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Liberalizzazioni:
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#1  #2


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
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#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
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autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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16 gennaio 2008

Papa e Sapienza, Fede e Ragione

L’estrapolazione tendenziosa di frammenti documentali, nel caso di papa Benedetto XVI, è assurta a strumento principe della campagna di discredito intellettuale che, presso aree culturali ben precise, Joseph Ratzinger ha suscitato fin dalla sua elezione al soglio petrino. La sintesi brutale di prolusioni molto articolate, con relativo spin mediatico, ha messo la vittima designata nella posizione di dover scegliere tra due alternative parimenti sfavorevoli: accettare il contraddittorio nei termini definiti dai detrattori del momento – ponendosi di volta in volta come avvocato della “superstizione religiosa” (quando a chiamarlo in causa sono i laici) o del primato cristiano cattolico (laddove sorgono problemi di dialogo interreligioso) – oppure farsi da parte – prestando il fianco all’accusa (fondata, come dirò nel seguito) di vittimismo.
Prendi il polverone sollevato dalla lectio di Ratisbona. In quell’occasione la stampa affibbiò al pontefice il poco ecumenico pensiero del Paleologo – che riassumo sbrigativamente a mia volta: nell’Islam ci fu del buono e del nuovo, ma il buono non era nuovo e il nuovo non era buono, ovvero: molti cristiani sono malvagi nonostante il Vangelo e molti musulmani sono buoni nonostante il Corano – senza fornire ad esso il corredo argomentativo del caso. Cioè che da un punto di vista razionale si ha gioco facile a mettere con le spalle al muro un Dio come quello islamico, così arcigno e monista, in base alla banale constatazione che “al di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui” (Messori). Detto altrimenti: il Dio amato e pregato per fede non esclude il Dio necessario postulato razionale, e viceversa, purché le sue “credenziali” forniscano un riferimento coerente sotto entrambi quegli aspetti.
Nella controversia sorta in vista della visita papale all’inaugurazione accademica della Sapienza si rimescolano, su un piano più strettamente epistemologico, analoghi ingredienti teoretici. In uno scritto pubblicato nel 1992, l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio esaminava “la crisi della fede nella scienza” rifacendosi alle considerazioni di due filosofi come Bloch (marxista) e Feyerabend (anarchico). Il primo, da buon materialista dialettico, vede negli assetti e nelle brame di potere l’unico motore dei processi storici, per cui legge il caso Galileo alla luce di questa assunzione ideologica. Il secondo, invece, critica le tesi dell’astronomo pisano partendo da premesse di tipo relativista-idealista. Quindi, in buona sostanza, prende le distanze dal cosiddetto “scientismo”, ossia della dottrina che considera la scienza l’officina permanente della verità. Chiosa il futuro papa: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica”.
Ciò significa che il rapporto tra fede e ragione si può intendere come l’appartenenza di una ragione ristretta, analitica e computazionale, al più ampio insieme della ragione estesa, nel cui ambito l’intuizione e la fiducia sono meccanismi gnoseologici imprescindibili. Negare che le facoltà intellettive si possano segmentare e classificare secondo scopi indipendenti dalla Grazia (come fa l’Islam) equivale a sovrapporre in toto immanenza e trascendenza ma, per converso, assolutizzare la razionalità “geometrica” (alla maniera di certi laiconi) mette in campo tronfi riduzionismi come appunto lo scientismo e il relativismo (caso da manuale di opposti simpatetici) e scade nella mediocre metafisica utilitarista delle “leggi storiche” (di cui la caduta tendenziale del saggio di profitto o il ristagno secolare sono solo i due esempi più eclatanti).
Detto tutto questo, Benedetto XVI dovrebbe avere il coraggio di affrontare e di rettificare i dibattiti di massa sollevati dalla sua parola. Si possono comprendere le preoccupazioni della Santa Sede in merito alle sorti dei cristiani in terra ostile, che aiutano a spiegare l’atteggiamento rinunciatario della diplomazia vaticana in circostanze come quelle post-Regensburg, ma la defezione papale di cui si è avuta notizia ieri è un gesto effettivamente ambiguo ed equivocabile.
Ambiguo perché il pontefice, nella sua veste di autorità intellettuale, dovrebbe rispondere alle contestazioni specifiche con i dovuti rilievi: nel caso di Galileo Galilei, Ratzinger parli di etica. Al di là del giudizio di “laicità” per il cardinale Bellarmino, che giustamente invitava l’inquisito a difendere una tesi e non a proclamare una verità inconfutabile, il papa dica cioè se il relativismo storico (con cui si “contestualizzano” gli avvenimenti del passato) può fare il paio con il relativismo etico. Vogliamo giustificare l’irrogazione dell’abiura a Galileo e, sulla stessa falsariga, i crimini dell’Inquisizione e la cacciata degli ebrei dalla Spagna solo sotto il profilo contestuale o anche sotto quello morale? Nel secondo caso, inciamperemmo in uno storicismo etico madornale, per l’istituzione che tanto si spende in difesa del “fatto” morale, della permanenza del Bene.
Equivocabile in ragione del messaggio che rischia di far passare, vale a dire che far cagnara paga. Con una struttura come quella ecclesiastica alle sue spalle, B16 è in grado di far fronte a simili contrattempi in modo tutto sommato agevole, per non dire vantaggioso. Ma che fine faranno, se bastano le proteste dei facinorosi organizzati, le iniziative di sensibilizzazione assunte dalle associazioni di tendenza indipendenti come movimenti d’opinione e similari? Gli incontri con autori scomodi patrocinati dai Comuni, le conferenze con invitati ingombranti nelle università (oltre che ai papi, capitano in sorte anche ad ambasciatori israeliani o a studiosi controcorrente)...basta un po’ di chiasso e salta tutto per “ragioni di opportunità”?
Chiudo con una nota di biasimo per il maldestro rettore della Sapienza. La sua inerzia nel gestire il dissenso degli sparuti collettivi studenteschi di Fisica, con i due mesi di preavviso che la lettera di Marcello Cini gli ha messo a disposizione, è davvero imperdonabile. Trattandosi di una cerimonia di inaugurazione, forse un dibattito con l’uditorio sarebbe stato poco appropriato, ma si sarebbe potuta organizzare una tavola rotonda in separata sede, magari poco dopo il termine dell’evento. No?




21 settembre 2006

Tra il Dio incarnato e il Dio incartato

Papa Wojtyla fu indubbiamente un personaggio battagliero e a suo modo rivoluzionario, benché la specificità confessionale del suo apostolato abbia subito un notevole logoramento da sovraesposizione mediatica – specialmente durante l’ultimo lustro dello scorso pontificato – a tutto vantaggio di una percezione vagamente irenista e new age del suo carisma. Ebbene, stante anche la cronaca internazionale dell’ultima settimana, non si può proprio negare che il fascino esercitato dal suo successore sia di gran lunga superiore. Un giudizio che vede aumentare le sue proporzioni al crescere del riguardo in cui ciascuno tenga gli aspetti prettamente “intellettuali” del papato, a prescindere da come la si possa pensare nel merito delle singole indicazioni dottrinali.
Una finta a destra – l’atto d’accusa contro il laicismo e l’illuminismo “drastici” pronunciato alla Neue Messe –, uno scatto a sinistra – l’esortazione a convertirsi all’esercizio del logos rivolta ad un Islam intrinsecamente irrazionale e bellicoso – e Ratzinger spiazza senza possibilità d’appello le schiere di censori che usano decostruire tendenziosamente le sue omelie e i suoi scritti. Poveri vaticanisti di complemento, poveri laici a cottimo: la troppa foga con cui hanno affondato il colpo contro un Papa colpevole – a loro dire – di offrire una sponda al fascismo islamico mostrando di condividere con esso il disprezzo per il declino etico occidentale, ahiloro, li ha lasciati impreparati al riflesso condizionato che ha incendiato le piazze islamiche fino a non più di due giorni fa.
Gad Lerner, a quanto è dato presumere, si starà ancora mangiando le mani, dopo aver affrettatamente accusato il Papa di voler instaurare un “asse del sacro” con l’Islam in funzione antirelativista. Passata la buriana che, sul Corriere della Sera, aveva indotto i commentatori di punta a schierarsi a ranghi compatti contro Ratzinger e la sua condanna dell’umanesimo ateo, è il solo Vittorio Messori a beneficiare della sostanziale indipendenza del suo punto di vista. Lunedì scorso, con questo editoriale, Messori tornava a soffermarsi su uno dei suoi spunti di riflessione più collaudati:

 

“I cristiani della mia generazione hanno passato gran parte della vita a confrontarsi con quelli che non credevano in Dio: i comunisti. E adesso, devono confrontarsi con quelli che, in un Dio, ci credono «troppo»: i musulmani”.

