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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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19 dicembre 2008

Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop

Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese.
Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”
. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti.
Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria.
È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata.
Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio.
Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.




8 agosto 2008

Liberticidio di mezza estate

Quest’anno l’Italia agostana si scopre in balia di un’insolita ondata di divieti creativi. Ovunque furoreggiano campagne “moralizzatrici” che, come di consueto nel fu Bel Paese, aggrediscono svariati malcostumi secondo il ben noto canone inverso dell’intervento ad hoc. Non provvedimenti strutturali a cui ottemperare organicamente, ma ordinanze comunali “caso per caso”, grida manzoniane verosimilmente in contrasto con chissà quante norme pregresse e/o sovraordinate – oltre che portatrici insane di iperregolamentazione maligna.
Sì, perché vietare i castelli di sabbia o il déshabillé nelle località turistiche vuol dire trasformare in violazione dilagante un comportamento del tutto legittimo fino a poco prima dell’interdizione. E il sanzionamento di infrazioni così statuite dà quindi luogo all’odiosa discrezionalità della repressione a casaccio o, peggio, indirizzata verso bersagli politicamente convenienti. Il sindaco che vieta alle comitive dai tre elementi in su di stazionare nei parchi pubblici; quell’altro che multa chi fuma nei parchi giochi; il gestore di impianti sportivi che non permette di fotografare i bambini in piscina. Sono tutti esempi di un atteggiamento ben preciso da parte delle autorità, improntato a presumere la colpevolezza di cittadini ritenuti, di volta in volta, potenziali teppisti, untori o pedofili.
L’impossibilità di punire uniformemente (leggasi equamente) simili fattispecie si somma quindi alla diffidenza reciproca tra amministrazioni e collettività alimentata da questo proibizionismo a tutto campo. L’equivoco alla base di certe rigide disposizioni consiste infatti nell’idea che l’applicazione di una normativa meticolosa “moralizzi” il costume pubblico. Mentre nei fatti accade esattamente l’opposto: il “bene” cristallizzato nei regolamenti specifici viene (forse) rispettato per timore di una condanna esecutiva, non per libera e spontanea adesione a un’etica riconosciuta come giusta, nell’ambito di una neutralizzazione politicistica della legge morale. Logico poi che premesse del genere facciano da apripista alla mentalità degli “italiani brava gente”, laddove l’indiscriminata presunzione di colpevolezza viene ricambiata con furbizie assortite e senso civico assai volatile. Del resto solo chi dà fiducia può legittimamente usare severità con l’incoscienza; ma in caso contrario, se ad esempio il trattamento riservato all’italiano medio disegna il corridoio comportamentale di un eterno minorenne, non si potrà condannare fino in fondo il reo per “averci provato” e ci si dovrà accontentare di una sorta di paternalismo perdonista a singhiozzo.
Al saldo libertà/responsabilità non si scappa. Viene dunque da chiedersi come mai appaia tanto conveniente, nell’Italia di oggi, riparare sotto l’egida delle norme anziché produrre consuetudine interagendo tra uomini liberi. Perché a un vicino di ombrellone molesto non si può chiedere un po’ di tregua? Perché a uno che fuma vicino ai bambini non si può domandare di spostarsi? La risposta a tali interrogativi ci riporta alla scarsità di fiducia. Dovrebbe essere l’esperienza, come tempo fa scriveva un saggio amico, a insegnare “alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge”. La pretesa di rifondare la “moralità collettiva” di cui sopra tramite l’officina legislativa – capovolgendo il paradigma riassunto tra virgolette – erode allora la morale stessa, negandone l’autonomia individuale ed essenziale, e prosciuga la fiducia che dovrebbe irrorarla.
Per uscire dalla spirale draconiana che stritola l’Italia urgono riforme in grado di restituire le persone a una dimensione morale più autentica, nella quale rinunciare all’omologante prontuario normativo e tornare a farsi carico “fisicamente” delle responsabilità. Occorre rassegnarsi all’impossibilità di determinare le circostanze interamente a priori: chi mi vieta di mangiare il panino sulla scalinata di Palazzo Barbieri si illude del contrario.




12 giugno 2008

Coerenza o completezza? Il caso delle norme edili

Nel primo quadrimestre del 2008, il settore dell’edilizia è stato interessato dall’emanazione di due leggi finalizzate a ottenere l’agognata “certezza tecnica” in altrettante branche del comparto: il calcolo strutturale e la sicurezza nei cantieri. La filosofia di questi Testi Unici risponde alla logica della completezza formale che, come vedremo, mal si accorda al principio della coerenza sostanziale. [continua su Movimento Arancione]




20 dicembre 2007

Macelleria messicana? No, galera italiana: il caso Bianzino

Poche delle posture lacrimogene a cui la cronaca quotidiana ci ha abituati mi irritano più del querulo piagnisteo solfeggiato dai professionisti della “disobbedienza civile” pizzicati in flagranza di reato. Chiunque scelga di scavare una trincea lungo il tortuoso confine che divide la legalità dall’illegalità e di calarcisi dentro deve – come minimo! – essere disposto a farsi carico in prima persona delle conseguenze del suo conclamato dissenso. Giuste o sbagliate che si ritengano le norme, l’assunto base della democrazia consiste nel loro rispetto fino a nuovo ordine: non è vero che nei regimi liberali la legge non impone un’etica a tutti, quanto piuttosto che essa rinuncia a fissarla una volta per tutte e definitivamente. Per non creare intermediazioni sociali inutili e vessatorie tra individui o gruppi di individui completamente estranei gli uni gli altri, meglio sarebbe legiferare il meno e ricorrere al federalismo il più possibile – ma non divaghiamo.
Il discorso che mi preme fare qui riguarda il limite che lo stato deve tenere presente nell’esercitare il monopolio della forza. La sanzione deve essere proporzionata all’illecito commesso: sembra una banalità di solare evidenza, tanto che nei sistemi giuridici a vocazione retributiva come quello americano i contenziosi si risolvono tramite il vero e proprio risarcimento in solido del danno.
Eppure, proprio nel paese che, plaudendo alla risoluzione ONU contro le esecuzioni capitali nel mondo, si erge a capofila della cultura rieducativa nel bilanciare delitti e pene, appena due mesi fa è stato compiuto un gravissimo crimine carcerario. Incredibilmente silenziato dai principali mezzi d’informazione, per giunta.
La mattina di Venerdì 12 Ottobre Aldo Bianzino, un falegname residente nella campagna perugina, è tratto in arresto assieme alla sua convivente, Roberta Radici, e trasferito nel carcere del capoluogo umbro. Gli viene contestata la coltivazione di centodieci fusti di marijuana, addebito ribadito poi dalle forze dell’ordine anche in conferenza stampa. Il giorno successivo “il legale d’ufficio incontra Aldo alle 14 e riferisce a Roberta [...] che Bianzino sta bene e si preoccupa per lei. Ma la mattina seguente Daniela, un’amica di famiglia, viene avvisata di correre la carcere in tutta fretta. «C’è un problema», le dicono. Il problema è che Aldo non respira più e Roberta, in evidente stato di choc, non ha nemmeno potuto vedere il suo corpo” [fonte]. Gli esami autoptici eseguiti sul cadavere di Aldo hanno riscontrato lesioni massive al cervello e due costole rotte, ma c’è di più e di peggio. Nella lettera che Claudio Bianzino, il fratello della vittima, ha inviato al Presidente della Repubblica viene detto chiaramente che le violenze subite da Bianzino non hanno lasciato segni esteriori. Dunque l’uomo sarebbe stato sottoposto alle torture di aguzzini professionisti, il che aggiungerebbe a questa spaventosa vicenda un dettaglio interpretativo sconcertante. Un trattamento del genere, infatti, ha una minima parvenza di giustificabilità qualora gli inquirenti ritengano di avere a che fare con un pezzo grosso, titolare di uno snodo nevralgico nella piramide del narcotraffico. Aldo Bianzino, al contrario, era un artigiano dedito unicamente ai sacrosanti e intangibili affari suoi. Coltivava piante di “maria”, d’accordo, ma per uso strettamente personale – come un semplice controllo sul suo conto in banca (inesistente!) avrebbe testimoniato fino a prova contraria. “Prova contraria” di cui, dopo una sessantina di giorni, non si ha notizia. Le indagini sulla sua morte, dulcis in fundo, sono state affidate allo stesso PM che ne aveva ordinato il fermo. Ma guai a parlare di conflitto d’interessi: in Italia autonomia e indipendenza della magistratura sono garantite dalla chiusura corporativa della casta tribunalizia.
Forse, tra l’arrestare e il “rieducare”, c’è di mezzo il mare (troppo) magno dell’arbitrio sul quale il ceto dei “rieducatori” può fare pieno assegnamento. Con buona pace di Beccaria, temo.
Non solo: uno svarione come può essere lo scambiare un innocuo padre di famiglia con un maxi spacciatore solleva pesanti perplessità sui criteri di nomina dei funzionari pubblici nel nostro paese. Come se non bastasse, parliamo di ruoli che richiederebbero personale altamente qualificato sotto tutti i profili (intellettuale, psicologico, morale). A questo proposito, se penso alla parola più autenticamente “di destra” che mi sovvenga, non posso che soffermarmi sul concetto di gerarchia. O catena di comando, o filiera decisionale: si tratta dell’allocazione dei soggetti giusti nei posti giusti, un fine che solo la meritocrazia e la competizione possono perseguire con qualche speranza di successo. Stante la terribile ingiustizia subita da Aldo Bianzino e dai suoi cari, coloro che come me stanno a destra non hanno proprio nessun parere da esprimere al riguardo?




