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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

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Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


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Jin-Roh - Uomini e lupi

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Il Caimano

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La lussazione

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Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
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Telecomgate, Prodi poteva
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e il Dio incartato


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La mossa del Casini

Né bio né equo
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Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

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Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

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Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
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La battaglia che fermò
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Cattolicesimo,
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e capitalismo


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Coerenza o completezza?
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Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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31 maggio 2007

Amministrative 2007: la valanga veronese (e "bassarola")

Sono state elezioni amministrative amare, per la sinistra di governo e non. A dispetto dei titoli cubitali apparsi tra ieri e oggi sulle testate giornalistiche prodiane, infatti, il successo della Cdl non è rimasto affatto circoscritto alle sole “acque amiche” del Nord, ma si è esteso anche ai tradizionali feudi rossi dell’Italia peninsulare, dove l’Unione registra un cospicuo calo di consensi anche nel riconfermarsi. Né si può tralasciare che la vittoria del centrosinistra ad Agrigento, strombazzata a più non posso sulla suddetta stampa amica a riprova di un inesistente “pareggio” elettorale tra i due schieramenti, consiste nell’ascesa a sindaco di un transfuga udiccino che dovrà fare i conti con un consiglio comunale a larga maggioranza polista.
I risultati di queste elezioni ribadiscono una volta di più la tendenza alla normalizzazione manifestata dall’elettorato italiano dopo il moto di “oscillazione smorzata” innescatosi con Mani Pulite. Ancorché i pennivendoli a libro paga di Rcs si ostinino ad ammannire l’ipnagogia collettiva di una fantomatica “crisi della politica”, il furore antipolitico dei primi anni ’90 segna il passo a tutto vantaggio di una rinnovata appartenenza individuale a visioni politiche identitarie di massima, che solo la dialettica tra partiti può segmentare armonicamente e organicamente. Con cui non intendo affatto difendere la partitocrazia, ma solo sottolineare la funzione di garanzia per il cittadino svolta da trasparenti apparati politici multilivello.
