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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
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interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Immigrazione e libertà

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Liberalismo

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Sapessi com'è strano/
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La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

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Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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11 febbraio 2008

I figli di Hurin

di J.R.R. Tolkien
Bompiani, 325 pp., € 20
a cura di Cristopher Tolkien

“Mi lascerò alle spalle la mia ombra,
o per lo meno non la proietterò su coloro che amo”

Ogni filone culturale può essere suddiviso in molti sottogruppi, mediante una classificazione spazio-temporale della diversificazione interna che lo caratterizza. Così, per esempio, vi furono un Illuminismo francese (enciclopedico e razionalista, con Diderot e D’Alembert) e un Illuminismo scozzese (scettico ed empirista, con Smith e Hume). Lo stesso, a livello individuale, vale per la produzione artistica o la sensibilità ideologica dei singoli autori: si pensi solo ai vari periodi (come il blu, il rosa, l’africano) di Pablo Picasso, oppure alla controversa cesura tra le vedute politiche del Luigi Sturzo pre- e post- esilio angloamericano.
All’avventura letteraria di John R.R. Tolkien è possibile applicare un analogo schema descrittivo per ragioni di natura concettuale, prima ancora che biografica. Linguista e glottologo d’eccezione, in effetti, il professore oxoniense non fu che un romanziere dilettante, ancorché di gran lusso. Sempre dedito al maniacale cesello della perfetta ossatura filologica per il suo universo immaginario – in linea con una concezione della fiaba che vede nel soffio ispiratore della Parola l’albero e nei suoi molteplici terminali creativi le foglie –, Tolkien fu assai prolifico di abbozzi narrativi poi abbandonati o sospesi a causa della loro indisponibilità a rientrare in una trama armonica rispetto al “discorso” di fondo. Aspirando per deformazione professionale contemporaneamente alla completezza e alla coerenza, egli soffrì l’inconcludenza. Non è un caso se le opere che ne immortalano l’apogeo stilistico e la compiuta maturazione autoriale sono quelle postume, pubblicate grazie al certosino lavoro di redazione curato dal meno visionario ma senz’altro più risoluto terzogenito Cristopher. È in capolavori come Il Silmarillion, i Racconti Perduti, i Racconti Incompiuti e i Racconti Ritrovati che la poietica di Tolkien raggiunge le sue vette di lirismo più celestiali, coniugando prosa rifinita e compatto spessore tematico.
Dalla mitografia della Terra di Mezzo risalta indubbiamente la variazione di tono che distingue due “foglie” estemporanee come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, venate di umorismo inglese e di leggerezza fiabesca, dall’albero da cui ricevono linfa vitale, che affonda le radici nelle cupe atmosfere elegiache dei Tempi Remoti, durante i quali favola e orrore si fondono per dare vita a memorabili leggende nere.
Tra di esse, spiccano senz’altro l’afflato amoroso del Lai di Beren e Luthien e il potente respiro epico de La caduta di Gondolin. Ma dove la dimensione tragica della Prima Era si condensa in un’unica vicenda a sé stante è nella triste storia dei figli di Hurin, da pochi mesi compendiata in questa inedita versione integrale. Le amare vicissitudini di Turin e Nienor parlano di un mondo sofocleo, nel quale la morsa del Fato soffoca ogni velleità di libero arbitrio: perseguitato dalla maledizione che Morgoth (il Lucifero della Terra di Mezzo) ha lanciato contro suo padre, al culmine del racconto Turin ha l’ardire di ribattezzarsi Turambar, cioè Padrone della Sorte. Novello Edipo, egli vive un’inutile e disperata fuga dal proprio destino che lo porterà, assieme alla perduta sorella, a infrangere “uno dei più forti tabù dell’umanità sin da quando essa si è aperta alla ragione”, come scrive acutamente Gianfranco de Turris in postfazione. Ossia, lungi dal rimodellarla secondo volontà, ad aggravare enormemente la sua posizione esistenziale. Il tutto sotto lo sguardo muto e impotente – forse addirittura disinteressato – della divinità.