 

Questo, se vogliamo, è precisamente il nocciolo di tutta la disputa antropo-teologica in corso. La tesi accreditata da Joseph Ratzinger sposa in toto una visione “complementarista” del rapporto tra Fede e Ragione. Essa, scontrandosi sia con la separazione totale perorata dai radicalsocialisti sia con la completa sovrapposizione cara ai seguaci di Maometto, preferisce assegnare alle due sfere un legame fondato sulla semplice distinzione, che peraltro ricalca la linea ideologica seguita dalla Chiesa anche nel gestire le sue relazioni con l’istituto dello Stato laico. Per quanto qui si tenda a condividere più il pessimismo espresso il giorno seguente da Angelo Panebianco che la fiducia di Messori circa la scarsa appetibilità dell’Islam presso le “quinte colonne” nostrane, è innegabile che il rigetto della partizione secca Fede/Ragione permetta di comprendere al meglio l’impianto filosofico e teologico che sottende le tanto controverse “radici cristiane d’Europa”.
Dovendo abbozzare, i critici per partito preso stanno escogitando qualche nervosa controargomentazione. Ci vorrà un po’ per rispondere a tutte, me ne perdonerete.
La prima, in verità la più acuta, sostiene che è proprio la radice pacifica dell’Islam a giustificare il progetto di esportare la libertà e la democrazia nel Grande Medio Oriente. Se il culto maomettano è violento in partenza, e dunque il terrorismo globale non ne rappresenta una virulenta degenerazione, che ci stiamo a fare in Iraq e in Afghanistan? Come avvenne già all’indomani dell’11 Settembre, quando le folle islamiche festanti innalzavano cartelloni con il volto di Bin Laden stagliato dietro le due torri in fiamme, sono le reazioni belluine delle piazze arabe a fornire l’ennesima chiamata generale di correità in mondovisione. Bruciando l’immancabile bandiera americana accanto al fantoccio del Papa, infatti, sono le stesse masse musulmane a mostrare quanta correlazione vi sia tra la politica di Bush e la riflessione del successore di Pietro. Certo, il presidente americano, ispirandosi alla filantropia protestante e al galateo diplomatico, definisce l’Islam “religione di pace” per non pregiudicare il sostegno delle classi dirigenti arabe moderate alla sua politica estera. Ma la logica formale costringe ad ammettere  che, se per aprire un’intera regione del globo alla democrazia liberale ha ritenuto necessario un intervento armato, sia lo stesso George W. Bush a considerare il mondo islamico incapace di un processo di riforma endogeno. Toccando con mano una libertà mai sperimentata prima, si spera che ogni uomo – in quanto individuo latore di un’intrinseca aspirazione alla libertà, non certo in quanto islamico – conosca la felicità di un’autorealizzazione alla quale non rinunciare più per nessuna ragione. Di nuovo, si deve riconoscere come l’occidente giudeo-ellenico-cristiano abbia prodotto l’unica civiltà della storia in grado di sottrarsi autonomamente alla barbarie e al sottosviluppo.
È dal contatto fortuito e/o isolato di alcune personalità intellettuali arabo-islamiche (in un passato più o meno remoto) con la cultura occidentale che deriva la formazione delle sparute avanguardie riformiste che tanti equivoci hanno ingenerato nell’idea della loro portata che ci si è fatti all’esterno. Il trattamento riservato agli afflati revisionisti in seno all’Islam – e siamo al secondo argomento dell’ultim’ora, quello storico – ha sempre seguito un duplice destino: emarginazione o persecuzione nel caso in cui provenissero da filosofi e intellettuali, tacito dissenso laddove a dichiararli fossero esponenti delle élite di comando (tipicamente nell’ambito della “laicità armata” sunnita). Serve a poco, in quest’ottica, descrivere la contrapposizione tra l’aristotelico Averroè e l’integralista Mohammed al-Ghazali come se si fosse trattato di un testa-a-testa o di una “rottura” di continuità: il primo, antesignano degli islamici “occidentalizzati” dall’esterno, rimase famoso soprattutto a Occidente come arabo “illuminato”, il secondo fu l’unico dei due a parlare un linguaggio comprensibile alla ummah coranica in generale e alle gerarchie religiose islamiche dell’epoca in particolare. È ugualmente mistificatorio manipolare la storia dell’islamismo attribuendo uno spirito sincero al versetto “Nessuna costrizione nelle cose di fede” (sura II, 256), considerando l’avvenuta presa della Medina alla stregua dell’avvio di una fase “prospera” – e quindi non bisognosa di opportunismi tattici – per Maometto. A tal proposito viene in aiuto un’intervista a padre Samir Khalil Samir, l’insigne islamologo autore di Cento domande sull’Islam, raccolta da Il Foglio di Giovedì scorso:

 

“Quando Maometto arriva a Medina nel 622 è una specie di profugo, non ha ancora organizzato la città, l’esercito e non ha iniziato le razzie. L’idea essenziale del Papa è che Maometto era senza potere e minacciato. La sura 2, 190-93 è mistificata nella versione di Piccardo [Hamza, presidente dell’Ucoii, NdIsmael] nella parte ‘uccideteli ovunque li incontrate’. La parola fitna non significa ‘persecuzione’ come scrive Piccardo, ma ‘sedizione’, colui che seduce con la menzogna. La fitna è peggio dell’omicidio. ‘Combatteteli finché non ci sia più fitna’, tradotto erroneamente con persecuzione. Uccideteli, mettono in dubbio la vostra fede. ‘Scirk’ indica il politeismo. Al verso 193 Maometto dice ‘combatteteli’, è presente la radice della parola araba ‘uccidere’, affinché non ci sia più politeismo. Questo è il pericolo del Corano e questo ha capito il Papa dell’Islam”.

 