Questa breve premessa mi è utile per esporre un’analisi prettamente territoriale del voto di ieri, perché sarebbe limitante ridurne le ricadute ai soli capoluoghi di provincia. Concentrandomi quindi sulla mia zona, il primo dato da prendere in considerazione riguarda senza dubbio il comune di Verona. La città scaligera, dopotutto, ritorna a essere quello che è sempre stata – cioè non la “Bologna nera” (semplificazione, quest’ultima, molto popolare ma profondamente sbagliata), bensì il centro forse più democristiano del pianeta Terra. I risultati elettorali confermano tale assunto proprio perché, liberata dalla camicia di forza del “partito dei cattolici”, come ai tempi della prima Lega Nord la cittadinanza veronese converge su una destra – nominalmente – liberista, federalista e legalitaria, in pieno accordo con i dettami dell’autentico cristianesimo politico. Le astiose recriminazioni confessionali del sindaco uscente (lo scialbo dossettista Paolo Zanotto, il quale si domanda polemicamente “che tipo di cattolici ci siano a Verona”), perciò, lasciano il tempo che trovano, offrendo casomai un ottimo spaccato delle contraddizioni che lacerano la sinistra italiana a tutti i livelli di governo. Per completezza di informazione aggiungo qualche notizia sul nuovo primo cittadino, Flavio Tosi: eletto con oltre il 60% dei suffragi, il neosindaco ha 37 anni, è programmatore, ha un diploma di maturità classica e da due anni è assessore regionale alla Sanità (il più votato nel Veneto).
Arrivo poi al capitolo pianura veronese: qui come altrove nel Lombardo-Veneto, l’ultima tornata elettorale ha visto rifluire la marea montante dell’antipartitismo che la sinistra locale, per oltre quindici anni, ha cavalcato mascherando le sue candidature da “liste civiche”. Le parole d’ordine dei diessini in incognito, sempre accompagnati dai fidi liberali miglioristi e da (più o meno) ampie schiere di cattolici adulti, sono state competenza, concretezza e non-appartenenza ideologica “per meglio garantire il buongoverno”. Discorsi analoghi a quelli portati avanti da Berlusconi con Forza Italia, peraltro lungo lo stesso arco temporale e a partire dal medesimo Big Bang antipolitico, obietterà il lettore più smaliziato. Eppure la credibilità del berlusconismo procede da una leadership carismatica, sancita con alterne fortune dal voto popolare, a una copertura della domanda politica su tutto il territorio nazionale, dal più basso al più alto livello di governo. Non sono differenze di poco conto: l’autoreferenzialità delle liste civiche paesane, rendendo impossibile appellarsi a segreterie di partito sovraordinate in caso di negligenze o abusi da parte degli amministratori, risolve le buone intenzioni pragmatiche di cui sopra in clamorose eterogenesi dei fini. Se un sindaco di Forza Italia si comporta come un podestà prepotente, ci saranno senz’altro dei giudici a Berlino. Ma se un sindaco della Rondinella, dell’Aquilone o della Mongolfiera approfitta indebitamente della sua posizione, a chi può rivolgersi il malcapitato cittadino?
Il problema non si è nemmeno posto a Roverchiara, a Ronco e a Villa Bartolomea, dove le uscenti giunte di centrodestra sono state rielette senza problemi. Peccato per Casaleone, che riconferma con appena 29 voti di scarto il forzista scissionista Gabriele Ambrosi. A Bovolone la Cdl di Osvaldo Richelli spodesta il leghista Giorgio Mantovani.
Ma dove l’antifona è stata recepita con più nettezza è a Cerea. Paolo Marconcini, candidato della Casa delle Libertà, cancella con un incredibile 60% l’era della Coccinella, listone para- e cripto-ulivista ideato da Franco Bonfante (sindaco dal 1994 al 2002) nella nemmeno troppo lontana epoca in cui le procure demolivano a suon di manette tintinnanti il sistema dei partiti tradizionali. Il risultato ottenuto da Marconcini impressiona per la portata e l’omogeneità: 14 sezioni vinte su 14, compresa l’imprendibile roccaforte “rossa” di Cherubine. La vittoria del centrodestra restituisce anche Cerea alla normalità, confermando un orientamento politico