Quanta differenza tra l’archetipo incarnato da questo eroe neoclassico – schiacciato dall’eterno ritorno di un Male sempre uguale a se stesso, al quale il pensiero e l’azione possono opporre solo resistenze di bandiera – e quello del “nordico” Frodo Baggins. Il celeberrimo Hobbit protagonista de Il Signore degli Anelli, infatti, si muove in un mondo ricolmo di attese messianiche, pronte a divenire certezze tramite un sacrificio para-cristologico partecipato in prima persona dalle forze ultraterrene (va ricordato che Gandalf è un Maia, una creatura angelica). Frodo è l’anti-Turin: il suo eroismo deriva dalla consapevole accettazione del “mandato” affidatogli dal destino, dal suo tener fede a un piano più alto e imperscrutabile del previsto, con la positiva (e paradossalmente liberatoria) catena di conseguenze innescata dalla sua condotta.
Nelle cronache dei Tempi Remoti, al contrario, c’è poco spazio per l’eucatastrofe – il lieto fine, come teorizzato dal Tolkien nel saggio Sulle fiabe (1939). Questa discontinuità di registro è probabilmente dovuta al peculiare contesto storico in cui il suo oggetto letterario vide la luce. Benché la definitiva stesura in prosa de I figli di Hurin risalga al periodo immediatamente successivo alla pubblicazione de Il Signore degli Anelli, la fase embrionale della storia fu un affare tra Tolkien, il suo taccuino e la trincea sulla Somme che li ospitò entrambi durante la Grande Guerra. L’idea di questo racconto non nacque in un periodo particolarmente foriero di ottimismo antropologico, diciamo.
L’ennesima perla – l’ultima? – che l’ormai ottantaquattrenne Christopher Tolkien estrae dallo scrigno dei gioielli paterni si presenta al pubblico di casa nostra nella traduzione asciutta e lineare di Caterina Ciuferri. Siamo molto lontani dall’aulica trasposizione a suo tempo redatta da Francesco Saba Sardi per Il Silmarillion, che rappresentò il tentativo di conferire alla versione italiana del corpus mitologico tolkieniano una veste linguistica in grado di riecheggiare le stesse, antichissime fonti ispirative dell’originale. Trattandosi qui di un unico racconto autoconclusivo e non della summa fantastoriografica di materiale composito, la scelta di un regime sintattico più planare è ugualmente appropriata, anche se non altrettanto evocativa.
Colpisce favorevolmente la già citata postfazione al testo di Gianfranco de Turris: anziché prodursi in una delle sue bizzarre esegesi evolian-gnosticheggianti di Tolkien (altrove* scrisse che le immagini più suggestive de Il Signore degli Anelli simboleggiano “il viaggio iniziatico, il percorso sotterraneo, l’ascesa al monte, il continuo combattimento con la parte materiale di se stessi”, corsivo mio), il saggista ausonio svolge riflessioni estremamente pertinenti, con le quali riconosco un’identità di vedute pressoché completa.
Sentenziosa e discutibile, invece, la breve nota finale di Quirino Principe. Affermando il carattere “metastorico” e “metapolitico” del lascito tolkieniano, il letterato goriziano si avventura in un’apodittica legittimazione di quella “società esoterica” che è la congrega dei “fedeli di Tolkien”, plaudendo en passant al venire meno di ogni “gerarchia d’importanza e di primarietà” tra le opere dell’oxoniense. Un modello critico col quale sconvengo su tutta la linea: l’opera di Tolkien va sottoposta eccome al vaglio di molteplici interpretazioni stilistiche, sociologiche, politiche e religiose, proprio per sottrarla al ghetto carnevalesco in cui gli esoterismi settari del fandom hanno gioco facile a confinarla. Oltre che per consegnarla finalmente alla Letteratura con la elle maiuscola: un obiettivo che solo la cernita scientifica della produzione tolkieniana “di punta” permette di raggiungere, non certo il compiacimento nel constatare che “gli Hobbit, Frodo, Eowyn, Aragorn, Arwen, la Terra di Mezzo, sono divenuti quasi termini di auto-identificazione” per mai troppo esigue schiere di stramboidi.