13 giugno 2007

Se Milano piange, Parma non ride

Il prossimo sei tu!Per la maggioranza in queste ore ardono le ultime braci di una settimana infernale. Come ampiamente preventivato, nessun tizzone ha scottato la sinistra abbastanza da provocare una crisi di governo. La vertenza Visco-Speciale trova una pur minima giustificazione nel surrettizio spoil system instauratosi a margine di un bipolarismo privo di adeguato corredo normativo e istituzionale. L’esito delle amministrative, senza l’espugnazione di Genova, vede l’Unione attestarsi sulla sua linea del Piave ma non implodere (situazione che la Cdl visse solo dopo quattro anni di governo, con la Caporetto alle regionali del 2005: considerato che l’anno prossimo ci sono in ballo il Friuli – Venezia Giulia e la provincia di Roma, tanti auguri a Prodi e compagnia). La divulgazione delle conversazioni telefoniche tra i vertici del comitato d’affari diessino e il loro referente operativo, stante l’irrilevanza penale delle parole sbobinate, si limita “solo” a sollevare una grave questione morale (relativa non agli inevitabili “legami tra politica e affari”, ma all’odiosa ipocrisia con cui da oltre tredici anni la sinistra tenta di circoscrivere la conflittualità d’interessi al solo Berlusconi, occultando la propria dietro il paravento di una presunta superiorità antropologica).
Il clamore mediale su queste tre criticità, però, sta facendo passare sotto silenzio il consumarsi di una scandalosa ingiustizia. I due tronconi – milanese e parmigiano – del processo a Calisto Tanzi per il crack Parmalat si avviano infatti a risolversi in un nulla di fatto. Malgrado una quindicina di giorni fa il giudice ambrosiano Livia Ponti abbia respinto le richieste di patteggiamento avanzate dagli imputati, a Milano il procedimento sta per azzerarsi a causa di una opportunistica inerzia da parte del ministro Mastella nell’applicazione del combinato disposto indulto-legge Cirielli. La prescrizione delle accuse è prevista per il 2008, ma l’indulto prodian-berlusconiano avrebbe cancellato l’intero iter processuale in ogni caso. La continuazione tra i reati contestati a Milano e a Parma – dove si procede per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta – era poi preordinata a legare gli esiti dei due processi, con il bel risultato di pene non oltre il mese di reclusione per aggiotaggio. Nel tribunale del capoluogo emiliano, inoltre, pendono diciotto tronconi d’inchiesta inerenti la vicenda; il tutto a fronte della vera e propria emorragia di organico che, da un paio d’anni a questa parte, coinvolge endemicamente quel palazzo di Giustizia.
L’indulto rappresenta una dichiarazione di resa dello stato di diritto nei confronti del crimine e la responsabilità della sua promulgazione pesa come una macigno sulla quasi totalità del plenum parlamentare italiano (solo Lega e An votarono contro). Ma la Cirielli – almeno per quanto riguarda la parte garantista della legge, che riduce i termini di prescrizione per i reati finanziari – andava recepita e applicata come incentivo all’efficientamento dei tribunali, non come sprone alla fuga dei magistrati dalle strutture periferiche. Il Guardasigilli, garante di un programma di governo improntato al ripristino del falso in bilancio come reato “di pericolo”, dà tuttavia l’impressione di dormire sugli allori. Non si fa molta fatica a comprendere il motivo di un simile atteggiamento: già intendente dell’agglomerato politico più copiosamente foraggiato dalle Parmabustarelle (la compianta sinistra Dc), il vispo sannita dagli occhi a palla temporeggia pro domo sua.
Ora si potrebbero alzare accorati lamenti contro la “casta”, colpevole di menare per il naso i poveri risparmiatori due volte. Invece io preferisco non tanto mostrare indulgenza verso gli sprovveduti che hanno incautamente sottoscritto prodotti finanziari ad alto rischio quali i corporate bond, quanto rammaricarmi per la riuscita della strategia escogitata dagli istituti di credito italiani al fine di sottrarsi ancora una volta a qualsiasi assunzione di responsabilità. Un quadro normativo ingenuamente concepito e dolosamente applicato, purtroppo, ha consentito alle cinghie di trasmissione tra popolo bue e industria decotta (nonché corrotta) di eludere una sempre più improcrastinabile resa dei conti davanti alla giustizia.
Le casseforti dei padronati editoriali e confindustriali – con i cui portavoce taluni “volenterosi” si illudono di poter scendere a patti liberisti – allontanano quindi il momento della loro trasformazione in un moderno mercato bancario al servizio della gente. Per noi comuni mortali, un’opportunità in meno per non essere più trattati – volenti o nolenti – come titolari di crediti perennemente in sofferenza.

Aggiornamento (15-06-2007)  Nemmeno a farlo apposta, per il crack Parmalat banche rinviate a giudizio. Il fatto che si tratti solo di istituti esteri (Citigroup, Ubs, Deutsche Bank e Morgan Stanley) e che l'istruttoria inizi con così tanto ritardo, però, mi lascia molto perplesso. Anche le ipotesi di reato contestate dalla procura, basate sulla responsabilità oggettiva, mi sembrano poco stringenti e assai opinabili in sede dibattimentale. Comunque spero che queste premesse siano funzionali a un impianto accusatorio ben pianificato dagli inquirenti. La prescrizione incombe.




