arafat e Mohammed Atta. Lo scandalo di un Dio absconditus e sottoposto a leggi fisiche universali, onnipotente nel senso che può fare tutto quello che si può fare, è insopportabile per il monismo islamico. Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia. Difficile che un musulmano possa accettare questo tacito accordo di non ingerenza reciproca.

Su Pera, Occidente e cristianità ho scritto anche qui e qui.




14 aprile 2006

Triduo in parte miscredente

Com'è ormai diventata mia abitudine in occasione delle feste comandate, trascorrerò il periodo pasquale in compagnia degli amici benefattori acquartierati presso l'Arsenale della Pace torinese, monastero urbano popolato di trottole angeliche sempre pronte a farsi in quattro pur di accogliere nella loro casa chiunque voglia condividere in comunione con la Fraternità della Speranza un pizzico di quel "sì" che cambia la vita. Buona Pasqua e che la vita vi arrida.


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8 marzo 2006

Cento domande sull'islam

di Samir Khalil Samir
Marietti 1820, 223 pp, € 13,00
a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid

In un recente discorso pubblico, il Presidente della Repubblica Ciampi ha formulato abbastanza chiaramente la sua ricetta per favorire il pacifico incontro tra culture e religioni differenti. Imparando a conoscere l’altro da sé con sincero spirito negoziale sia a livello intersoggettivo che interculturale, e senza lasciarsi spaventare dall’ingente sacrificio in termini di tempo materiale e di dedizione all’interscambio che un simile sforzo richiede, le paure e le incomprensioni reciproche svaniscono automaticamente. Dialogando ad pacem pervenimus, tanto per sintetizzare il concetto parafrasando un noto adagio cartesiano. Il fondamento di questa filosofia, evidentemente ispirata ad un larvato scetticismo postmoderno, risiede nella convinzione che qualunque preghiera scaturisca dalla fede riconduca in ultima analisi ad un “interlocutore trascendente” comune, nei suoi tratti costitutivi essenziali, a tutte le credenze religiose.
Il magistero di teologia comparata accumulato dall’insigne islamologo egiziano Samir Khalil Samir, agilmente condensato in questa maxi-intervista raccolta e curata dai due giornalisti di Avvenire Giorgio Paolucci e Camille Eid, rovescia una vera e propria doccia scozzese sui seguaci del comodo irenismo espresso dal capo dello stato. Per dissodare il terreno di coltura su cui far germogliare i frutti di una convivenza salubre e duratura, com’è nelle dichiarate intenzioni di questo contributo divulgativo, la documentazione storica si incarica di consegnare al lettore gli strumenti con i quali arare il suo “campo visivo” più agevolmente che a mani nude.
“Da cosa nasce la xenofobia?”
, si chiede l’autore a latere dell’ampia riflessione sociologica che affianca le altre due direttrici – storica e teologica – battute parallelamente nel libro. La risposta permane uguale a se stessa sin dalla notte dei tempi: “Dalla paura che il ‘diverso’ metta a rischio una convivenza già di per sé fragile perché non fondata su valori e certezze, quindi dall’esistenza di un ‘vuoto’ (anche se spesso negato) piuttosto che dall’ostentazione di un ‘pieno’ che in realtà nasconde fragilità e insicurezza”. E ancora: “[...] solo se è garantito un ‘nucleo duro’ iniziale, un sottofondo di riferimento a livello antropologico, [...] si può evitare che la convivenza civile ‘impazzisca’, magari dopo essersi illusa di poter evolvere secondo i canoni dell’ugualitarismo indifferenziato e del relativismo senz’anima propugnato dai fautori della società multiculturale”.
Un esempio di modello funzionante, alla luce delle indicazioni succitate, è quello americano. Esso fonda la sua estrema inclusività su una manciata di architravi giuridiche che il deismo illuminato dei Padri Fondatori – erede di una tradizione religiosa e filosofica, tipicamente giudaico-cristiana, impegnata già da secoli a svelare in progress i dettami del “diritto naturale” – poteva permettersi il lusso di definire “autoevidenti”. Il segreto di una valida “formula dialettica” consiste quindi nel rifiuto degli infigimenti tesi a voler mascherare le differenze e a interpretare i “punti comuni” come condizioni iniziali del confronto, anziché – più correttamente – come eventuali risultati tangibili di un cammino giocoforza irto di asperità. Non esistono facili scappatoie a portata di mano, “il dialogo non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell’altro nella sua integralità, non è minimalista ma esigente”.