chiaramente manifestato in tutte le elezioni non-amministrative (qui la Cdl ha totalizzato il 72% alle politiche dell’anno scorso). L’ora fatale del coleottero rossonero ha messo fine a un’esperienza politica locale che dimostra come, sottratte a una filiera di governo “tracciabile” e a efficaci strumenti di contropotere civico, anche le migliori intenzioni si traducano nel loro esatto opposto. “Non siamo di destra o di sinistra, siamo persone capaci”, dicevano a ogni pie’ sospinto gli sconfitti. Sì, capaci di affidare il riordino della viabilità a un professore di lettere e al comandante dei vigili urbani, con conseguente proliferazione di sensi unici assurdi e di rotatorie grandi come torte per sei persone. Capaci di sconvolgere l’arredo e il tessuto urbano di Cerea con la costruzione della nuova, orrenda piazza di Via Paride, nota per il fondo stradale misto porfido-pietra d’Istria (!), per le panchine alte due metri (!!) e per le supposte paracarro in metallo rugginoso (!!!), che hanno reso il nostro millantato “salotto” la barzelletta delle Valli Grandi Veronesi. Capaci di affidare il settore dell’edilizia a un ingegnere (prima) e a un architetto (poi) curiosamente fatti segno a una cospicua pioggia di incarichi solo dopo la nomina ad assessori (prima dell’investitura le committenze scarseggiavano per entrambi, potenza del libero mercato). In linea generale, capaci di e intenzionati a snaturare l’assetto socio-economico del comune con una velleitaria “Area Exp” carente di infrastrutture, sottoutilizzata e munita del relativo, dispendioso ente (pubblico) di controllo, ma anche ventilando la realizzazione di un parco tematico alle porte del paese (sì, paese: le città, cari politicanti provincialotti, purtroppo o per fortuna stanno altrove e hanno ben altre dimensioni). Dopo la piazza degli orrori, a traffico limitato e priva di parcheggi, quest’opera mastodontica e fuori scala avrebbe assestato il colpo di grazia agli esercenti del centro storico, senza contare i problemi di fattibilità e di compatibilità ambientale che avrebbe sicuramente comportato.
Finché a portare avanti questa politicuzza dell’apparire a prescindere dall’essere è stato Bonfante, spregiudicato arrivista ora sistematosi in consiglio regionale tra le fila della lista Uniti nell'Ulivo (alla faccia dell’indipendenza politica!), il gioco ha retto grazie alla sorridente affabilità e alla spietata determinazione dell’uomo. Ma con Claudio Tambalo, suo mandatario, medico di base noto per la fastidiosa alterigia che l’interclassismo ceretano (sì, ceretano: “cereano” suona cacofonico, oltre a essere filologicamente scorretto) usa bollare con il marchio dell’infamia, il palco è crollato miseramente. Altro che “effetto Prodi”, altro che “voto ideologizzato”, cari signori. Oltre a testimoniare di un offensivo – e tipicamente sinistrorso – giudizio sulla capacità di discernimento dell’elettorato, che capisce bene quando vota per l’Unione ma perde la sinderesi allorché sceglie diversamente, tali chiavi di lettura mancano il reale punto della questione. Che attiene soprattutto alla bocciatura di una compagine che ha malgovernato.
Ora sta a Marconcini formare una giunta credibile e blindata per sopportare gli attacchi incessanti che, con ogni probabilità, partiranno da un’opposizione composta di gente rimasta senza lavoro o senza più le credenziali necessarie a proseguire la scalata al potere. Ma io sono sicuro che Paolo saprà dimostrare benissimo quale e quanta sia la differenza tra chi si dà da fare per prendere voti e chi, viceversa, prende i voti per darsi da fare.