Volendo insistere sulla congenita aggressività islamica, bisogna rammentare che il jihad è un obbligo per tutti i musulmani adulti, in particolare per i maschi. L’Islam conosce, infatti, due tipi di obbligo, individuale e collettivo. E il jihad è un obbligo collettivo, nel senso che tutta la comunità è tenuta a parteciparvi, se si sente in pericolo. Solo l’imam ha il diritto-dovere di proclamarlo, ma una volta che l’ha fatto tutti i musulmani maschi adulti devono aderire.
Questo è un obbligo stabilito nel Corano, che rimprovera spesso ai “tiepidi” di non fare la guerra e di rimanere a casa tranquilli, e li chiama “ipocriti”. Quest’obbligo è stato praticato sin dall’inizio da Maometto e riguarda sia la guerra difensiva sia quella offensiva. E la guerra deve essere combattuta finché l’ultimo nemico non se ne sia andato oppure sia stato ucciso.
Nel Corano, alle affermazioni di segno tollerante, risalenti alle numerose fasi di “ritirata strategica” attraversate dall’Islam degli albori, si affianca la dottrina della soggiogazione, come nel caso del famoso versetto 29 della sura della Conversione (IX): “Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel giorno estremo, e non considerano proibito quel che proibisce Dio e il suo apostolo e che non professano la religione della verità, ossia coloro ai quali è stato dato il Libro, finché non paghino la jizya [tributo di capitazione, NdIsmael] alla mano, con umiliazione”. Oppure il versetto 110 della sura della Famiglia di Imran (III), che si rivolge ai musulmani proclamando: “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini, voi ordinate ciò che è lodevole e proibite ciò che è riprovevole e credete in Dio, che, se la gente del Libro pure credesse, meglio sarebbe per essa, tra quelli vi sono dei credenti però la maggior parte di essi sono degli empi”; o, ancora, il versetto 51 della sura della Mensa: “O voi che credete! Non prendete gli ebrei e i cristiani come amici: essi sono amici tra di loro. Chi di voi li prende come amici vuol dire che è uno dalla loro parte. Dio non guida un popolo ingiusto”. Il che equivale a dire che la maggior parte degli ebrei e dei cristiani sono degli empi e devono perciò essere combattuti come kuffar o kafirun, come dei miscredenti. All’interno dell’abbondante – e discussa – tradizione degli hadith (i “detti” di Maometto), uno di essi attribuisce al Profeta la massima: “Sappiate che il Paradiso è sotto le ombre delle spade”.
Del resto, a poco vale rovesciare sulla cristianità la responsabilità di aver a sua volta scatenato un elevato numero di conflitti per motivi religiosi, secondo il vetusto schema dell’improbabile “parallelismo sfasato di seicento anni” tra il cammino delle due civiltà. I cristiani che, nel passato, si armarono per combattere le loro “guerre sante” non pretesero mai di averlo fatto in nome del Vangelo: lo fecero, invece, ritenendo di dover difendere la cristianità – a loro giudizio sotto attacco – oppure il loro stato nazionale o ciò che consideravano un loro diritto. Insomma, in quanto uomini appartenenti a una cultura, a una nazione, a una tradizione, non fondandosi sul Vangelo. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’idea delle crociate si impose a seguito delle persecuzioni anticristiane intraprese dal califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah (996-1021) contro le popolazioni d’Egitto e di Siria – che all’epoca comprendeva anche la Terrasanta. L’episodio più grave, che scatenò la risposta bellica della cristianità coalizzata, fu la distruzione della Basilica della Risurrezione di Gerusalemme – il Santo Sepolcro –, iniziata il 28 Settembre 1009.
La terza e ultima categoria di obiezioni alla tesi di Benedetto XVI punta le sue carte non più sui riformismi musulmani del passato, ma su quelli del presente, individuati nel carisma di alcune autorevoli figure politico-religiose impegnate a rivedere gli aspetti più retrogradi della dottrina islamica. A tal proposito si fa il nome del muftì di Istanbul, progressista a tal punto da incaricare due donne di aiutarlo nell’opera di cernita degli hadith più misogini tra quelli erroneamente attribuiti al Profeta. Uno sforzo, il suo, senz’altro generoso e commendevole, ma reso inane dalla radice coranica della misoginia islamica, che non fa dunque capo alla tradizione dei detti. Due esempi tratti dalla sura delle Donne IV, 34: “Gli uomini hanno autorità sulle donne”; “Quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiscono, allora non cercate pretesti per maltrattarle”.
L’intervento del sovrano del Marocco Mohamed VI, che ripropone la teoria del “divorzio” tra Islam e Ragione come cesura ad opera di al-Ghazali, si inscrive nel novero delle posizioni controcorrente sopportate, a livello popolare, “in tacito dissenso” per via dell’alto rango riconosciuto al loro assertore. Talora il “dissenso” di cui sopra si trasforma in ribellione sanguinaria (come in Algeria) o trova sbocco nella costituzione di gruppi politici capaci di coagulare attorno a sé il malcontento della base popolare verso classi dirigenti ritenute troppo laiche (è il caso dei Fratelli Musulmani in Egitto o di Hamas in Palestina).
Un esempio più rappresentativo della reazione musulmana agli slanci “revisionisti” – perché tratto da una circostanza in cui la risposta all’apostasia sorse da un establishment islamico compatto e agguerrito – è quello della precipitosa fuga del semiologo Nasr Hamid Abu Zayd dalla sua terra natale, l’Egitto. Secondo Abu Zayd, il messaggio divino si comunica attraverso il codice linguistico che viene utilizzato. Non si tratterebbe più, dunque, di una rivelazione letterale, ma di un’ispirazione “tradotta” in linguaggio umano, da studiare e analizzare. A causa delle sue idee, Abu Zayd è stato denunciato con l’accusa di storicizzare il Corano, negandone così l’origine divina. Nel Giugno 1995 venne condannato per blasfemia e gli ulema dell’Università di al-Azhar chiesero al governo egiziano di comminargli la pena di morte, come previsto per gli apostati. Inoltre, non essendo più stato considerato musulmano, sua moglie perse il diritto a convivere legittimamente con lui: decisero così di riparare entrambi in Olanda. Un'altra dimostrazione di come il recepimento della teologia dell’interpretazione del logos da parte delle personalità musulmane più cosmopolite e/o intellettualmente privilegiate – Abu Zayd era professore di Semiologia all’Università del Cairo, quindi molto più coinvolto nella dinamica dello scambio culturale con ambienti extra-islamici della media dei suoi connazionali – non accenda mai una scintilla di riforma da divulgare, ma solo una ridda di ritorsioni.
Per i vaticanisti “adulti”, che accusano Benedetto XVI di aver interrotto la positiva esperienza di dialogo ecumenico avviata dal suo predecessore, basti citare il seguente passo del libro-intervista che Giovanni Paolo II scrisse a due mani con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza:

 

“Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s’è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti e poi in modo definitivo nel nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. Viene menzionato Gesù, ma solo come profeta in preparazione dell’ultimo profeta Maometto. È ricordata anche Maria, Sua Madre verginale, ma è completamente assente il dramma della redenzione. Perciò non soltanto la teologia, ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana” [corsivi miei].

 

Il contrasto tra cristianesimo e Islam trova spiegazione anche senza ricorrere a categorie metafisiche (importantissime per sorreggere la fede, ma inutilizzabili nell’argomentazione razionale), semplicemente rammentando la diversa “missione” storica svolta dalle due rivelazioni. La prima dovette trovare la forza per coabitare con un impero e, successivamente, per sopravvivere alla sua caduta, mentre la seconda fornì il retroterra culturale più adatto a fondarne uno nuovo. E solo l’ermeneutica, unitamente all’esercizio della logica e all’attesa paziente di poter indagare l’ignoto per mezzo di essa, può aiutare a difendersi dall’invadenza di un potere monoliticamente costituito e tramandato.




8 aprile 2006

Cinque minuti a mezzanotte - Live train of thoughts

15.38 - Sabato - Dice che l'attentato preelettorale, il comizio esplosivo pro domo islamica, non c'è stato. Qua e là s'odono le canee innalzate dai loici in servizio permanente, tutti rappresi in artefatte pose da paciosi presidenti di seggio, mentre mormorano salmodie contro l'inutile allarmismo e i luoghi comuni confezionati dai chierici dello scontro di civiltà. Ma di atti terroristici non ce ne sono stati per un motivo ben più prosaico, che si collega in un certo sposalizio d'amore concettuale ad una pretattica a base di psicologia inversa. Presente quando il Dipartimento di Stato americano, con informativa a vario titolo ripresa e amplificata dal governo di Roma, comunicò ai turisti statunitensi l'esistenza di fondati motivi di preoccupazione circa la loro permanenza su suolo italiano a ridosso delle elezioni politiche? Presente la sdegnata reazione all'unisono della sinistra, evidentemente incline ai complottismi e alla dietrologia solo a corrente alternata? Ecco, da quel momento in avanti la "colpa morale" di un eventuale attentato sarebbe automaticamente ricaduta sui prodiani, rei - sempre in linea ipotetica - di aver minimizzato un rischio a posteriori rivelatosi tutt'altro che campato per aria. Ed ecco perché i terroristi non si sono minimamente azzardati a colpire in pieno petto il cavallo (i cavalli) su cui hanno da tempo scommesso le loro fiches. Niente di più, niente di meno. Lasciate perdere S. Petronio e la metropolitana milanese, quelli sono obiettivi sensibili troppo telefonati e - di conseguenza - monitorati, perché i dinamitardi internazionali riuniti possano davvero darvisi appuntamento.
Ora che ho parlato, chissà cosa salterà in aria da qui a domani...

16.32 - Sabato - La ragione degli insuccessi elettorali patiti dal centro-centrodestra in occasione delle consultazioni intermedie svoltesi durante gli ultimi cinque anni - benché dalle Europee, malgrado il loro esito venga sempre apoditticamente annoverato tra le magnifiche vittorie del centro-sinistra-sinistra, si possano trarre numerose indicazioni in controtendenza - va ricercata in un paradosso di marketing politico. La riduzione delle tasse, promessa in pompa magna ma mantenuta a spizzichi e bocconi, attribuisce all'arretramento programmatico del grado di invadenza della politica i contorni formali di un provvedimento-capolinea, raggiunto il quale proprio i fautori della misura in questione si ritrovano deprivati del loro originario magnete di suffragi. Identico discorso coinvolge il federalismo riferendosi alla Lega Nord: una volta conferito all'architettura dello stato un assetto funzionale permanente, quest'ultimo promuove i motivi "settari" della sua introduzione a patrimonio comune del meccanismo istituzionale. Il presidenzialismo e il patriottismo avrebbero avuto riflessi simili su AN, suppongo.
Ora, percepito come concretizzato - non importa quanto a ragione - lo smantellamento di un sistema clientelare, in molti hanno ritenuto poco interessanti le elezioni amministrative, con quanto di estremamente assistenziale è dato di attribuire alla formazione del consenso ai bassi livelli di governo. E' come se il politico coraggioso fosse stato - o sia - il politico disposto a segare il ramo su cui sta seduto. Un paradosso: forse il suo portato generale non mancherà di ripercuotersi sul tasso di affluenza, domani e dopodomani.