25 gennaio 2007

"Prodienko": torti e ragioni

La ricostruzione della connection Guzzanti-Scaramella-Litvinenko-Prodi, per il modo frammentario e contorto in cui è stata fornita dal circuito mediatico (anche e soprattutto su internet), continua a lasciarmi con numerosi dubbi irrisolti. Ne ho esposti parecchi qui, ma ne ripeto e aggiungo qualcuno in breve: la lista esaminata dall’informatore napoletano e dall’ex spia russa al sushi bar di Piccadilly Circus conteneva i nomi delle potenziali vittime di ritorsioni putiniane (come sostenuto ad esempio qui e qui) oppure un elenco di indiziati dell’omicidio di Anna Politkovskaja (vedi qui e qui)? Se la risposta giusta è la prima, perché mai Scaramella avrebbe dovuto provare tanto sconcerto – al punto da attraversare precipitosamente la Manica – leggendo il suo nome e quello di Guzzanti tra i possibili bersagli, se tale status di perseguitato gli era noto già da un anno grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (ulteriori dettagli qui)? Se invece fosse buona la seconda, a qual pro tirare in ballo l’equivoco ruolo giocato dal faccendiere Eugenij Limarev, prima accusandolo di aver “forgiato” la mail responsabile dell’infingarda trasferta londinese di Scaramella e poi sollevandolo da ogni responsabilità in quanto strumentalizzato e manipolato dai giornalisti-fabbricatori di Repubblica? E ancora: di quale credibilità può godere l’ex consulente della Commissione Mitrokhin, con quel curriculum vitae che sembra uscito dalla penna di Maurizio Milani?
Sono poi dello stesso schietto avviso di Arturo Diaconale, quando approfitta dell’intricata faccenda per rimproverare “di sponda” a Guzzanti alcune sue innegabili idiosincrasie. Più in generale, non se ne può davvero più dei tanti orfani del sinistrismo – ex comunisti, ex PotOp, ex FGCI, ex Lotta Continua, ex PSI, radicali cannibalizzati da Pannella e quant’altro – che, approdati buoni ultimi ai meno disastrati ma culturalmente più disomogenei lidi di centrodestra, pretendono di imporre a tutta una parte politica il loro elitismo intellettuale da operetta e il loro modus operandi. Con precisi – e, dal mio punto di vista di liberalconservatore mai ricreduto, inopportuni – effetti anche sul modo di fare informazione e di rapportarsi alle proprie fasce sociali di riferimento. Da cui quella venatura di micro-settarismo rinfocolatore che contraddistingue coloro che, come ultimamente capita abbastanza spesso a Paolo Della Sala, sembrano ritenersi gli isolati depositari di una superiore comprensione della realtà di cui, “per mancanza di garantismo, per viltà, per ignoranza, o per furbizia”, il gregge dei “candidi babbioni di centrodestra” si ostinerebbe a privarsi. Anche dopo essere passati dall’altra parte della barricata politica, in pratica, taluni non perdono il vizio di voler ammaestrare masse ritenute incapaci di capire appieno e autonomamente il mondo che le circonda, e mi rincresce profondamente dover prendere a modello di questo atteggiamento proprio uno dei cinque blogger presenti sin dal mio primo giorno di “vita” tra i link disponibili a destra dello schermo.
Magari Paolo non ci crederà ma, di fronte ai primi particolari trapelati a margine di questa spy story anglo-sovietica, il mio primo pensiero fu che, di fronte alla notizia di presunti legami di Berlusconi con la CIA, si sarebbero immediatamente mobilitati i potenti mezzi della stampa più accreditata. E che Prodi, invece, avrebbe beneficiato ancora una volta del solito speciale riguardo in cui il mainstream media progressista tiene i suoi beniamini. Capirai che osservazioni risolutive. Per fronteggiare questo stato di cose, io che di sinistra non sono (mai stato) voglio poter adoperare strumenti controintuitivi diversi da quelli utilizzati dai miei avversari. Il gioco delle retoriche contrapposte – cioè delle antitesi dialettiche forzose – non mi interessa e non mi appartiene.
Quindi, prendendo visione di questo articolo pubblicato lo scorso 26 Novembre su La Repubblica (molto interessante, anche per ragioni che illustrerò in seguito), tutto mi era venuto da pensare meno che tralasciasse di specificare quale fosse stato l’argomento di discussione tra Litvinenko e gli italiani. Eccone un estratto molto significativo:

“Ho raccontato come l'Fsb, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del Kgb. Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni.
a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il Kgb. Mario mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi.
b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sosteneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del Kgb.
c) La Olivetti. Mario voleva sapere se gli affari dell'Olivetti nell'ex Unione Sovietica nascondevano legami con il Kgb”.

Laddove a parlare in prima persona è Alexander Litvinenko (e la sottolineatura è mia): basta una lettura frettolosa, per cogliere al volo la materia del contendere, ossia le infiltrazioni dei servizi segreti sovietici negli ambienti della sinistra italiana e in particolare la posizione preminente attribuita a Prodi in questa rete di collaborazionismi. Da notare che il testo repubblichino viene presentato come la trascrizione di un colloquio tenutosi il 3 Marzo 2005 tra l’ex tenente colonnello del Kgb e alcuni inviati del quotidiano. Il nocciolo della contro-testimonianza sta in un ribaltamento di prospettiva, per cui Litvinenko dichiara di aver collaborato con la Commissione Mitrokhin solo allo scopo di evitare che suo fratello Maxim – residente a Rimini con un visto studentesco – fosse espulso in Russia e consegnato a morte certa. L’esule russo, poi, non risparmia attacchi pesantissimi a Berlusconi, accusato di aver scambiato con Putin le informazioni raccolte da Scaramella (tramite Litvinenko stesso) per ottenere “altro” in contropartita. Cosa fosse questo “altro” non è dato sapere, ma del resto è noto che l’importante è calunniare: qualcosa resta sempre.
Facciamo mente locale. Repubblica dispone di notizie scottanti già nel 2005, ma le tiene nel cassetto in vista di un loro pronto utilizzo contro i “mestatori” al soldo della Mitrokhin. Una sincronia precognitiva alquanto sospetta, tenuto conto della spendibilità preelettorale di uno scoop antiberlusconiano di tale portata. Passo fondamentale dell’articolo è però quello in cui Litvinenko afferma di non aver mai sentito parlare di Romano Prodi prima di essere interrogato da Mario Scaramella. Gli aficionados di questa vicenda non possono altresì ignorare che l’indiscrezione secondo cui Prodi sarebbe stato “l’uomo del Kgb in Italia” fu trasmessa a Litvinenko dal generale Trofimov quando, nel 2000, l’ex spia mediatava di muovere verso il Belpaese. Qui c’è qualcuno che non la conta giusta, a quanto sembra, perché delle due l’una: o Litvinenko sapeva dei trascorsi prodiani già nel 2000 o gliene ha dato contezza solo l’interrogatorio protetto con Scaramella, nel 2005. Chi è che mente?
Ieri La Repubblica ha dato alle stampe un nuovo articolo inerente la connection, stavolta per smentire l’attendibilità del video – in cui compaiono Scaramella, Litvinenko e suo fratello in veste di interprete – trasmesso Lunedì sera da Panorama della BBC. Nello speciale si dà conto precisamente della soffiata su Prodi e sulle sue implicazioni con il regime sovietico, ma i republicones sostengono si tratti di una montatura orchestrata da Scaramella nel Febbraio 2006, con relativa imbeccata di due complici per forza di cose (ancora per via del “ricatto al fratello” di cui sopra, si presume). Le date combacerebbero peraltro con quelle a cui alludeva l’eurodeputato inglese Gerard Batten nel suo celebre intervento (repetita iuvant, qui il video e qui la trascrizione) del 3 Aprile 2006.
Ora, tra il Marzo 2004 – periodo in cui Litvinenko, stando alla sbobinatura di Rep., dice di aver incontrato Scaramella per la prima volta – e il Febbraio 2006 intercorrono più di due anni. Un lasso di tempo più che sufficiente per permettere a una ex spia di sottrarre se stesso e i suoi cari alle macchinazioni occulte escogitate da Berlusconi e dai suoi sgherri. Va bene che parliamo di una “barba finta” un tantino arrugginita, stante la sequela di trabocchetti e di fregature in cui il Nostro è caduto senza mai mettersi sull’avviso, ma rimanere passivamente ostaggio dei mandatari della Mitrokhin per tutto quel tempo diventa troppo anche per lui. Uno che realizza di essere stato “usato” dagli uomini di “un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo” (dove il grazioso attestato di stima è riferito a Berlusconi), tratte simili conclusioni organizza qualche contromossa. Non rimane a collaborare con gente che lo paga in nero e gli cripto-sequestra il fratello. Invece, secondo Repubblica, in due anni Litvinenko deve quantomeno aver dimostrato di sapersi adattare piuttosto remissivamente alle disavventure impreviste e alle consulenze sottobanco. Lui, fuggito in modo rocambolesco dalla Russia putiniana, capace di mettere al sicuro anche suo fratello in un contesto simile e ammazzato atrocemente assieme alle sue scomode verità, sarebbe stato un individuo così meschino? Si fa fatica a crederlo.
Anche le versione di Rep. tradisce discrete dosi di tendenziosità e di approssimazione logica, per farla breve. Se a questa constatazione si aggiunge che Paolo Guzzanti accusa il giornale del gruppo DeBenedetti di non disporre delle registrazioni dell’intervista postuma a Litvinenko datata 2005, il sapore della faccenda vira al fiele.
Lasciando perdere ogni mia ubbia sull’ermeneutica del giusto modo di “essere di destra”, qui abbiamo un senatore della Repubblica (italiana, beninteso) che si protesta vittima di una diffamazione a mezzo stampa mutilata del sacrosanto diritto di replica. Ma non solo: dagli attacchi di Rep. traspare la volontà di screditare le risultanze peritali dei lavori di una commissione parlamentare d’inchista con metodi estranei alle procedure democratiche. Di più: i cadaveri di Trofimov, della Politkovskaja e di Litvinenko chiedono giustizia. Ancora di più: con accuse che investono la reputazione del Presidente del Consiglio, alle prime, comprensibili cautele (da dilettante allo sbaraglio, pensavo che la grande stampa stesse attendendo il momento giusto per mettere in campo notizie di prima mano, previo vaglio di fonti informative auspicabilmente riservate ed esclusive) continua a fare seguito un silenzio che francamente inizia a preoccupare. A fronte di ipotesi che mettono pesantemente in discussione l’onorabilità dei vertici istituzionali non si può fare finta di nulla, specie ove si appartenga organicamente alle strutture di quel “quarto potere” che, per l'appunto, dovrebbe essere nella condizione di potere (e volere) guardare ai grandi temi di attualità da posti di osservazione ben più esaustivi di quelli di un blogger munito delle sue brave nozioni di riporto.
Insomma: Presidenti di Camera e Senato, testate giornalistiche rinomate, dove siete? Cosa aspettate a ristabilire un minimo di correttezza istituzionale? La democrazia è fatta di forme, sapete?