Vai a vedere: Harry, Fausto Carioti




26 maggio 2007

Michela Vittoria Brambilla







27 giugno 2006

Centrodestra, anno zero

Ieri pomeriggio è infine piombata la terza, devastante tegola sul groppone di un centro-centrodestra ormai in ginocchio. In poco meno di tre mesi elezioni generali, elezioni amministrative e referendum costituzionale hanno emesso verdetti dai contorni sfumati, ma dello stesso inequivocabile segno politico: la Cdl non è più in sintonia con la maggioranza strutturale degli italiani, sempre che lo sia mai stata davvero.
Nel quadro di quest’ultima scoppola, a ciascuna formazione di cui è composta l’alleanza cidiellina spetta una parte di colpa. AN e UdC, come al solito, hanno parlato bene a Roma e razzolato male a livello periferico. È un segreto di Pulcinella, infatti, che i responsabili territoriali dei due partiti a più forte impronta meridionalista della coalizione berlusconiana non abbiano mai mandato giù la revisione in senso federale degli assetti istituzionali. Trovandosi peraltro nelle ambasce di doverne rendere conto al loro elettorato di riferimento, in larga parte espressione del pubblico impiego e del settore primario (ossia i due strati sociali maggiormente fautori di politiche economiche mercantiliste e protezioniste), i militanti nelle truppe casinian-finiane hanno preferito fare buon viso a cattivo gioco una volta di più.
La Lega, a rigor di logica, dovrebbe sciogliersi e/o confluire in Forza Italia. Tanta pluridecennale retorica sul partito “fidelizzato e strutturato” in funzione autonomista trova in un plebiscito centralista e retrogrado la pietra tombale che potrebbe mettere capo alla sua ragion politica. Se lo scopo della Lega Nord – sancito a chiare lettere in calce al suo documento statutario – doveva essere l’introduzione del federalismo a furor di popolo, quest’oggi il popolo ha detto ‘no, grazie’. Pregasi trarne le dovute conclusioni.
Forza Italia, che doveva rappresentare un embrione di quel grande progetto di confluenza della parte variamente moderata, liberale, cattolica e conservatrice del nostro paese in un unico soggetto politico, sta implodendo su tutte le contraddizioni ingenerate dal personalismo antipolitico e privatistico inoculatole dal suo fondatore, sempre sia lodato. Un movimento d’opinione nel quale convivano posizioni che vanno da Baget Bozzo a Cecchi Paone non può sopravvivere a lungo, senza dotarsi di una piattaforma fondativa rispetto alla quale riconoscersi con varie gradazioni di dissenso.
Detto tutto questo, appare evidente il carattere conservatore del voto popolare uscito dalle urne con la consultazione di ieri. Conservatore nell’accezione peggiore del termine, perché punta a mantenere non un ordinamento liberale della vita politica sistematizzata, ma il “non luogo ad emendare” una carta fondamentale espressione dell’azionismo e del cripto-stalinismo più datati, nella quale si rispecchiano solo le velleità da capipopolo malamente imbandite da ristrette élite intellettuali savoiardo-capitoline.
Con ogni probabilità, oggi segna il passo la fisionomia del centrodestra per come l’abbiamo conosciuta durante gli ultimi dodici anni. L’inanità del partito-fisarmonica uscito dal cilindro di un estroso pubblicitario brianzolo, dopo essersi resa protagonista della sua ultima eroica battaglia persa ancor prima di avere inizio, si eclisserà a tutto vantaggio di una riorganizzazione generale del moderatismo italico in chiave morotea. Ossia erede dell’unico modello di aggregazione del non-socialismo nostrano che abbia una minima chance di vittoria contro l’inespugnabile fortezza delimitata dal pentagono cooperative-banche-magistrature-amministrazioni locali-apparati statali a tinte rosse.
Si farà all’italiana: avversari con cui non si può competere in regime di libera concorrenza si affrontano colludendo in duopolio. Con tanti saluti alla società aperta, di tutta evidenza rimasta patrimonio di una esigua cerchia di grafomani sognatori. Senza un’epopea collettiva di pionierismo attivo paragonabile – che so – alla conquista del West, il liberalismo funziona solo come magnete di retorica polverosa su qualche scaffale dimenticato. Ecco cosa ci insegna la parabola della nostra Repubblica fondata su una merce, il lavoro, e non sulla carne viva di chi quella merce domanda ed offre.