L’autentica “cifra educativa” di questo libro, pertanto, fa perno sulla mobilitazione delle profonde divergenze che segnano il confine tra islam e cristianesimo, tra islam e Occidente. Da dove partire, allora, per marcare le origini del contenzioso in merito alla nozione di “diritto universale autoevidente”? Innanzitutto da considerazioni di carattere teologico: “Per i musulmani il Corano si può paragonare a Cristo: Cristo è il verbo di Dio incarnato, il Corano – mi si perdoni il gioco di parole – è il verbo ‘incartato’, fissato sulla carta. Questo parallelo dovrebbe permettere ai musulmani di considerare il Corano come divino e umano nello stesso tempo, come fanno i cristiani riconoscendo le due nature di Gesù, ma di fatto lo considerano soltanto come divino”. La parola di Allah si presenta già dettata al Profeta e increata come fatta-e-finita. La Bibbia raccoglie testi formalizzati con uno spirito completamente diverso, poiché, in quanto redatti interpretando la volontà di Dio, essi si prestano alla continua esegesi di un Mistero che solo la trascendenza (il passaggio nell’aldilà) può svelare del tutto. Trascendenza e immanenza, nella mentalità occidentale, si mantengono “ortogonali” proprio in virtù di questa concezione del rapporto tra finito e infinito – peraltro palesemente antesignana del metodo scientifico. L’islam, al contrario, racchiude la “vera” realtà immanente nel cono di luce vivificante irradiato dalla sottomissione alla legge coranica (la shari’a), al di fuori della quale sussiste solo una meontologia, un coacervo di entità che nemmeno esistono nel vero senso della parola. Le stesse tensioni con gli ebrei, nonostante il circuito dei media abbia gioco a presentarle in chiave prettamente anti-israeliana, rimandano ad un episodio dai forti contorni metastorici. Mi riferisco alla mancata sottomissione dei giudei di Medina a Maometto, culminata nel giro di pochi anni nella “battaglia di Khaybar, un’oasi non lontana da Medina, dove gli ebrei che vi si erano rifugiati vengono sconfitti al termine di un lungo assedio durato quarantacinque giorni. La vittoria di Khaybar è entrata nella mitologia musulmana come testimonianza della superiorità sugli ebrei, tant’è vero che viene ancora oggi evocata negli slogan dei militanti islamici e dei giovani dell’Intifada palestinese”. Le coordinate di lettura da utilizzare per capire il sentire islamico, dunque, vanno sistematicamente cercate al cuore della religiosità totalizzante predicata da Maometto.
Come devono comportarsi allora la politica e il consesso civile, di fronte alla necessità di integrare al meglio gli aderenti ad un credo tanto “battagliero” da non annoverare nemmeno, tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha desunto dal Corano, quello di “Padre”? Per Samir “la coabitazione all’interno di società dove vigono principi fondamentali come il rispetto dei diritti della persona, la parità tra uomo e donna, la democrazia e il pluralismo, la libertà religiosa, la separazione tra religione e Stato, nel lungo periodo” influirà “positivamente sulle comunità musulmane”. Ma solo a condizione che le autorità di governo adoperino estremo rigore nel ribadire i principi di cui sopra; che, da parte dei musulmani, cresca il desiderio di “sentirsi a pieno titolo cittadini delle società in cui hanno messo radici”; che l’inserimento scolastico svolga un ruolo preponderante nelle dinamiche dell’integrazione.
Riempire i vuoti lasciati aperti dall’inevitabile vaghezza di merito di queste prospettive, naturalmente, è compito del legislatore. Ma il pensiero di padre Samir, gesuita che non esita a definirsi “di religione cristiana, ma culturalmente musulmano”, preferisce correre al suo Egitto e al Libano, da secoli laboratori di feconda collaborazione tra islamici e cristiani. “[...] noi cristiani arabi possiamo aiutare i cristiani occidentali sia a capire l’islam in tutte le sue dimensioni, sia a convivere con esso[...]. Siamo come un ponte che unisce due sponde [...]. Non siamo uguali agli occidentali perché siamo arabi, né ai musulmani in quanto siamo cristiani [...]. Ed è questa la nostra autentica vocazione storica, simile [...] alla posizione di Gesù sulla croce, che unisce verticalmente la terra e il cielo, l’umanità alla divinità, e orizzontalmente l’Oriente e l’Occidente, i vicini e i lontani”.
In appendice, il volume contiene un breve compendio di storia dell'islam, due mappe con la presenza islamica in Europa e in Italia rispettivamente, nonché un glossario con molti vocaboli della terminologia giuridico-religiosa maggiormente in uso presso la dottrina musulmana applicata. Per cominciare a conoscere l’argomento (in quanto una preparazione “dotta” richiederebbe ben altro grado di approfondimento individuale), siamo su livelli di assoluta eccellenza.