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20 gennaio 2007

Tri-dazer

1 – Fuoco

Non occorre possedere un eccezionale esprit de finesse per arguire che, da queste parti, il giudice Clementina Forleo non gode di grande considerazione, né umana né professionale. Questa seconda, decisiva categoria di valutazione ha ricevuto anche le stigmate della Corte di Cassazione, allorché ieri l’altro la sentenza di assoluzione a suo tempo formulata dalla magistrata noglobal nei confronti di alcuni membri di Ansar al Islam (formazione terroristica islamica facente capo al network di al Qaeda) è stata proclamata – per l’appunto – cassata.
Nelle motivazioni del verdetto, tra l’altro, si afferma che:

 

“Costituisce atto terroristico anche quello contro un obbiettivo militare, quando le peculiari e concrete situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile, contribuendo a diffondere nella collettività paura e panico. [...]
[Sono quindi considerati atti terroristici non solo quelli] esclusivamente diretti contro la popolazione civile ma anche gli attacchi contro militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”. [fonte] 


Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Ma nemmeno per sogno. Gli stralci di cui sopra, infatti, suscitano un interrogativo per nulla secondario: e se i militari coinvolti negli attentati non fossero affatto stati “impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”? Sarebbero forse apparse meno “certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile”, provocate dall’attacco a tradimento lanciato da formazioni armate sprovviste di uniformi, mandato democratico e autorità giudiziarie di riferimento? Bisogna pensare qualche momento a dove si possano rinvenire dati giurisprudenziali in grado di far luce sul rovello in questione.
Ecco: magari pescando tra le passate sentenze della Suprema Corte. Ma in quali circostanze può essersi mai verificato uno scenario para-bellico paragonabile a quello creatosi nell’Iraq di oggi, con truppe di occupanti colpite dai sabotaggi e dalle imboscate di cellule armate spontaneamente organizzatesi tra la popolazione civile? Mumble mumble.
Ecco: la lotta partigiana in Italia dal 1943 al 1945. Lungi da me ogni parallelismo fuori luogo, s’intende: americani e nazisti non costituiscono certo la medesima tipologia di “occupanti”, né mi sogno lontanamente di assimilare la lotta partigiana alle poco eroiche gesta dei tagliagole capeggiati dal fu al Zarqawi. Però anche in quel contesto furono condotte operazioni militari informali che causarono “danni collaterali” tra i civili. Ma quali, in particolare? Pensa che ti ripensa...
Ecco: l’attentato di Via Rasella del 23 Marzo 1944. Basta un clic su Google e salta fuori un bilico di risultati. L’ultima sentenza relativa all’episodio di specie risale al 1999, ed è stata emessa proprio della Cassazione. Dopo aver motivato l’accoglimento del ricorso da parte degli attentatori – precedentemente fatti oggetto di una archiviazione in malam partem – con osservazioni di carattere sostanziale e procedurale, la sentenza entra nel merito. E, tra l’altro, dice che:

 

“L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nei giorni seguenti), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti. [...]
Il fatto oggetto della richiesta di archiviazione proposta dal P.M. e del provvedimento impugnato per la qualità di chi lo commise, per l'obiettivo contro il quale era diretto e per la finalità che lo animava, rientra, in tutta evidenza, nell'ambito di applicazione del D.L.vo Lgt.12.4.1945 n. 194, che dispone: «Sono considerate azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai comitati di liberazione nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita». [...]
La legittimità dell'operazione considerata, unitaria nell'azione e nello scopo perseguito, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di «azione di guerra». Le azioni predette sono purtroppo per loro natura caratterizzate da effetti consimili, come emerge dal «bombardamento» disciplinato dal Titolo II, Capo II Sez. II della legislazione di guerra di cui al R.d. 1415 del 1938, all. A.
[...] Esclusa così la configurabilità del reato di strage contestato, il provvedimento d'archiviazione impugnato, abnorme, può essere riportato a legalità sostituendosi, a quella parte nella quale si dichiara la responsabilità dei denunciati per il reato predetto e si motiva l'archiviazione sulla base dell'amnistia disposta con D.L.vo Lgt. 5.4.1944 n. 96, la motivazione inerente alla non previsione del fatto come reato dalla legge”. [fonte]

 

Laddove naturalmente le sottolineature sono mie. A questo punto, per non contraddire se stessa, la Cassazione – nel caso in cui fosse chiamata a esprimersi sulla legittimità di un attentato dinamitardo contro soldati americani nel pieno svolgimento di “operazioni belliche” – dovrebbe pronunciarsi pro reo. Col non proprio spettacolare risultato di equiparare giuridicamente, sebbene solo in parte, la posizione delle truppe USA oggi di stanza in Iraq alle SS della buonanima Kesselring.
Cristallino, nevvero?

 

2 – Fulmine

Giuseppe Regalzi trae spunto da un’intervista rilasciata da Ugo De Carlo al quotidiano L’Avvenire per ribadirsi favorevole all’introduzione del testamento biologico. Il brano chiamato in causa:

 

“quando una persona passa improvvisamente da una situazione di relativo benessere a uno stato in cui debbono essergli praticati trattamenti sanitari mentre si trova in una situazione di incapacità, emerge un altro problema. In questi casi, infatti, il consenso di cui si terrebbe conto è quello espresso in circostanze completamente differenti. Ritengo infatti che la non attualità del consenso, o meglio, del dissenso preventivo, sia senz’altro l’aspetto più inquietante di questo strumento.

Per quali motivi?

Al di là dei possibili miglioramenti diagnostici e terapeutici che possono intervenire nel medio termine, mi chiedo chi potrebbe garantire che le scelte fatte quando si gode di un’apprezzabile salute sarebbero confermate nel momento in cui si vivesse una certa situazione di malattia. Per limitare tale aspetto, che costituisce la più grande controindicazione al testamento biologico, è necessario affermare che il medico non può essere vincolato in modo assoluto alle dichiarazioni anticipate del paziente”.