26 giugno 2006

Referendum day...compromission day

Mentre scrivo queste righe il referendum confermativo del piano di riforme costituzionali, varato lo scorso Ottobre dall’ormai ex maggioranza di centro-centrodestra, sarà ancora in pieno svolgimento. Non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo ideologico nell’affrontare il merito del presente snodo plebiscitario, che se non altro porterà finalmente a conclusione l’interminabile “campionato elettorale nazionale” – protrattosi per quasi un anno – al quale le nostre forze politiche hanno partecipato ricorrendo a toni dall’apocalittico al becero, dall’intellettualmente disonesto all’opportunisticamente accorato.
A suo tempo mi peritai di esporre alcuni motivi di perplessità in merito al testo di legge in queste ore sottoposto a votazione. In breve: troppi poteri per un Primo Ministro eletto contestualmente alla formazione delle assemblee parlamentari; equivoco lessicale sull’istituzione del nuovo Senato cosiddetto “federale”, ma in realtà convocato sulla base di un meccanismo a ripartizione demografica (una testa, un voto) del tutto in contrasto con la regola (uno stato, un rappresentante) che governa l’implementazione delle Camere Alte nelle confederazioni correttamente strutturate. E ancora: l’abolizione del bicameralismo – che pure mi ispira così tanta simpatia a livello epidermico – non provocherà un incremento della già spiccata tendenza a legiferare dei nostri rappresentanti? La vita civile italiana si muove su di un tappeto giuridico sotto al quale sono stati spazzati qualcosa come 250000 (duecentocinquantamila) tra codici, codicilli, commi, leggi, leggine e pandette. Ad oggi, pertanto, ogni nostro spostamento sul quel macroscopico coacervo di restrizioni che ci ritroviamo sotto i piedi rischia di sprofondare nelle sabbie mobili di un moloch normativo contraddittorio e disordinato, ai cui paradossi ciascuno di noi potrebbe un giorno ritrovarsi chiamato a soggiacere. Lo snellimento degli iter parlamentari può davvero garantirci nei confronti di una proliferazione giuridica tanto soverchiante, se già oggi siamo sommersi da un corpus giuridico potenzialmente annichilente?
In altre parole, mi sarei trovato più a mio agio di fronte ad un ventaglio di quesiti adeguatamente “spacchettati”, come accade quasi sempre nel caso dei referendum abrogativi, che consentono agli aventi diritto di misurarsi più liberamente con il merito delle domande poste loro.
Purtroppo, al contrario, ieri pomeriggio mi è passato per le mani un interrogativo secco. La logica binaria, al fine di approvare o meno un “oggetto” preso nella sua interezza e gravato anche da un solo motivo di disapprovazione, mi imponeva il rifiuto in blocco del quesito sottopostomi. Con conseguente NO anche a tutte le innovazioni positive eventualmente introdotte con la riforma, che a mio parere non mancano. Benedette siano la riduzione del numero dei parlamentari (l’autolimitazione dei poteri da parte di una qualsivoglia classe politica, com’è noto sin dall’antichità, costituisce una specie di miracolo), il riaccentramento degli ambiti decisionali in materia di lavori pubblici e di conformità costituzionale delle singole leggi regionali (altro che “Italia spaccata”: qui avviene proprio l’esatto opposto) e la moderatissima devoluzione alle regioni di alcuni comparti legislativi (scuola, sanità e sicurezza territoriale, ahimè senza portafoglio).
Solo che sbaglia Giuliano Ferrara allorché scrive, sull’ultimo numero di Panorama, che questo genere di consultazioni agevola il parteggiare “per null’altro che per un testo riformatore”. Casomai è vero che i referendum di tipo abrogativo facilitano l’opporsi a nient’altro che alla lettera di una determinata legge, senza costringere a troppo soprammercato partigiano ideologizzato. Invece dice bene il direttore de Il Foglio quando, rivolgendosi idealmente agli Oscar Luigi Scalfaro, ai Mario Pirani e ai Giovanni Sartori, asserisce che “non sanno quanto il meglio sia nemico del bene”.
Questo, se vogliamo, è esattamente il bandolo di tutta l’intricata questione. La portata del plebiscito che quest’oggi volge al termine fuoriesce dal ristretto perimetro della semplice conferma di un pacchetto di riforme altamente perfettibili, poiché esonda su territori concettuali assai più ampi e decisivi che non la contingenza normativa di medio-breve longevità. Essi conducono al rifiuto jeffersoniano dell’immobilismo costituzionale, all’affermazione, almeno in linea tendenziale, di principi come il federalismo fiscale (peraltro già contenuto nella Costituzione del ’48) e la gerarchia di governo a moduli decrescenti con la distanza dei gangli istituzionali dall’individuo-cittadino e al ripristino dell’interesse strategico di alcuni grandi ordini di opere pubbliche.
È per questi motivi che ieri ho vergato la mia crocetta sul SÌ, nella speranza che, giunta al termine la stagione degli slogan malmessi e delle grida belluine da scannatoio televisivo, le forze politiche sappiano riguadagnarsi il pane quotidiano tornando a svolgere con serenità e competenza il loro compito precipuo, vale a dire la compensazione in separata (e meno fisicamente “affollata”) sede delle indicazioni fornite dal popolo sovrano.