27 febbraio 2006

Pera, Occidente e Cristianità: qualche nota ad alta voce

Non ho ancora sottoscritto il Manifesto per l’Occidente facente capo a Marcello Pera, principalmente per due ragioni. La prima trae origine dal sospetto che il laboratorio intellettuale radunatosi attorno al Presidente del Senato, con questa operazione a forte risonanza mediatica, intenda più che altro lanciare un astuto richiamo preelettorale sintonizzato sulle lunghezze d’onda abitualmente captate dai radar cattolici. In pratica, sullo sfondo vedo tremolare i fantasmi dell’opportunismo politicante a breve scadenza – della serie: passata la “festa” elettorale, gabbati i valori forti.
In secondo luogo, trovo che il decalogo perista, nella foga di raggiungere una “massa tematica critica” di pronta beva conservatrice, fallisca nell’importante compito di tirare le fila della sua proposta complessiva. Intendiamoci: non escludo di aggiungermi alla lista dei firmatari dopo le elezioni, eppure mi fa specie la prospettiva di accodarmi a un’infornata di enunciazioni (dalle radici cristiane d’Europa al rifiuto del relativismo etico in ambito familiare) tanto settaria che, così formulata, riesce digeribile ben al di sotto del suo effettivo potenziale di condivisibilità. Io, da conservatore old school, posso anche capire alla perfezione in che senso la “totale equiparazione” delle forme di convivenza rischi di rafforzare una mentalità destinata a soccombere contro l’islamismo radicale, ma a qual pro predicare solo ai già convertiti?
Un po’ di perplessità, quindi, per non dire di peggio. Data l’imminenza della chiamata alle urne, forse concentrarsi esclusivamente sulla condanna del fondamentalismo e del terrorismo avrebbe garantito maggiore trasversalità.
Detto questo, non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo, quando gironzolo per le strade di Tocqueville e leggo i commenti che i vari liberal-radicali hanno dedicato allo stesso argomento. Tutti, ma proprio tutti, giocano su logori equivoci semantici come l’intercambiabilità tra il significato di conservatore e quello di reazionario, o come l’inflessione autoritaria del concetto di tradizione. Non credo di dover salvaguardare la presentabilità democratica delle mie idee di fronte a nessuno (meno che mai di fronte a chi traccheggia sulla quadratura di polarità affatto incompatibili come il liberismo e il filoabortismo), ma, trattandosi dei temi che mi hanno persuaso ad entrare nella blogosfera, ritengo di non potermi esimere da qualche controdeduzione in difesa delle mie ragioni.
Il vero tratto distintivo della controversa “identità europea” fa premio su una plurimillenaria attitudine all’inclusione universalizzante degli influssi “vincenti” in seno a realtà espansive. La storia di questa macro-penisola asiatica è interamente percorsa dalla capacità di rendere universale il particolare, anche e soprattutto se proveniente dall’esterno. Roma ha assorbito l’ellenismo (cioè la grecità) e ne ha amplificato i paradigmi culturali fino a renderli il tessuto connettore di una civiltà globale; lo stesso dicasi per la rielaborazione del messianismo ebraico da parte del cristianesimo. La sintesi tra identità, all’interno di tale dinamica “fusionista”, ha sempre avuto luogo attraverso il mantenimento di un delicato equilibrio tra apertura e chiusura, tra tolleranza e rigore. A tal proposito, conviene riprendere alcuni passi del discorso su “Razza e cultura” tenuto per l’Unesco da Claude Lévi-Strauss, risalente a trentacinque anni fa: “Le grandi epoche creatrici furono quelle in cui la comunicazione era divenuta sufficiente affinché dei partner lontani si stimolassero, senza essere tuttavia così frequente e rapida da ridurre gli ostacoli indispensabili tra gli individui come tra i gruppi, al punto che scambi troppo facili parificassero e confondessero le loro diversità. [...] Certo il ritorno al passato è impossibile, ma la via in cui gli uomini si sono oggi incamminati accumula tensioni tali che gli odii razziali offrono una ben povera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani, senza che neppure gli debbano servire di pretesto le differenze etniche”.