 

Le controargomentazioni di Regalzi:

 

“Al di là degli argomenti traballanti (anche un testamento non biologico viene «espresso in circostanze completamente differenti» da quelle in cui viene attuato, ma ciò non impedisce certo che sia valido; e in ogni caso quale approssimazione migliore della volontà di un paziente incapacitato può esistere, prima facie, se non quella da lui stesso espressa in passato?), emerge anche stavolta – come in tutti i pronunciamenti di questo genere e da questo pulpito – un disprezzo malcelato, profondo, livido, per l’autonomia delle persone, ritenute incapaci persino di immaginarsi in una condizione diversa da quella solita, eterni minorenni bisognosi di libri che pensano per loro, di direttori spirituali che si occupano della loro coscienza, e di medici che decidono ciò che conviene loro”.

 

Adesso immaginate di dover discutere con un ingegnere strutturista, in via del tutto preliminare, le specifiche costruttive di un telaio in c. a. situato in zona sismica 1, quella più gravosa ai sensi dell’Ordinanza 3274. Senza enfasi, siete i committenti di un progetto che coinvolge questioni letteralmente di vita o di morte (le quali, come saprete, possono presentarsi anche all’infuori dall’ambito medico).
In fase di progettazione di massima, occorre ponderare precise alternative tecniche. È possibile calcolare l’ossatura portante in modo da conferirle caratteristiche meccaniche e geometriche di forte duttilità o, invece, di elevata rigidezza alla traslazione. Si tratta di scelte che hanno profonde e differenti ricadute sia sul tipo di comportamento del complesso edilizio eccitato da un terremoto che sul livello di qualifica professionale da richiedere all’impresa costruttrice, quindi sui costi di realizzazione dell’immobile. Immagino lo sappiate tutti, del resto.
Il committente deve scegliere tra una struttura duttile (travi ricalate con rottura bilanciata, nodi ad armatura continua, confinamento del calcestruzzo e tante altre amenità di dominio corrente), che richiederà grande perizia – cioè disponibilità di tempo e denaro – nella realizzazione degli elementi orizzontali, e una struttura rigida (travi in spessore, nodi con armatura risvoltata e rottura delle travi anche nel campo 2a del diagramma di Prandtl), che, all’opposto, obbligherà a gettare pilastri molto ingombranti, sovente di difficile implementazione nell’insieme di vincoli architettonici stabiliti in fase meta-progettuale. Inezie, si dirà. Però bisogna almeno fornire un’indicazione preliminare al progettista.
Ora, per disgraziata combinazione, al committente occorre un colpo d’apoplessia proprio all’uscita dallo studio di progettazione. C’è da sperare che, tramite apposito documento olografo, egli abbia potuto/saputo/voluto anticipare le direttive necessarie alla prosecuzione dell’accantieramento (lo scavo di sbancamento, come spesso avviene in casi del genere, è stato eseguito preventivamente; e tutti gli adempimenti amministrativi sono stati completati). Dopotutto, si tratta di consegne alla portata di chiunque. Mica siete dei fanciulli; saprete pur discernere queste elementari faccende in anticipo e con assoluta cognizione di causa, o no?

 

3 – Acqua

Paolo della Sala linka una sinossi storica sul sionismo e la nascita di Israele, quale pezza d’appoggio per sostenere le sincere intenzioni liberatrici di Vladimir Jabotinskij nei confronti degli arabi sottomessi all’Impero Ottomano (correva l’anno 191) e la prevalenza demografica degli ebrei in Terra Santa già nel 1947.
Sennonché i 2Twins controbattono in rapida successione che:

 

“È pretestuoso affermare che la Jabotinskij abbia «liberato» gli arabi. La sua partecipazione alla prima guerra mondiale in Medio Oriente, converrai con me, non aveva proprio nulla a che fare con la volontà di liberare alcun popolo. Allora si combatteva per «power politics» (politica di potenza), per sconfiggere il nemico. Capitò che l'impero ottomano scelse la parte sbagliata. Che questo abbia portato alla liberazione degli arabi è poi un'altra faccenda. Ma non dipingiamo Jabotinskij come un partigiano degli arabi.
[...] nel sito che riporti non è riportata la data del censimento, ma poiché si parla di «popolazione in Israele», ovviamente non può trattarsi di dati relativi al 1947 – come tu scrivi – se non altro perché allora Israele non esisteva ancora. Probabilmente si riferisce al 1948.
Stessa cosa? Non proprio. Nel 1947, secondo l'Agenzia Ebraica, c'erano 500.000 ebrei in Palestina. Ciò significa che la differenza – ed è assolutamente credibile, dati i tassi di immigrazione di allora – con le cifre del sito che riporti è data da nuovi immigrati”.

 

E che:

 

“Jabotisnkij era un convinto sionista con il particolare difetto di concepire gli arabi come intimamente avversi tanto da suggerire di costruire «un muro di ferro, fino a quando non si saranno stufati di combatterci». Insomma: non solo non ha combattuto per l'indipendenza degli arabi, ma neppure la voleva.
[...] gli Americani non hanno acquisito alcun diritto sull'Italia per via della liberazione. Senza contare poi che, COMUNQUE, il contributo della legione ebraica e' stato certamente minoritario (non ho numeri, ma dubito si potesse trattare di più di qualche migliaia di individui).
Infine, solleva anche diversi dubbi «l'oppressione ottomana». In realtà il dominio Ottomano era praticamente inesistente in Terra Santa. Prova ne è il fatto che Francesi e Inglesi maneggiavano comodamente la zona, già dal 1981”.

 

Risponde infine Paolo:

 

“quella su Jabotinskij è una iperbole, ma certamente la sua «guerra» contro i turchi portò a qualcosa di tangibile, non solo alla dichiarazione Balfour, ma anche a un nuovo assetto del M.O.
Indubbiamente non fu l'altra faccia dell'intervento italiano in Libia; non fu, cioè, una battaglia per la liberazione di tutti i popoli dall'oppressione. Fu piuttosto una prima mossa verso l'indipendenza (di Israele, prima di tutto, ma per effetto domino, di tutti).
[...] Gerusalemme (il suo centro, almeno) era a maggioranza ebrea già nell'800. Idem altre città sulla costa. Basta leggersi il «Viaggio da Parigi a Gerusalemme e ritorno» di Chateubriand. Il punto, nel contesto retorico di un blog, non è di puntualizzare i dati storici uno alla volta e scollegati (il che diventa un limite nella comunicazione web), ma di fare sintesi e interconnetterli per formarne un messaggio.
Quindi il post vuole segnalare che – contrariamente a quanto l'opinione pubblica crede – la presenza di popolazione ebrea nell'attuale Israele è sempre stata viva e reale. Israele non è pertanto solo uno stato artificiale, creato all'indomani della Shoah, ma anche parte di un lungo movimento di liberazione nazionale”.

 

Dibattito senz’altro molto affascinante, questo, ma viziato all’origine da un errore di prospettiva “giuridicistica” che mette gli interlocutori nelle condizioni di non venirne mai a capo. Posto che l’autodeterminazione nazionale non basta, da sola, a garantire il rispetto dei diritti umani o di standard minimi di libertà individuali, va ricordato altresì che una predominanza etnica non giustifica di per sé la fondazione di uno stato nazionale sottoposto ad essa.
Se domani si scoprisse che esistono alcune enclave albanesi in Puglia (anzi, ora che ci penso quest’ultima non è una supposizione, ma un dato di fatto), ciò non consentirebbe assolutamente all’Albania di avanzare pretese espansionistiche su tali ipotetiche circoscrizioni. Né fu la presenza di coloni yankee in Texas, tra il 1836 e il 1845, a sancirne automaticamente l’annessione agli Stati Uniti a spese del Messico.
Le dispute territoriali si risolvono in favore di chi siede al tavolo delle trattative da vincitore dopo “regolare” conflitto bellico. È questo il caso degli israeliani, che hanno vinto più volte sul campo il loro diritto ad abitare negli ex-latifondi ottomani di Palestina, e dei texani di Sam Houston, che sconfissero Santana e si conquistarono la terra in cui abitano tuttora.
Se non si spezza questo nodo gordiano iniziale, hanno ragione tutti e nessuno, nello stabilire torti e ragioni in Medio Oriente.