17.01 - Sabato - Non approvo molto l'espediente di ritagliare brandelli delle dichiarazioni (orali o scritte) di chicchessia, per poi cucirli con lo spago grosso su una ricomposizione tendenziosa e fuori contesto del suo pensiero, finalizzata a screditarlo o ad appropriarsene indebitamente. Ma, dato il malessere psicologico pre-sconfitta, mi contraddico serenamente e invito a seguire due link (
qui e qui) decisamente agrodolci, di quelli che non fanno cambiare idea a nessuno.

17.40 - Sabato - Caspita, ragazzi, sono commosso: il limite delle cinquemila visite conteggiate è stato superato. Vabbè, duecento saranno mie (circa una al giorno per sei mesi), però fa la sua piccola figura - diciamo una figurina. Prima di Ottobre, l'avrei escluso del tutto. Blogger io? Figuri(ni)amoci.

18.15 - Sabato - Ennesima
political compass, segnalata stavolta da Samuele Silva. Io mi sono posizionato così, ma con domande del genere "libertareggio" facile: niente quesiti su aborto, eutanasia o staminali embrionali, solamente due domande "etiche" su sesso e droghe, materie riguardo alle quali sono notoriamente ultra-liberal.

18.38 - Sabato - Carino anche questo 
articolo di Socci, copincollato sul blog di Alef. Un po' screziato di livore ad personam, a dire il vero, ma a tratti emblematico dell'astratto "abbraccio universale" di cui amano blaterare certi irenici baciapile; da tenere a mente soprattutto la parte dedicata al Dalai Lama e alle vedute buddiste - tutt'altro che indulgenti - a proposito di morale sessuale e di quant'altro ruoti attorno all'inguine.

19.00 - Sabato - Se ho ben capito, lo scenario accarezzato da tutti coloro che, tolkienianamente, si affidano al detto "c'è sempre speranza", vede il voto concludersi con un "pareggio" tra l'Unione (in maggioranza alla Camera) e la CdL (vincente al Senato grazie a quella porcata di bonus regionale). Non vorrei accanirmi ulteriormente sulla reputazione di profeta di sventura che, in soli sei mesi di presenza attiva nella blogosfera, ho saputo costruirmi, ma per vincere al Senato il centro-centrodestra dovrebbe conquistare in alternativa il Lazio o la Campania - oltre ovviamente alla Puglia e al Piemonte. Regioni difficili, specialmente il feudo bassoliniano, ormai divenuto un vero e proprio presidio rosso, con tanto di Coop, consulenze e assessorati alla Pace. Ma quand'anche i "nostri" dovessero spuntarla alla Camera Alta, non illudiamoci: con la sinistra stabile a 340 deputati - contro 280 - a Montecitorio, un'eventuale prevalenza a Palazzo Madama sarebbe talmente risicata da innescare un allegro mercato delle vacche un minuto dopo la chiusura dei seggi. Molti candidati forzitalioti al Senato meditano da mesi di abbandonare la nave all'indomani del naufragio, quindi c'è poco da trastullarsi con l'abaco o da coltivare fantasiose proiezioni di voto erroneamente ritenute "favorevoli": comunque vada, sarà un insuccesso. Quel che poteva fare - molto poco - Berlusconi l'ha già fatto da un pezzo: proporre un grande idea senza organizzazione da contrapporre ad una grande organizzazione senza idee. Ma è stato preso per la saccoccia, e adesso si spalancano prospettive assai cupe per noi cosiddetti "moderati". Il brutto film interrotto nel '94 sembra in procinto di rimaterializzarsi nonostante il ritardo infertogli dal Cav.: un centro moroteo in fittizia competizione con una sinistra oltranzista, con tanti saluti alla parte conservatrice e/o liberale del Paese. Enjoy!

19.13 - Sabato - Well, io stacco. Esco a farmi qualche menata, il tanto che serve per accrescere lo sbattimento al ticchettio del contapassi che porto attaccato alla caviglia - la destra, of course.
Domani, crocetta con bruciore posteriore incorporato e poi qualche altra disquisizione depressiva.

11.21 - Domenica - Votato Forza Italia, Camera e Senato. Ammetto che la tentazione di apporre la crocetta sull'ittico simbolo del Salmone è stata forte e, fino a pochi giorni fa, foriera di molte titubanze. Ma poi, complici la prolusione zapaterista di Cecchi Paone andanta in onda avantieri a Le Storie di Corrado Augias e la necessità di accumulare "massa critica" sul partito del premier - specie alla Camera Alta, dove il simbolo dei Riformatori Liberali appare a sé stante -, mi hanno fatto propendere definitivamente per la doppietta forzitaliota. Pagherò il fio in questa vita, o nell'altra, chi lo sa.
Fa brutto tempo, il cielo è coperto di lividi nuvoloni. Speriamo che serva a raggiungere la fatidica soglia del 55% di consensi qui in Veneto, necessaria per sfrondare un senatore in più al premio di maggioranza regionale, ma ne dubito: la lista-civetta capeggiata da Giorgio "parrucchino+dolce vita" Panto stornerà quel 4-5% di suffragi sufficiente a scongiurare l'ipotesi. Giorgio Panto, sin dalle scorse Regionali, è notoriamente finanziato - tra gli altri - da consorzi larvatamente simpatizzanti del centro-sinistra-sinistra, ma disposti a speculare perfino sulle sorti del più impresentabile dei fascio-leghisti, pur di drenare voti a destra.

12.03 - Domenica - Ieri sera ho raggiunto gli amici al ristorante, dopo cena, quando i loro bicchierini di Montenegro erano già mezzi vuoti. L'astinenza alcoolica quaresimale mi rende tremendamente penoso il desinare in compagnia, davanti a gente che si scola litri di vin rosso con la massima indifferenza, per cui ho preso l'abitudine di aggregarmi alla combriccola solo dopo il caffè. La tavolata era politicamente così assortita: un no global in disguisa, un diessino in vena di polemicucce di scarso spessore, un altro diessino, però silenzioso, un verde dalle idee superficiali e confuse ("voto così perché difendono i beni culturali, e in Italia di buono c'è solo quello e nient'altro") e un indeciso decisamente apolitico. I prammatici giureconsulti di bassa statura, vista la vigilia elettorale, fioccano a profusione: "questo dei precari è un tema concreto. Mica possiamo farci prendere per il culo da questi stronzi che ci assumono per due mesi e poi ci lasciano a casa"; "Ueh, dico, io ho una laurea triennale in Scienze Pedagogiche, rappresento uno spaccato di formazione personale che, per l'Italia, è di alto livello. Come faccio a fare l'operaio?"; "Da lunedì la vedete, cazzo, quella gente lì che fine fa. Fede, Schifani, Bondi, tutti fuori dai coglioni"; "Almeno la finiranno con le leggi ad personam, cazzo. Quella è proprio una vergogna". Eh già. Vagli a spiegare, ai tuoi sodali, che è meglio precario che disoccupato. Vagli a dire - con il tatto che serve per non essere offensivi - che non è la laurea in sé a rendere appetibile lo studente/lavoratore, ma il tipo di laurea ad essere più o meno richiesto sul mercato del lavoro. Vagli a dire che avvelenare il clima fa male alla "democrazia" di cui amano riempirsi la bocca i loro retori capibastone. Vagli a dire che le leggi ad personam non sono servite ad un'emerita cippa, dopo che il legittimo sospetto non ha prodotto i risultati sperati, dopo che il Lodo Schifani/Maccanico è stato respinto dalla Consulta, dopo che la Gasparri è stata rinviata alle Camere da Ciampi e deflorata nelle parti che avrebbero avvantaggiato Mediaset. Sei prescrizioni, quattro assoluzioni, più le pendenze relative al procedimento All Iberian 2, con cui il Cav. si è risparmiato la seccatura di dover patteggiare - quanto, un anno? due? tre? - un po' di simbolica reclusione, stralciate grazie alla depenalizzazione del falso il bilancio. Il quale, però, rimane illecito da scontare tramite sanzione pecuniaria. Santa pace, ragazzi: in un sistema basato sul dilagare dell'illegalità, la volontà di applicare le regole diventa - solo nelle conseguenze o anche nelle intenzioni non fa differenza - espressione di una discrezionalità politica del tutto illiberale. Sì, ciao, quelli sono già partiti per la birreria. Io mica me la sento, ho un'astinenza da osservare e un malessere psicologico da tenere a freno.
Brutto trucchetto, quello di attribuire all'aneddotica privata un qualche rilievo statistico di campionamento antropo-politologico generale. Meglio risparmiarselo.