30 maggio 2006

La lussazione

Le conseguenze di certi gagliardi tentativi di “spallata” si giudicano in base al luogo fisico in cui ci si ritrova a tirarne le somme. E se quel “luogo” è un pronto soccorso, significa che la carica spintonatrice si è risolta in una prognosi (ortopedica) riservata.
A meno di clamorose smentite dell’ultimo minuto, è già possibile azzardare qualche commento ai risultati delle amministrative. Innanzitutto, un interrogativo di ordine strategico che mi assilla sin dalle Politiche di quasi due mesi fa: perché l’istinto suicida della Cdl si è spinto fino a indire tornate elettorali separate per i suffragi in calendario questa primavera? Come mai a Giuseppe Pisanu – responsabile degli Interni fino al recente cambio della guardia a Palazzo Chigi, dunque supervisore capo dello scadenzario politico di quest’anno – non è venuto in mente che alla scarsa militanza “municipale” dell’elettorato polista si sarebbe potuto ovviare convocando un Election Day per il 9 e 10 Aprile?
Domande che rimarranno inevase, o – peggio – rintuzzate appellandosi agli inevitabili rallentamenti che, in caso di accorpamento, si sarebbero profilati durante le operazioni di spoglio. Poveri scrutatori sfruttati.
Si conferma trionfante anche stavolta una cultura profondamente retrograda del governo degli enti locali. Il voto di scambio di marca assistenzialista la fa da padrone pressoché ovunque, contrabbandato – e conformemente percepito da ampi strati dell’elettorato – come esemplificazione strumentale della “grande politica”, almeno a giudicare da come tale espressione viene riempita di significato a livello amministrativo. Il politico capace, in altre parole, è ritenuto colui che si incunea tra le disparità sociali e le livella interferendo con la dispersione del reddito, allestendo pesanti cartelli clientelari in grado di stornare risorse da certi serbatoi tributari (situati per lo più nelle tasche del blocco elettorale avverso) verso bacini di consenso apoditticamente e arbitrariamente considerati “bisognosi” di un trattamento di favore. Valutazioni, le mie, che spiegano in larga misura i dati relativi a Roma e a Napoli, ma anche alla Sicilia dei “padroncini di voti” Cuffaro, Lombardo e Musumeci. Senza contare la fortissima implementazione che, con la vittoria di Prodi, questo paradigma di governo godrà a tutti i piani di potere: molte realtà territoriali si vedono amministrate da un monocolore politico (rossiccio) a cominciare dal sindaco fino ad arrivare al premier, con tutta la catena di controllo centrata sul comparaggio assistenziale appena descritto. Meno severo il mio giudizio su Sergio Chiamparino, una brava persona che si è ampiamente meritata la nettissima riconferma a primo cittadino di Torino.
Molti elettori di centrodestra non sono interessati a scegliere tra due diverse forme di prodigalità demagogica, per cui disertano le urne almeno finché non possono optare per l’austerità di bilancio applicata e continuamente riproposta da Berlusconi in persona – anche se, in cinque anni di governo, tanta enfasi risparmiatrice ha fatto capolino solo a livello periferico, cioè là dove allignano sindaci perlopiù sinistrorsi. Forse la Moratti ha insistito troppo sulla “discontinuità” rispetto alla gestione di Alberini, sindaco magari sopravvalutato ma capace, mediante l’esternalizzazione di molti capitoli di spesa comunale, di toccare le corde più sensibili di una città dall’animo profondamente liberale – e quindi attenta alla parsimonia con cui si maneggiano i pubblici denari.
Strappa un sorriso amaro, poi, la strabica partigianeria degli organi di stampa nel fornire un quadro complessivo di queste consultazioni: la Borsellino, con uno striminzito 42% in Sicilia, avrebbe riscosso un “fortissimo risultato” mentre Gianni Alemanno, con gli stessi identici numeri a Roma, si sarebbe buscato una scoppola.
La candida ingenuità di un centro-centrodestra che si illude di poter davvero ottenere una “rivincita” sul terreno, notoriamente sfavorevole, delle amministrazioni locali non cessa di allarmare quanti si aspettano – da anni! – che il berlusconismo, da geniale rimedio estemporaneo contro un golpe politico-giudiziario, si elevi a fonte battesimale di ciò che in Italia latita da sempre: una moderna destra liberalconservatrice che sappia federare le molte anime del moderatismo sparpagliato lungo quella oblunga “nazione” che, in teoria, dovrebbe essere la nostra.



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