21 dicembre 2006

Su Welby, da libertario a libertario

Da leggere tutto, il post odierno di Retorica e Logica, specialmente laddove riporta la presa di posizione autenticamente cattolica e liberale di Roberto Mordacci – docente di Filosofia Morale all’Università San Raffaele di don Luigi Verzé, Milano – in merito al trapasso del povero Piergiorgio Welby.
Il secco no all’omicidio del consenziente – restrizione indispensabile per consentire la collimazione logica tra metodo e sistema in una liberaldemocrazia, come argomentavo quiqui – non deve impedire di riconsegnare lo specifico caso di Welby al suo corretto quadro clinico, morale e normativo. Che non riguarda l’accanimento terapeutico o l’eutanasia in senso stretto, né tantomeno il riconoscimento sic et simpliciter di quella variante egalitaria e totalizzante dell’autodeterminazione individuale che emerge dagli untuosi ragionamenti di tanti apprendisti liberali. Qui si parla(va) del diritto soggettivo – sancito peraltro dalla Carta Costituzionale – di rifiutare un trattamento sanitario in palese assenza dei presupposti legali necessari a renderlo obbligatorio. Checché stiano ad almanaccare gli “apprendisti liberali” di cui sopra, infatti, lasciar morire e sopprimere rimangono azioni eticamente ben distinte, a meno di non abbracciare il consequenzialismo da pianerottolo per cui, tanto, “non fa differenza: tu agisci, tizio muore in entrambi i casi”. La forte sedazione somministrata a Piero Welby è servita ad anestetizzargli la sospensione della ventilazione polmonare meccanica che, sola, è responsabile dell’avvenuto decesso: in questa circostanza si può dire di aver lasciato morire, non di “aver suicidato” qualcuno. Ci si augura che l’azione penale da parte della magistratura, obbligatoria, tenga adeguatamente conto di tutte le circostanze fortemente attenuanti ravvisabili in questa vicenda.
Rimane il disarmo per un’interpretazione dell’assetto giuridico nazionale – mi riferisco all’ordinanza emessa la settimana scorsa dal giudice romano Angela Salvo – ancora legata ai vetusti fiscalismi tipici del diritto romano, mentre nel contesto di una giurisprudenza consuetudinaria – nell’ambito della quale le regole siano emanazioni dirette del costume, come per la common law anglosassone – il pronunciamento di un magistrato avrebbe potuto benissimo coprire un vuoto legislativo di dettaglio.
Naturalmente, chiunque proclamerà di aver posto in essere un gesto di “disobbedienza civile” aiutando Welby a esaudire il suo desiderio, magari dopo averne ribadito la “legalità di massima” per come brevemente spiegata anche in questa sede, si dovrà fare carico della contraddizione in termini insita nella sua affermazione.

Aggiornamento (23-12-2006): Sullo stesso tema, con particolare riguardo al coacervo di aporie che sottende gran parte degli argomenti frequentati dal mainstream pro-eutanasia, offre senz'altro un punto di vista interessante anche l'igneo "loicismo" di Bernardo.




23 novembre 2006

"Prodienko": scoop o fregatura?

Premessa: per raggiungere il (meritorio) obiettivo di infrangere la sudditanza alla mistica sinistrorsa dell’onestà “democratica e progressista” – contrapposta, manco a dirlo, allo speculare affarismo senza scrupoli di conservatori e reazionari – personalmente trovo inutile e controproducente mettere in scena mirabolanti spy story tra il lusco e il brusco, tanto allusive quanto prive di riscontro. Mi ha fatto specie, tanto per prendere il primo di una lunga serie di riferimenti, la montatura a proposito dell’inesistente “scandalo” riconducibile – a detta di un solitario millantatore – a Telekom Serbia e ai suoi rapporti con eminenti personalità del centrosinistra italiano. Un gran polverone mediatico risoltosi in un clamoroso boomerang per i suoi estensori e, di riflesso, per tutta la parte politica alla quale l’opinione pubblica li ha prontamente associati. Per smascherare la corruzione che alligna anche a sinistra basterebbe una bella inchiesta sul sistema di potere campano, ovvero una sorta di feudalesimo regionale unionista remunerato a suon di clientele (anche para-camorristiche) assai laute.
Invece pare che il sensazionalismo goda di un fascino irresistibile, presso i media di area cidiellina. Quale nuovo epifenomeno di tale consolidato appeal, si sta imponendo il vespaio di illazioni più o meno top secret scoperchiatosi a latere dell’avvelenamento londinese di Alexander Litvinenko. Quest’ultimo, ex tenente colonnello dei servizi segreti russo-sovietici, è esule in Gran Bretagna e attualmente in fin di vita presso il Barnet Hospital di Londra, in seguito all’ingestione di una dose letale di tallio radioattivo.
La nuova vita di Litvinenko da dissidente fuoriuscito e attivista anti-Putin è al crocevia di una fitta rete di contatti, che lo collegano a numerose inchieste internazionali inerenti il collaborazionismo filosovietico di ieri e gli abusi autoritari nella Russia di oggi. Attraverso il professore napoletano Mario Scaramella, per esempio, l’ex “barba finta” forniva informazioni utili alle indagini svolte dalla nostrana Commissione Mitrokhin. Ma non solo:

 

“amico personale di Ana Politkovskaja, stava indagando proprio sull'omicidio della giornalista, uccisa il 7 ottobre per le sue inchieste sull'occupazione russa della Cecenia.
[...] Pupillo del vicecapo del Kgb Vladimir Trofimov, assassinato nei mesi scorsi, Litvinenko è da tempo considerato un fastidioso grillo parlante per il governo russo. Nel 1998 aveva accusato le autorità russe di avergli commissionato l'assassinio dell'oligarca Boris Berezovski, dirigente del governo di Boris Eltsin e stratega del Cremlino. E non si era tirato indietro nell'accusare Putin di aver orchestrato attentati terroristici per giustificare l'intervento militare in Cecenia. Sulla serie di massacri che scosse Mosca causando circa 300 morti, Litvinenko aveva anche pubblicato un libro inchiesta, che gli costò 9 mesi in carcere accusato di abuso d'ufficio, per aver sostenuto il ruolo del Kgb come regia occulta delle stragi.” [fonte]

 

Sgarri difficilmente perdonabili, se arrecati a un regime torbido come quello putiniano. Eppure, alle nostre longitudini, si cerca di far apparire quale reale movente del tentato (per il momento) omicidio la posizione testimoniale di Litvinenko rispetto ai rapporti di Romano Prodi con il fu Kgb. Come si può facilmente evincere dalla marea di interventi sul tema che, in questi giorni, stanno comparendo – un po’ in sordina, a dire il vero – su internet e sui notiziari, fu nel 2000 che Litvinenko dovette fuggire dalla Russia e decidere in quale nazione straniera riparare. Il suggerimento datogli dal suo mentore Trofimov fu il seguente: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb tra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo lì”. Un’indiscrezione rimbalzata fin dentro le aule dell’Europarlamento, allorché il deputato euroscettico Gerard Batten, il 3 Aprile 2006, pronunciò una brevissima interrogazione (qui il video e qui la trascrizione ufficiale) nella quale sottolineò che il consiglio di Trofimov era stato “riferito a Mario Scaramella, della commissione Guzzanti sul Kgb” nel Febbraio di quest’anno. Per inciso, la “Commissione Guzzanti” di cui sopra è sempre la Mitrokhin, solo denominata per eponimia al senatore che la presiede.
Ora, si dà il caso che Litvinenko abbia accusato i primi sintomi dell’avvelenamento proprio al termine di un incontro con Scaramella, avvenuto il primo di Novembre nei paraggi di Piccadilly Circus. I media stanno però fornendo una copertura piuttosto contraddittoria dei dettagli di quella circostanza. Da Il Giornale di ieri:

 

“L’esperto di sicurezza [Scaramella, NdIsmael] racconta del suo appuntamento - durato circa 45 minuti - con Litvinenko. «Un incontro come tanti altri» per Scaramella che rigetta ogni accusa di un suo presunto coinvolgimento nell’avvelenamento. «Confermo di aver incontrato Litvinenko il primo novembre. L’incontro era stato da me richiesto con una mail inviata il 25 ottobre. Ci siamo incontrati, come altre volte, a Piccadilly Circus. Era pomeriggio». Scaramella spiega che fu l’ex spia russa a volersi recare in un sushi bar per mangiare qualcosa. «Fu lui stesso a prendere una porzione di sushi dal frigo mentre il cameriere gli servì della zuppa. Mi è sembrato che fossimo da soli nel locale, a parte le cameriere».
L’ex consulente della commissione Mitrokhin rivela di aver voluto incontrare Litvinenko per parlargli di un documento «che mi era giunto da un signore russo e che lanciava un allarme per la sicurezza». «Gli ho chiesto di questa persona - spiega Scaramella - perché era stato lui a presentarmela e perché quel documento conteneva notizie incredibili». Quali? «C’era una lista di possibili obiettivi di complotti, personaggi residenti sia in Italia che in Gran Bretagna. E sulla lista dei possibili bersagli c’era il suo nome, il mio e il nome di Paolo Guzzanti».” [link]

 

Eppure il Times rende una versione abbastanza diversa dell’accaduto (vedere qui), secondo la quale la lista sottoposta da Scaramella a Litvinenko sarebbe stata composta dai nomi di personaggi a vario titolo implicati nell’uccisione della Politkovskaja, non da bersagli di possibili rappresaglie russe. Nell’articolo, l’ex tenente colonnello ricorda (tramite dichiarazioni significativamente virgolettate) che sia stato Scaramella a chiedergli di “sedersi”, e non viceversa, e inoltre si domanda come mai, per inoltrargli il contenuto di una normalissima email, il professore italiano non si sia limitato a un clic sul computer.
Dal canto suo Paolo Guzzanti, in un comunicato diramato via internet, dice testualmente:

 

“[...]che le informazioni di Litvinenko fossero sempre impeccabili, e sempre trasmesse attraverso il mio collaboratore Scaramella, è confermato da ogni verifica possibile. Un anno fa, anche grazie alle informazioni di “Sacha” Litivinenko fu bloccato a Teramo un pulmino con sei giovanotti ucraini che trasportavano, fra masserizie e generi di conforto, due grosse Bibbie scavate per alloggiare due granate destinate ad un tiratore scelto dell’area ex sovietica, presumibilmente a Napoli.
Ciascuna di quelle granate era in grado di far saltare un carro o una macchina blindata. Ho appreso al processo, dove sono stato chiamato a testimoniare, che i probabili destinatari delle granate eravamo io e Mario Scaramella.”

 

Tuttavia la dislocazione cronologica dei fatti riferiti desta qualche perplessità, se raffrontata alla dichiarazioni rilasciate da Scaramella in conferenza stampa. Come mai il trait d’union tra Litvinenko e Guzzanti avrebbe attraversato in tutta fretta la Manica allo scopo di comunicare al suo contatto londinese informazioni già note – delle quali il senatore forzista aveva avuto contezza durante un processo pubblico – per di più solo un anno dopo che gli attentati “anticipati” nella scottante informativa avevano mancato il bersaglio, e proprio grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (vedi anche qui)?
Come se non bastasse, in questo post, oltre a mettere in risalto molta della documentazione da me trattata, vengono ricordate alcune mirabolanti “topiche” nelle quali, in passato, sarebbe incorso Mario Scaramella. Si va dall’incontro con un tizio ucraino di nome Sasha, in grado di vendere a Scaramella cinque chili di uranio arricchito, rimasti per mesi in un garage di Rimini (!), all’allarme lanciato per la presenza di venti testate nucleari sul fondale del golfo di Napoli, quale souvenir depositato in loco dai sommergibilisti sovietici nell’ormai lontano 1970. Non che io ritenga plausibile l’ipotesi – prima ventilata e poi derisa anche nell’articolo linkato, del resto – secondo cui Scaramella sarebbe un astuto doppiogiochista a sua volta al soldo di Mosca, ma il ricordo delle fantasiose accuse mosse da Igor Marini è ancora abbastanza vivo da permettermi di non sottovalutare il discredito in cui ripiomberebbe la controinformazione se anche quest’altro soggetto si dovesse rivelare un mestatore a cottimo. In un momento così favorevole, e per ragioni totalmente estranee allo scandalismo ad personam, alla pubblica critica contro il presidente del Consiglio, una boccata d’aria come una ridda di accuse false e tendenziose sarebbe proprio una disdetta.
Tanto più che le prove di collaborazionismo a carico di Prodi sono ancora meramente testimoniali, come queste:

 

“La prima testimonianza in questo senso è quella dell'ex colonnello sovietico Alexander Litvinenko, ora cittadino britannico, che ha raccolto le notizie nel servizio segreto prima sovietico e poi russo, prima di rifugiarsi a Londra. La seconda e' di Oleg Gordiewski, il più noto transfuga del KGB, oggi ufficiale in pensione del servizio segreto britannico, il quale, pur non disponendo di informazioni dirette, udì i suoi colleghi del Kgb che operavano con lui in Scandinavia, dire: 'Prodi è un uomo nostro: del Kgb'. Le altre due testimonianze provengono da ufficiali russi rifugiati in Occidente (uno negli Stati Uniti e uno in Francia) di cui non intendo fare il nome per ovvi motivi di sicurezza, entrambi pronti a ripetere quanto sanno alle autorità italiane. L'inspiegabile reticenza di Prodi a rivelare la fonte che gli suggerì la seduta spiritica per trasmettere una micidiale disinformazione sul covo di via Gradoli dipenderebbe dunque dal fatto (dichiarano i due ex ufficiali Kgb disposti a testimoniare) che la fonte dell'informazione e della disinformazione (Gradoli paese in luogo di via Gradoli in Roma) era il falso studente Sergueij Sokolov che aveva pedinato a lungo e insospettito Aldo Moro e la cui vera identità è Felix Konopikhin (o Konopkhin, secondo traslitterazione nell’alfabeto latino), oggi 52enne congedato che vive a Mosca. Costui, secondo gli agenti rifugiati, ebbe anche il compito di depistare gli emissari della famiglia Moro con false informazioni.” [fonte]

 

o tutt’al più circostanziali, come quest’altra:

 

la società Nomisma era in joint venture con l'istituto Plehanov, sezione economica del KGB.” [ibidem]

 

Insomma, allo stato attuale questo filone di indagine, visti e considerati gli elementi conoscitivi assai aleatori su cui si basa, va preso con le pinze, prima di agitarlo a mo’ di possibile capo d’imputazione contro il premier. Dopo aver ammonito per oltre una decade sulla fallacia del pentitismo quale veicolo unico di investigazione, mi sembra il minimo.

UPDATE (24/11/2006) - Alexander Litvinenko è morto ieri sera. Dal sito dell'ANSA: "Oleg Gordievskij, amico e collega in passato di Alexander Litvinenko, [...] ha accusato "le forze del male" in Russia di essere colpevoli di questo delitto commesso per vendetta. "Litvinenko stava lottando contro le forze del male in Russia, contro il Kgb, contro le autorità che stanno sopprimendo la democrazia e la libertà in Russia", ha spiegato Oleg Gordievskij, in un'intervista a Sky Tv".