16.40 - Domenica - Alle 12.00 si era recato a votare il 17,6% degli aventi diritto. Se entro le 15.00 di domani non si tocca almeno l'80% non c'è storia. Cinque anni fa, alla stessa ora l'affluenza era al 21 e rotti percento, ma si votava nell'unica giornata di Domenica.

17.17 - Domenica - "
Vogliamo la dissoluzione ad æternum della Lega Nord, Forza Italia ed Alleanza Nazionale, vogliamo che venga costruito un apposito carcere dove rinchiudere tutti i membri del quasi disciolto governo delle destre, vogliamo che venga costruito direttamente come struttura fatiscente e pericolante, vogliamo che sia gestito dallo stesso efficiente personale di Abu Ghraib, vogliamo che le uniche visite che possano ricevere siano quelle degli ufficiali giudiziari che notificano altri ergastoli, vogliamo che ogni sera debbano subire una lettura degli articoli del Paperoga del Corsera squittiti dalla cella in fondo a destra e vogliamo che l'unico poster scollacciato permesso sulle pareti umide delle loro celle sia quello di Souad the cannibal Sbai in un tripudio di cellulite".
Il link esterno è un favore che, dato il traboccare di bava alla bocca, non le posso proprio fare. Ma ci vuol poco ad intuire quale penna possa esservi dietro tanto paté di bile in crosta di cerume espettorato via catetere pericranico...può essere solo lei.

17.24 - Domenica - Il Presidente emerito della Repubblica Franceso Cossiga annuncia il suo voto per la CdL. Ma non era il decano della sinistra DC? Poi, però, Domenico Fisichella finisce a ingrossare le fila dei DL. Boh.

18.11 - Domenica - Che quella dei bambini bolliti fosse una sparata con tutte le premesse a posto per assurgere in breve tempo al sospirato rango di fregnaccia si poteva intuire, ma qui ci si mette proprio una pietra tombale sopra. Tasse, politica estera e poi ancora tasse e politica estera - con una spolverata di etica pubblica, che per uno schieramento nominalmente conservatore dovrebbe funzionare da collante metapolitico, in teoria. Su questo - e non sulle leggende nere o sui coglioni o sulla magistratura infame - doveva pestare duro il Berlusca accendendo i suoi ultimi fuochi, ma non l'ha fatto. Dando per di più l'impressione di un certo nervosismo da belva braccata. L'effetto nefasto delle spie di malessere si amplifica all'estremo, così "sottovoto spinto".

9.54 - Lunedì - Vuoi vedere che la messa in onda della seconda e ultima parte de Il Ritorno del Re, ieri sera su Italia1, con la Luce che trionfa sull'Oscurità, era da tempo programmata per assumere forti valenze simboliche a doppia mandata? Tanto, chiunque vinca non potrà che sostenere di essersi rivisto dalla parte del Bene, no?

10.19 - Lunedì - L'Italia settentrionale (71,5%) guida la classifica dell'affluenza alle urne per distretti, Bologna (77,5%) quella per città. Business as usual.
(Dati Viminale)

13.56 - Lunedì - E' pacifico che gli exit-poll già pronti per le 14.55 forniscano dati ad effetto, tipo Unione al 51% e CdL al 47-48%. Io, che mi fido poco perfino dei voti scrutinati, con le "interviste all'uscita" ci farei tranquillamente la birra. Eppure so già che il doppio malto mi farà venire il mal di pancia...

14.30 - Lunedì - Le urne stanno per chiudersi. Con mezz'ora di anticipo, giunge anche per me il momento di tacere in attesa dei risultati definitivi che, salvo miracoli, si riveleranno i più annunciati della storia repubblicana. Ora, silenzio. Si vince e si perde, paura di niente.




8 marzo 2006

Cento domande sull'islam

di Samir Khalil Samir
Marietti 1820, 223 pp, € 13,00
a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid

In un recente discorso pubblico, il Presidente della Repubblica Ciampi ha formulato abbastanza chiaramente la sua ricetta per favorire il pacifico incontro tra culture e religioni differenti. Imparando a conoscere l’altro da sé con sincero spirito negoziale sia a livello intersoggettivo che interculturale, e senza lasciarsi spaventare dall’ingente sacrificio in termini di tempo materiale e di dedizione all’interscambio che un simile sforzo richiede, le paure e le incomprensioni reciproche svaniscono automaticamente. Dialogando ad pacem pervenimus, tanto per sintetizzare il concetto parafrasando un noto adagio cartesiano. Il fondamento di questa filosofia, evidentemente ispirata ad un larvato scetticismo postmoderno, risiede nella convinzione che qualunque preghiera scaturisca dalla fede riconduca in ultima analisi ad un “interlocutore trascendente” comune, nei suoi tratti costitutivi essenziali, a tutte le credenze religiose.
Il magistero di teologia comparata accumulato dall’insigne islamologo egiziano Samir Khalil Samir, agilmente condensato in questa maxi-intervista raccolta e curata dai due giornalisti di Avvenire Giorgio Paolucci e Camille Eid, rovescia una vera e propria doccia scozzese sui seguaci del comodo irenismo espresso dal capo dello stato. Per dissodare il terreno di coltura su cui far germogliare i frutti di una convivenza salubre e duratura, com’è nelle dichiarate intenzioni di questo contributo divulgativo, la documentazione storica si incarica di consegnare al lettore gli strumenti con i quali arare il suo “campo visivo” più agevolmente che a mani nude.
“Da cosa nasce la xenofobia?”
, si chiede l’autore a latere dell’ampia riflessione sociologica che affianca le altre due direttrici – storica e teologica – battute parallelamente nel libro. La risposta permane uguale a se stessa sin dalla notte dei tempi: “Dalla paura che il ‘diverso’ metta a rischio una convivenza già di per sé fragile perché non fondata su valori e certezze, quindi dall’esistenza di un ‘vuoto’ (anche se spesso negato) piuttosto che dall’ostentazione di un ‘pieno’ che in realtà nasconde fragilità e insicurezza”. E ancora: “[...] solo se è garantito un ‘nucleo duro’ iniziale, un sottofondo di riferimento a livello antropologico, [...] si può evitare che la convivenza civile ‘impazzisca’, magari dopo essersi illusa di poter evolvere secondo i canoni dell’ugualitarismo indifferenziato e del relativismo senz’anima propugnato dai fautori della società multiculturale”.
Un esempio di modello funzionante, alla luce delle indicazioni succitate, è quello americano. Esso fonda la sua estrema inclusività su una manciata di architravi giuridiche che il deismo illuminato dei Padri Fondatori – erede di una tradizione religiosa e filosofica, tipicamente giudaico-cristiana, impegnata già da secoli a svelare in progress i dettami del “diritto naturale” – poteva permettersi il lusso di definire “autoevidenti”. Il segreto di una valida “formula dialettica” consiste quindi nel rifiuto degli infigimenti tesi a voler mascherare le differenze e a interpretare i “punti comuni” come condizioni iniziali del confronto, anziché – più correttamente – come eventuali risultati tangibili di un cammino giocoforza irto di asperità. Non esistono facili scappatoie a portata di mano, “il dialogo non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell’altro nella sua integralità, non è minimalista ma esigente”.
L’autentica “cifra educativa” di questo libro, pertanto, fa perno sulla mobilitazione delle profonde divergenze che segnano il confine tra islam e cristianesimo, tra islam e Occidente. Da dove partire, allora, per marcare le origini del contenzioso in merito alla nozione di “diritto universale autoevidente”? Innanzitutto da considerazioni di carattere teologico: “Per i musulmani il Corano si può paragonare a Cristo: Cristo è il verbo di Dio incarnato, il Corano – mi si perdoni il gioco di parole – è il verbo ‘incartato’, fissato sulla carta. Questo parallelo dovrebbe permettere ai musulmani di considerare il Corano come divino e umano nello stesso tempo, come fanno i cristiani riconoscendo le due nature di Gesù, ma di fatto lo considerano soltanto come divino”. La parola di Allah si presenta già dettata al Profeta e increata come fatta-e-finita. La Bibbia raccoglie testi formalizzati con uno spirito completamente diverso, poiché, in quanto redatti interpretando la volontà di Dio, essi si prestano alla continua esegesi di un Mistero che solo la trascendenza (il passaggio nell’aldilà) può svelare del tutto. Trascendenza e immanenza, nella mentalità occidentale, si mantengono “ortogonali” proprio in virtù di questa concezione del rapporto tra finito e infinito – peraltro palesemente antesignana del metodo scientifico. L’islam, al contrario, racchiude la “vera” realtà immanente nel cono di luce vivificante irradiato dalla sottomissione alla legge coranica (la shari’a), al di fuori della quale sussiste solo una meontologia, un coacervo di entità che nemmeno esistono nel vero senso della parola. Le stesse tensioni con gli ebrei, nonostante il circuito dei media abbia gioco a presentarle in chiave prettamente anti-israeliana, rimandano ad un episodio dai forti contorni metastorici. Mi riferisco alla mancata sottomissione dei giudei di Medina a Maometto, culminata nel giro di pochi anni nella “battaglia di Khaybar, un’oasi non lontana da Medina, dove gli ebrei che vi si erano rifugiati vengono sconfitti al termine di un lungo assedio durato quarantacinque giorni. La vittoria di Khaybar è entrata nella mitologia musulmana come testimonianza della superiorità sugli ebrei, tant’è vero che viene ancora oggi evocata negli slogan dei militanti islamici e dei giovani dell’Intifada palestinese”. Le coordinate di lettura da utilizzare per capire il sentire islamico, dunque, vanno sistematicamente cercate al cuore della religiosità totalizzante predicata da Maometto.
Come devono comportarsi allora la politica e il consesso civile, di fronte alla necessità di integrare al meglio gli aderenti ad un credo tanto “battagliero” da non annoverare nemmeno, tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha desunto dal Corano, quello di “Padre”? Per Samir “la coabitazione all’interno di società dove vigono principi fondamentali come il rispetto dei diritti della persona, la parità tra uomo e donna, la democrazia e il pluralismo, la libertà religiosa, la separazione tra religione e Stato, nel lungo periodo” influirà “positivamente sulle comunità musulmane”. Ma solo a condizione che le autorità di governo adoperino estremo rigore nel ribadire i principi di cui sopra; che, da parte dei musulmani, cresca il desiderio di “sentirsi a pieno titolo cittadini delle società in cui hanno messo radici”; che l’inserimento scolastico svolga un ruolo preponderante nelle dinamiche dell’integrazione.
Riempire i vuoti lasciati aperti dall’inevitabile vaghezza di merito di queste prospettive, naturalmente, è compito del legislatore. Ma il pensiero di padre Samir, gesuita che non esita a definirsi “di religione cristiana, ma culturalmente musulmano”, preferisce correre al suo Egitto e al Libano, da secoli laboratori di feconda collaborazione tra islamici e cristiani. “[...] noi cristiani arabi possiamo aiutare i cristiani occidentali sia a capire l’islam in tutte le sue dimensioni, sia a convivere con esso[...]. Siamo come un ponte che unisce due sponde [...]. Non siamo uguali agli occidentali perché siamo arabi, né ai musulmani in quanto siamo cristiani [...]. Ed è questa la nostra autentica vocazione storica, simile [...] alla posizione di Gesù sulla croce, che unisce verticalmente la terra e il cielo, l’umanità alla divinità, e orizzontalmente l’Oriente e l’Occidente, i vicini e i lontani”.
In appendice, il volume contiene un breve compendio di storia dell'islam, due mappe con la presenza islamica in Europa e in Italia rispettivamente, nonché un glossario con molti vocaboli della terminologia giuridico-religiosa maggiormente in uso presso la dottrina musulmana applicata. Per cominciare a conoscere l’argomento (in quanto una preparazione “dotta” richiederebbe ben altro grado di approfondimento individuale), siamo su livelli di assoluta eccellenza.