Il messaggio contenuto in queste righe è cristallino. L’identità – collettiva o individuale – è come una rondine: se la si impugna brutalmente soffoca, ma se la si blandisce vola via. Stringerla senza esagerare, invece, consente di nutrirla e di domarla, oltre che di trattenerla a sé. Fuor di metafora, questo stilema assimilativo si applica tanto alla storia d’Europa – al cui interno il cristianesimo, chiave di volta nell’arco teso tra classicità e modernità, gioca un ruolo da assoluto protagonista – quanto al profilo esistenziale e individuale dei suoi abitanti di ogni epoca. Per cui davvero si stenta a capire il senso di affermazioni a metà strada tra l’utopia febbrile e l’anarchismo da doposcuola liceale, come “occorre recidere ogni legame con la tradizione” oppure “il conservatore è colui che teme ogni forma di cambiamento”. Ogni rapporto con il mondo reale, io credo, implica l’interiorizzazione e la successiva elaborazione di sollecitazioni “esterne” che per lo più rinviano ad un loro radicamento nel “passato”. Chiunque stipuli un contratto, si confronti con l’evoluzione della ragione dubitativa nel corso dei secoli, assuma un modello di riferimento culturale, non può in alcun modo prescindere dalla tradizione (= ciò che si tramanda) giuridica, filosofica e religiosa del contesto spazio-temporale in cui viene a collocarsi. Nemmeno l’amor fati nietzscheano esula dalla sovrastrutturalità, perché la presuppone.
Il conservatore non è affatto colui che teorizza il mantenimento integrale dei lasciti storici ed etici di “radici” indurite e inalterabili, poiché ciò costituirebbe solamente la faccia – quella sì – reazionaria della stessa nefasta mentalità assolutista/relativista che anima il multiculturalismo. Al contrario egli, ben sapendo che nessuna grande svolta ideale e spirituale si è mai costruita con materiali interamente nuovi, vuol prendere il buono del passato, renderlo presente e proiettarlo verso il futuro. Il buon driver guida con un occhio al retrovisore, a dispetto delle sirene progressiste (progressiste?) che eventualmente gli suggeriscano di disfarsene.
Ecco perché la difesa delle innegabili radici giudaico-cristiane dell’Europa moderna non vuole affatto propugnare il recupero in blocco di una tradizione monoliticamente interpretata. È infatti sbagliato, in quest’ottica, avventurarsi nella giustificazione dei ghetti, dell’Inquisizione, della cacciata degli ebrei di Spagna, in una parola dei molti lati oscuri che un magistero bimillenario di fede e di pensiero porta inevitabilmente con sé.
Nondimeno l’attacco sferrato dal monismo islamico merita adeguate risposte sul piano teologico (spiacente, ma di fronte ad un attacco religioso si tratta di un aspetto imprescindibile) e politico (il Corano è un testo normativo, a differenza della Bibbia). Ad esempio riscoprendo la ragione universale come dato connaturato ad una visione giudaico-cristiana dell’umanità – in quanto tutti gli uomini, quand’anche atei, pagani o miscredenti, sono creati “ad immagine e somiglianza di Dio”. È per mezzo di essa, quindi, che sia il laico sia il chierico partono da una facoltà cognitiva comune alla ricerca del significato ultimo del Mistero, approdando infine alla nozione altamente unificante di diritto naturale (cioè l’insieme dei principi universali che non mutano al volgere del tempo).
Se dilaga il relativismo per cui non esistono cause finali e cause formali, ma solo cause efficienti e materiali, si afferma la mentalità zapaterista per cui tutti i canoni etici o interpretativi si equivalgono (se la Verità non esiste, non va neppure cercata). A molti sfugge, ma da simili premesse risorge vieppiù il materialismo storico e dialettico, cioè l’assunzione che una determinata “architettura di significati” prevalga solo in funzione del potere strumentale che la contingenza le mette a disposizione. Dal canto suo, l’islam contrappone al diritto naturale – cioè all’idea di una Verità cui tendere per aggiustamenti successivi – la legge religiosa (la shari’a) consegnata all’uomo da Dio, nella convinzione che non esista un dato universale che non sia già precompreso nella concezione islamica della vita. Traduco per i duri di comprendonio: l’islam (“sottomissione”) è puro Potere.
Benedetto XVI ha espresso lo stesso concetto dicendo che l’islam “non è riformabile”. Se non dall’esterno, aggiungo io.
Basta fare due più due, allora, per capire come l’incontro tra certo sottile nichilismo contemporaneo e l’islamismo preluda alla palingenesi dell’Eurabia fallaciana. Grave demerito di Marcello Pera è l’incapacità di divulgare con efficacia quanto appena argomentato, piuttosto che un’inesistente deriva “reazionaria” nell’elaborazione politica messa in moto dal suo entourage.



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