16 settembre 2006

Telecomgate, Prodi poteva non sapere. Non è la prima volta

“Essere isolati non rende nulla”, dichiara Romano Prodi in conferenza stampa dalla Cina. Il Presidente del Consiglio, molto comprensibilmente, a latere della trasferta asiatica da lui guidata preferisce menar vanto della sensazionale lungimiranza con cui avrebbe concepito la sua strategia commerciale “sinofila”, anziché elaborare una linea difensiva appena decente per respingere le accuse di falso ideologico che gli stanno piovendo addosso.
Di sicuro, il virgolettato prodiano di cui sopra riassume in esergo la cifra più profonda del cursus vitae sin qui condotto dal professore bolognese. All’affettata bonomia del personaggio, in effetti, si abbina la spiccata propensione per l’allestimento di fitte reti di cointeressenze con il reparto economico-industriale – dote che ha favorito in modo determinante la sua irresistibile ascesa. Al talento per la connivenza si uniscono inoltre una discrezione ed un tatto assoluti nel mantenere occulto e poco controllabile il suo coté finanziario di riferimento. Praticamente una dirittura all'opposto diametrale rispetto a quella di Berlusconi, mandatario di referenti ingombranti e protagonista di un conflitto d’interessi palese oltre ogni dire.
La carriera di Borborigma come Gran Commis dell’intendenza democristiana è ricca di spunti poco commendevoli. All’Iri dal 1982 al 1989 – guarda caso, gli stessi sette anni di reggenza demitiana della DC –, al termine del mandato omette di contabilizzare il disavanzo patrimoniale della siderurgia (3000 miliardi di vecchie lire) in base ad una scappatoia statutaria e arriva a proclamarsi artefice di un risanamento dell’Istituto pari a 1263 miliardi di utile. Nel 1989, con l’incarico in scadenza e con De Mita in declino a tutto vantaggio del triangolo Craxi-Andreotti-Forlani, tenta di entrare nelle grazie del Divo Giulio svendendo la Cassa di Risparmio di Roma all’andreottiano Cesare Geronzi. L’operazione, avviata senza nemmeno procedere ad una perizia estimativa preliminare, si meriterà un’interrogazione parlamentare firmata – tra gli altri – da Franco Bassanini e Vincenzo Visco: quando si dice l’ironia del destino. Nomisma, il centro studi facente capo a Prodi, è da sempre crocevia dei più svariati affarismi: dalla casa editrice Il Mulino alle ricerche immobiliari di Gualtiero Tamburini (cugino d’un celebre salumiere bolognese), dalla compartecipazione del fu Raul Gardini alle plurimiliardarie consulenze sull’Alta Velocità mietute nel ’92. Di nuovo all’Iri, nel 1994 privatizza in blocco Credit e Comit, permettendo a MedioBanca di imporsi come attore dominante nella campagna per l’acquisto delle due banche. Solo in seguito si scoperse che il collocamento di Credit sul mercato azionario era stato appaltato in via informale a Goldman Sachs. Romano Prodi si difese affermando che, quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell’Iri per affidare l’incarico alla Goldman Sachs, lui era uscito (per ulteriori approfondimenti sulla “Prodeide” andate qui o leggete questo post di Paolo Della Sala).
Ma non è tutto. Per completare il quadro, occorrerà ricordare che l’accusa di abuso d’ufficio irrogata a Prodi in ordine alla cessione di SME – altro pezzo pregiato nella galleria di privatizzazioni truccate che pesano sul curriculum del Professore – cadde solo grazie all’approvazione di una legge ad personam scritta nel 1997 da Giovanni Maria Flick, avvocato di fiducia appositamente nominato Guardasigilli. Poi vi sarebbe lo scandalo Eurostat, verificatosi quando l’attuale premier presiedeva la Commissione Europea: a fronte di un rilevante episodio di peculato (un ammanco di 900 mila Euri dalle casse dell’ufficio statistico europeo), Prodi chiarì di non essere mai venuto a conoscenza delle irregolarità – segnatamente contestate non a qualche faccendiere di passaggio, ma a due dirigenti di primo piano.
Evitiamo di tirare tardi ulteriormente. Basti dire che, dopo un cinquantennio di sapiente lavorio al servizio di quel cronicario per lungodegenti che furono le Partecipazioni Statali, Romano Prodi divenne specialista nel compravendere il patrimonio industriale dello stato allo scopo di servire gli interessi particolari di questo o quel maggiorente. E - contestualmente - nel negare recisamente ogni addebito.
Apro una doverosa parentesi. Se mai dovessi indicare un obiettivo enunciato con chiarezza tra le 280 pagine di sgrammaticature, luoghi comuni e preterizioni di cui si compone il programma di governo dell’Unione (vedi anche il dorso di questo blog alla voce “Per il bene dell’Italia”), quello riguarderebbe senza dubbio la linea d’indirizzo ivi adottata per pianificare la gestione delle infrastrutture di rete. Essa prevede sempre e comunque la nazionalizzazione di queste ultime, nel caso finalizzata ad un approvvigionamento di risorse sovrabbondante rispetto alla domanda: lo scopo, peraltro storicamente mai raggiunto tramite l’intervento diretto della mano pubblica, è di spezzare i monopoli bilaterali di produzione e distribuzione. Per esempio, a pag. 130 del documento si legge: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore cruciale dell’acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità [...]. In questo caso la distinzione tra rete e servizio e più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. E poi, a pag. 142: “Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche”.
Estendendo questa piattaforma d’intenti anche al settore delle comunicazioni, il progetto di ristrutturazione “artigianale” – ancorché inoltrato su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – di Telecom Italia furtivamente recapitato a Marco Tronchetti Provera rientrerebbe di tutta coerenza in un disegno politico ad ampio raggio. Autore della velina, manco a dirlo circolata all’insaputa di Romano Prodi, è il reo confesso Angelo Rovati, consulente e fund raiser del Professore. In luogo dello scorporo della rete fissa di Telecom e di Tim in vista di un’alleanza multimediale con Rupert Murdoch, l’entourage del Primo Ministro preme sull’indebitato Tronchetti per una meno pretenziosa dismissione della sola rete telefonica, con conseguente transito della medesima - coi suoi 9 miliardi di valore - per la Cassa Depositi e Prestiti. Ultima tappa, una bella rivendita monotranche del pacchetto ad una platea di acquirenti giocoforza molto selezionata, come ai vecchi tempi. Nel frattempo, la libertà di movimento di Tronchetti Provera – attualmente zavorrata da 40 miliardi di passivo – si manterrebbe su livelli tali da non impensierire la cerchia prodiana nel suo lento ma inesorabile assalto al troncone “mielista” del patto di sindacato che controlla Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Prodi non ne sapeva nulla.
Ora, senza voler conferire al sospetto della sua complicità in questa vicenda nulla più che il rango di semplice illazione – specie dopo aver lungamente rifiutato la logica perversa insita nella formula del “non poteva non sapere”, cioè quella mostruosità applicata per anni alla corrida giudiziaria contro Silvio Berlusconi –, è necessario mantenere una qualche equanimità di giudizio sul profilo biografico delle due personalità che, tra alterne fortune, hanno segnato l’avvento del bipolarismo in Italia. Il Cavaliere, non va dimenticato, è pur sempre al centro di un quadro processuale che getta un’ombra assai poco edificante sul suo passato imprenditoriale. È noto che anni fa, durante un’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Fininvest, Berlusconi si sia nascosto in un sottoscala fingendosi ragioniere, pur di sfuggire alle fiamme gialle. Eppure Prodi, dal canto suo, è la stessa persona che, in un saggio del ’92 intitolato Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scriveva: “Nella democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia”.
Negli Stati Uniti, nazione sede di una mentalità e di una concezione morale lontanissime dalle nostre, basta aver raccontato una bugia alla maestra d’asilo per mettere a rischio vita natural durante un eventuale statuto di “personaggio pubblico”. Di là da ogni presunzione di innocenza, in Italia ci accontenteremmo di una via di mezzo.

Round-up: Jim Momo, Le Guerre Civili, A Conservative Mind.



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