27 febbraio 2006

Pera, Occidente e Cristianità: qualche nota ad alta voce

Non ho ancora sottoscritto il Manifesto per l’Occidente facente capo a Marcello Pera, principalmente per due ragioni. La prima trae origine dal sospetto che il laboratorio intellettuale radunatosi attorno al Presidente del Senato, con questa operazione a forte risonanza mediatica, intenda più che altro lanciare un astuto richiamo preelettorale sintonizzato sulle lunghezze d’onda abitualmente captate dai radar cattolici. In pratica, sullo sfondo vedo tremolare i fantasmi dell’opportunismo politicante a breve scadenza – della serie: passata la “festa” elettorale, gabbati i valori forti.
In secondo luogo, trovo che il decalogo perista, nella foga di raggiungere una “massa tematica critica” di pronta beva conservatrice, fallisca nell’importante compito di tirare le fila della sua proposta complessiva. Intendiamoci: non escludo di aggiungermi alla lista dei firmatari dopo le elezioni, eppure mi fa specie la prospettiva di accodarmi a un’infornata di enunciazioni (dalle radici cristiane d’Europa al rifiuto del relativismo etico in ambito familiare) tanto settaria che, così formulata, riesce digeribile ben al di sotto del suo effettivo potenziale di condivisibilità. Io, da conservatore old school, posso anche capire alla perfezione in che senso la “totale equiparazione” delle forme di convivenza rischi di rafforzare una mentalità destinata a soccombere contro l’islamismo radicale, ma a qual pro predicare solo ai già convertiti?
Un po’ di perplessità, quindi, per non dire di peggio. Data l’imminenza della chiamata alle urne, forse concentrarsi esclusivamente sulla condanna del fondamentalismo e del terrorismo avrebbe garantito maggiore trasversalità.
Detto questo, non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo, quando gironzolo per le strade di Tocqueville e leggo i commenti che i vari liberal-radicali hanno dedicato allo stesso argomento. Tutti, ma proprio tutti, giocano su logori equivoci semantici come l’intercambiabilità tra il significato di conservatore e quello di reazionario, o come l’inflessione autoritaria del concetto di tradizione. Non credo di dover salvaguardare la presentabilità democratica delle mie idee di fronte a nessuno (meno che mai di fronte a chi traccheggia sulla quadratura di polarità affatto incompatibili come il liberismo e il filoabortismo), ma, trattandosi dei temi che mi hanno persuaso ad entrare nella blogosfera, ritengo di non potermi esimere da qualche controdeduzione in difesa delle mie ragioni.
Il vero tratto distintivo della controversa “identità europea” fa premio su una plurimillenaria attitudine all’inclusione universalizzante degli influssi “vincenti” in seno a realtà espansive. La storia di questa macro-penisola asiatica è interamente percorsa dalla capacità di rendere universale il particolare, anche e soprattutto se proveniente dall’esterno. Roma ha assorbito l’ellenismo (cioè la grecità) e ne ha amplificato i paradigmi culturali fino a renderli il tessuto connettore di una civiltà globale; lo stesso dicasi per la rielaborazione del messianismo ebraico da parte del cristianesimo. La sintesi tra identità, all’interno di tale dinamica “fusionista”, ha sempre avuto luogo attraverso il mantenimento di un delicato equilibrio tra apertura e chiusura, tra tolleranza e rigore. A tal proposito, conviene riprendere alcuni passi del discorso su “Razza e cultura” tenuto per l’Unesco da Claude Lévi-Strauss, risalente a trentacinque anni fa: “Le grandi epoche creatrici furono quelle in cui la comunicazione era divenuta sufficiente affinché dei partner lontani si stimolassero, senza essere tuttavia così frequente e rapida da ridurre gli ostacoli indispensabili tra gli individui come tra i gruppi, al punto che scambi troppo facili parificassero e confondessero le loro diversità. [...] Certo il ritorno al passato è impossibile, ma la via in cui gli uomini si sono oggi incamminati accumula tensioni tali che gli odii razziali offrono una ben povera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani, senza che neppure gli debbano servire di pretesto le differenze etniche”.
Il messaggio contenuto in queste righe è cristallino. L’identità – collettiva o individuale – è come una rondine: se la si impugna brutalmente soffoca, ma se la si blandisce vola via. Stringerla senza esagerare, invece, consente di nutrirla e di domarla, oltre che di trattenerla a sé. Fuor di metafora, questo stilema assimilativo si applica tanto alla storia d’Europa – al cui interno il cristianesimo, chiave di volta nell’arco teso tra classicità e modernità, gioca un ruolo da assoluto protagonista – quanto al profilo esistenziale e individuale dei suoi abitanti di ogni epoca. Per cui davvero si stenta a capire il senso di affermazioni a metà strada tra l’utopia febbrile e l’anarchismo da doposcuola liceale, come “occorre recidere ogni legame con la tradizione” oppure “il conservatore è colui che teme ogni forma di cambiamento”. Ogni rapporto con il mondo reale, io credo, implica l’interiorizzazione e la successiva elaborazione di sollecitazioni “esterne” che per lo più rinviano ad un loro radicamento nel “passato”. Chiunque stipuli un contratto, si confronti con l’evoluzione della ragione dubitativa nel corso dei secoli, assuma un modello di riferimento culturale, non può in alcun modo prescindere dalla tradizione (= ciò che si tramanda) giuridica, filosofica e religiosa del contesto spazio-temporale in cui viene a collocarsi. Nemmeno l’amor fati nietzscheano esula dalla sovrastrutturalità, perché la presuppone.
Il conservatore non è affatto colui che teorizza il mantenimento integrale dei lasciti storici ed etici di “radici” indurite e inalterabili, poiché ciò costituirebbe solamente la faccia – quella sì – reazionaria della stessa nefasta mentalità assolutista/relativista che anima il multiculturalismo. Al contrario egli, ben sapendo che nessuna grande svolta ideale e spirituale si è mai costruita con materiali interamente nuovi, vuol prendere il buono del passato, renderlo presente e proiettarlo verso il futuro. Il buon driver guida con un occhio al retrovisore, a dispetto delle sirene progressiste (progressiste?) che eventualmente gli suggeriscano di disfarsene.
Ecco perché la difesa delle innegabili radici giudaico-cristiane dell’Europa moderna non vuole affatto propugnare il recupero in blocco di una tradizione monoliticamente interpretata. È infatti sbagliato, in quest’ottica, avventurarsi nella giustificazione dei ghetti, dell’Inquisizione, della cacciata degli ebrei di Spagna, in una parola dei molti lati oscuri che un magistero bimillenario di fede e di pensiero porta inevitabilmente con sé.
Nondimeno l’attacco sferrato dal monismo islamico merita adeguate risposte sul piano teologico (spiacente, ma di fronte ad un attacco religioso si tratta di un aspetto imprescindibile) e politico (il Corano è un testo normativo, a differenza della Bibbia). Ad esempio riscoprendo la ragione universale come dato connaturato ad una visione giudaico-cristiana dell’umanità – in quanto tutti gli uomini, quand’anche atei, pagani o miscredenti, sono creati “ad immagine e somiglianza di Dio”. È per mezzo di essa, quindi, che sia il laico sia il chierico partono da una facoltà cognitiva comune alla ricerca del significato ultimo del Mistero, approdando infine alla nozione altamente unificante di diritto naturale (cioè l’insieme dei principi universali che non mutano al volgere del tempo).
Se dilaga il relativismo per cui non esistono cause finali e cause formali, ma solo cause efficienti e materiali, si afferma la mentalità zapaterista per cui tutti i canoni etici o interpretativi si equivalgono (se la Verità non esiste, non va neppure cercata). A molti sfugge, ma da simili premesse risorge vieppiù il materialismo storico e dialettico, cioè l’assunzione che una determinata “architettura di significati” prevalga solo in funzione del potere strumentale che la contingenza le mette a disposizione. Dal canto suo, l’islam contrappone al diritto naturale – cioè all’idea di una Verità cui tendere per aggiustamenti successivi – la legge religiosa (la shari’a) consegnata all’uomo da Dio, nella convinzione che non esista un dato universale che non sia già precompreso nella concezione islamica della vita. Traduco per i duri di comprendonio: l’islam (“sottomissione”) è puro Potere.
Benedetto XVI ha espresso lo stesso concetto dicendo che l’islam “non è riformabile”. Se non dall’esterno, aggiungo io.
Basta fare due più due, allora, per capire come l’incontro tra certo sottile nichilismo contemporaneo e l’islamismo preluda alla palingenesi dell’Eurabia fallaciana. Grave demerito di Marcello Pera è l’incapacità di divulgare con efficacia quanto appena argomentato, piuttosto che un’inesistente deriva “reazionaria” nell’elaborazione politica messa in moto dal suo entourage.




6 dicembre 2005

Quando il cane si morde la coda

Le dichiarazioni rilasciate da Emanuele Severino e Giulio Giorello sul Corsera e su La Stampa rispettivamente, unite alla puntuale denuncia di un confronto "drogato" dall'assunzione unilaterale di una Verità incontrovertibile, come può esserlo quello con la Chiesa Cattolica, contengono una buona dose di approssimazione e di aporie.
Dice Severino: «L'esistenza di un immutabile e divino ordinamento della realtà implicherebbe l'inesistenza del mondo, cioè l'assurdo». Il filosofo bresciano, forse inconsapevolamente, parla dell'Islam, nel quale Natura e Grazia coincidono nel rispetto del dettato coranico, non certo del cristianesimo, che prevede invece il libero sviluppo del creato come riverbero di una originaria (e benefica) volontà trascendente. Un infortunio teologico macroscopico, per un pensatore del suo calibro.
Il relativismo, dice invece Giulio Giorello, «non è un dogma, "Non c'è verità", non è nemmeno la frase banale e insensata "tutto è relativo". Il relativismo è l'atteggiamento mentale...». Quindi il relativismo, dopo alcune avventurose sortite in territorio etico, si starebbe rassegnando a rientrare nell'ambito più tranquillizzante della gnoseologia, dove peraltro ha trovato giusto asilo sin dalla notte dei tempi. Perciò non tutto è relativo (ché quello, come giustamente evidenziato da Giorello, sarebbe un dogma, e dei più rigidi), ma una Verità ontologica, anche come approdo puramente teorico di qualsivoglia itinerario conoscitivo, esiste eccome. Delle due l'una, no?




8 ottobre 2005

Aggiungi un posto a tavola

Con oggi, anche il sottoscritto inaugura quell’attività di “memoriale telematico” che va sotto il nome di blog. Come chiunque si affacci alla finestra nella speranza di calamitare l’attenzione dei passanti con le sue idee, alla maniera dei comizianti londinesi che salgono sul pulpito pubblico di Hyde Park, nemmeno io sopravvaluto l’importanza del mio contributo alla formazione delle “opinioni condivise” che sanno influenzare la cultura e la politica.

Ciononostante mi avventuro su questa strada sconosciuta – che percorrerò magari con la discontinuità dettata dagli impegni quotidiani, ma sempre con la massima passione intellettuale – confidando che anche solo grazie all’accensione di una nuova, piccola “stella” la galassia della blogosfera possa correggere in modo stimolante i suoi equilibri interni. E che l’aggregazione di piccoli “sistemi solari” come Tocqueville, al quale peraltro si deve la mia “discesa in campo”, sappia trarne nuovo slancio e incoraggiamento.

 

Fuor di metafora, mi sembra opportuno tentare una definizione preliminare delle mie “coordinate culturali” di riferimento, anche per compilare un biglietto da visita come si deve.

Senza imbarcarmi in un titanico rendiconto onnicomprensivo, vista anche la fluidità con cui le convinzioni personali evolvono nel tempo, per esporre una sintesi dell’Ismael-pensiero affronterò uno dei temi più incandescenti dell’attualità, il rapporto tra politica e religione, prendendo spunto da alcune riflessioni decisamente interessanti – apparse guardacaso su un blog. Qui, detto per inciso, se ne azzarderà una sommessa confutazione.

Lo spazio in questione è quello di JimMomo, osservatore dei fatti politici capace di argute provocazioni in salsa radicale e di osservazioni non banali sul tema della laicità.

In uno degli articoli linkati a latere della sua sezione dinamica (“Liberali. L’abbraccio di Ratzinger può rivelarsi mortale”), JimMomo spiega con chiarezza il suo punto di vista a proposito delle convergenze, più o meno recenti, tra certi ambienti ecclesiastici e alcune “schegge impazzite” del variegato mondo liberale. L’analisi di Jim si inarca su una chiave di volta sostanziale, sul filo teoretico sottile ma palpabile che, a suo dire, separerebbe le premesse “giusnaturaliste” dello stato di diritto da quelle “veritative” care a certo clericalismo di ritorno. Sempre riassumendo, mentre le prime farebbero premio sul concetto di ragione interna come centro del “verdetto morale” di ognuno, le seconde imporrebbero a base dell’edificio civile una serie di sovrastrutture esterne ancorate al piglio autoritario con cui la Chiesa Temporale persiste nel contraddire il suo mandato originario. Segnatamente, quello spirituale. L’incontro fattivo tra (alcuni) laici e (alcuni) prelati, sotto questa luce, diventerebbe nulla più che un “equivoco” maturato nel reciproco riconoscimento di quel “distretto fondativo” che preesiste alle leggi codificate. Di qua i valori universali laicamente generati dalla ragione – dignità dell’individuo, diritti di proprietà, libertà – e di là l’invadenza di Dio e della tradizione, accidenti del buio pre-scientifico.

Tale idea della ragione – e qui hanno inizio le mie considerazioni – ha indiscutibilmente le sue radici nell’Illuminismo francese, che più che alla “finitezza” guardava all’autosufficienza della Dote Suprema (la Ragione, appunto) nel definire i cardini giuridici del consesso civile.

Ebbene, sin da ora posso garantire che qualsiasi opinione avrò l’ardire di esprimere in futuro, la mia attenzione sarà sempre principalmente rivolta all’intelletto, non alla ragione “conclusiva” tanto coccolata dalla modernità. La ragione, intesa come capacità di dimostrare una tesi partendo da un’altra tramite il metro della logica formale, nella mia aristotelica adesione alla realtà funziona come un “ascensore cognitivo” che procede tra l’esperienza e l’intelletto. In questo quadro, gli elementi “captati” dalla realtà vengono elaborati dalla ragione e consegnati all’intelletto che, folgorato dall’intuizione, compie il “grande salto” di trascendere i sensi e di cogliere i principi primi, cioè il vero (universale) che è in tutte le cose. Quindi anche i “valori universali” individuati dalla ragion pura – dignità, libertà, proprietà – sbocciano in una visione puramente razionale di ciò a cui rimandano, il bene. Altrimenti rischiano di costituire un insieme di parole assolutizzate a scapito dell’atto di fede che sempre il perseguimento del bene comporta. La mistificazione perpetrata dal culto della razionalità è di scambiare un mezzo per il fine ultimo, e di santificarlo. Inutile stare qui a ripercorrere i drammi storici causati da questo stilema ideologico, con la nazione che si trasforma in nazionalismo, l’etnia che diventa razzismo, la laicità che diventa Terrore.

Meglio concentrarsi sull’incongruenza insita nel rubricare la ragione come la facoltà di non credere a ciò che non si sia sperimentato empiricamente. Ammettere tale assunto significa non poter credere al professore di biologia che spiega la fotosintesi clorofilliana, perché ciò costituirebbe una rinuncia alla verifica diretta. Ma significherebbe anche pervadere l’intera gamma delle scelte individuali con una cortina di casualità totalizzante. Ad esempio, sulle tematiche eticamente sensibili graverebbe un vuoto di ragione assolutamente invalidante. Ogni scelta che riguardi la biogenetica, l’eutanasia o il controllo delle nascite è, di fatto, orientata ad un bene su cui si scommette senza certezze iniziali, quindi per fede non-razionale. Chi sceglie di “staccare la spina” ad un congiunto in coma piuttosto che di mantenerlo artificialmente in vita, chi abortisce una gravidanza anziché portarla a termine, chi manipola una staminale embrionale invece di una cellula somatica, lo fa perché si fida del buon esito delle sue azioni. Ma senza averne la sicurezza assoluta.

Quindi anche la nostra modernità tecnorazionalista, pur proclamando il suo materialismo di fondo, vive immersa nella fede, così come gli obiettivi finali di quelle “grandi parole” (libertà, dignità, ecc.) che, prese singolarmente, rischiano di essere il riverbero di una ragione meramente strumentale. E proprio per evitare che  le traiettorie della morale soggettiva entrino in rotta di collisione le une con le altre esiste la legge. Una legge perciò inevitabilmente toccata dall’etica.

Alcuni liberali, semplicemente, realizzano che duemila anni fa si è incarnata nella storia una presenza in grado di indicare un modo per far convergere le aspettative dei singoli verso un’unica scommessa d’amore. Non l’amore zuccheroso, non l’irenismo a buon mercato, ma il sacrificio di sé finalizzato al bene altrui. Anche quando non ve n’è ragione.

Ancora, alcuni liberali riflettono sulla portata epocale di quella stessa “presenza” che, in un mondo dedito all’adorazione di idoli personificati, ha saputo raccogliere le parole slegate che ciascuno di tali simulacri richiamava (libertà, dignità, proprietà...) e trasformarli in valori portanti di un bene più elevato. Fino a informare di sé, mediante il meccanismo dell’inculturazione spontanea, un’intera civiltà. Con leggi, tradizioni e consuetudini ispirati ad una sapienza sopravvissuta ai colpi della barbarie proprio perché strettamente connessa con il concetto di libertà.

In pratica, quei liberali si scoprono intimamente cristiani proprio perché liberali, smascherando così il tranello lessicale insito nella distinzione tra fondamenta “interne” ed “esterne”, che poggia su un equivoco – quello sì! – in merito all’immanenza della fede volenti o nolenti. E afferrano l’applicabilità di certe dinamiche storiche anche ai nostri tempi, agitati dal confronto con il monismo islamico nelle sue varianti fanatizzate, da cui traspare l’abisso tra una religione sorta per convivere con un impero (popolandolo pacificamente) e una, invece, nata per crearne uno tutto suo sotto il segno del connubio tra potere e divinità.

La cultura della vita veicolata dal cristianesimo consente di non rimanere schiacciati tra l’incudine del nichilismo suicida e il martello dell’indifferentismo bioetico. Ad alcuni liberali piace pensare che ciò rappresenti una garanzia insostituibile per la ricerca del benessere materiale, sempre attraverso il corretto uso delle parole-chiave che non sto a ribadire, a sua volta posto a salvaguardia di una libera soddisfazione dei propri bisogni immateriali. La quale non può avere luogo se la politica esclude dai suoi orizzonti il bene. Per dirla con Romano Guardini, la modernità “che ha rescisso il rapporto con il bene, appare non più come il luogo della reinvenzione della politica ma, al contrario, come un processo di spoliticizzazione, perché nell’uomo agisce una fatale inclinazione: esercitare il potere in modo sempre più fondamentale, scientificamente e tecnicamente perfetto, e al tempo stesso non prenderne le difese, cercando invece di ammantarlo dei pretesti dell’utilità, del benessere, del progresso e così via. L’uomo perciò ha esercitato una potenza, senza sviluppare l’etica corrispondente che trova la sua espressione più genuina in una società completamente anonima”. Il che, come si diceva all’inizio, impedisce perfino di concepire una “scelta” vera e propria.

Certi liberali guardano con ammirazione agli Stati Uniti, dove la felicità materiale e quella spirituale vengono messe nelle migliori condizioni per coincidere da assetti istituzionali ispirati alla tolleranza deista (cioè a un cristianesimo “razionalizzato” ma di sostanza). Mentre invece vedono come il fumo negli occhi il modello francese, nel quale la laicità non è un dovere dello stato, ma un obbligo del cittadino libero, eguale, fratello. Le parole, svincolate dall’universale a cui rimandano, diventano legacci.

Gli stessi liberali che quindi preferiscono la Rivoluzione Americana alla Rivoluzione Francese hanno anche chiuso i conti con la sindrome di Porta Pia. Che l’ingerenza del divino nel politico sia la negazione stessa del cristianesimo, e che vada combattuta senza quartiere, è un fatto; che oggi i problemi non siano affatto legati ad un eccesso di papismo, lo è altrettanto.

Non è in discussione il diritto a non credere, a non praticare o a inveire contro il cielo, piuttosto si dibatte di come non mettere il proprio disimpegno a carico dell’altrui incolumità. Parimenti se si accetta la sfida di “fare come se Dio ci fosse”, si facilita la comprensione dell’ethos e delle priorità morali che si danno per scontate nella vita e nella legge. E si cerca di interrogarsi sul futuro di un’Europa che, glissando sulle sue radici cristiane, finisce per adottare una bandiera inghirlandata dalla corona mariana. Forse senza nemmeno avvedersene.

Io sono un liberale di quelli. Curioso, forse, considerando che la mia personale “partita con la fede” stenta a decollare, magari perché mi ritrovo figlio di uno gnostico ultra-razionalista e di una cattolica non praticante.

Ci sarà di che divertirsi, oh sì.



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