Il mio “archivio Tolkien”: Uno sguardo fino al mare, La Verità su Tolkien, Invito alla lettura di Tolkien

* “Il caso Tolkien”, in Gianfranco de Turris [a cura di], J.R.R. Tolkien Creatore di Mondi [Rimini: Il Cerchio, 1992], pag. 22. Devo questa osservazione al pamphlet tolkieniano di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (vedi sopra).




28 settembre 2007

Appunti su "Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco"

 “Alla fine tutti noi diventiamo canzoni. Se siamo fortunati”

Negli sterminati e onnicomprensivi cieli della letteratura fantasy, da oltre dieci anni risplende l’astro di George R. R. Martin. L’opera dello scrittore americano è molto vasta; qui mi occupo di stendere qualche nota sull’edizione italiana del suo lavoro più acclamato, cioè Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
La pubblicazione del ciclo romanzesco segue una suddivisione in episodi premeditata all’origine, anche se già soggetta a qualche variazione in corso d’opera. La tabella di marcia inizialmente programmata dall’autore prevedeva tre volumi, Il gioco dei troni (A Game of Thrones), Lo scontro dei re (A Clash of Kings) e Tempesta di spade (A Storm of Swords), ai quali, dopo un controverso ripensamento d’intenti, si sono aggiunti Un banchetto per corvi (A Feast for Crows), La danza dei draghi (A Dance with Dragons), I venti dell’inverno, (The Winds of Winter, titolo provvisorio) e Il sogno della primavera (A Dream of Spring, titolo provvisorio). In Italia i primi tre libri sono stati pubblicati da Mondadori, non senza che il loro spezzettamento in due o tre sotto-volumi ciascuno suscitasse qualche giusto malumore, mentre finora del quarto la stessa casa editrice ha pubblicato solo la prima parte (Il dominio della regina).
Va subito specificato che l’inserimento di A Feast for Crows tra A Storm of Swords e A Dance with Dragons, a riempimento di una lacuna cronologica di cinque anni tra i fatti narrati nella prima e nella seconda trilogia, si deve tra l’altro a una vera e propria sollevazione telematica degli appassionati: vedremo in seguito come anche per Martin la poca fermezza nell’ignorare le ubbie del fandom si sia rivelata una cattivissima consigliera.
Le vicende raccontate ne Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire in lingua madre: non si capisce bene se l’insulsa traduzione italiana del titolo originale, peraltro unico neo nell’ottima trasposizione curata da Sergio Altieri, voglia parassitare il successo del lewisiano Le cronache di Narnia) si svolgono in un mondo immaginario nel quale le stagioni possono durare anni interi e le terre emerse vedono un continente occidentale e uno orientale dirimpettai sui due lati dell’oceano minore, chiamato Mare Stretto. Il baricentro dell’avventura è saldamente situato a Ovest, con uno dei tronconi narrativi salienti più qualche “deviazione” dal tracciato principale dislocati a Est. La regione occidentale del planisfero martiniano, cartografata abbastanza dettagliatamente all’interno di tutte le edizioni del libro, costituisce una sorta di macro-Britannia con sporadici innesti mediterranei. I punti di contatto dell’occidente tratteggiato da Martin con la storia e la civiltà anglosassoni, infatti, sono numerosi e significativi. I sette regni degli uomini, all’epoca in cui scoppia la guerra di successione al trono sulla quale si impernia il racconto, sono ingabbiati nel rigido sistema feudale e centralista creato tre secoli prima da Aegon il Conquistatore, ma in precedenza formavano una confederazione di reami indipendenti: esattamente come l’Inghilterra pre-normanna. Le rare tracce di politologia presenti nel testo, a tal proposito, hanno nell’alternativa tra unione e unità dei regni il loro tema cardine. Il confine settentrionale del mondo civilizzato è un’immensa muraglia di ghiaccio custodita da un ordine di monaci guerrieri, i Guardiani della Notte, e oltre la frontiera Nord si distende una selva abitata da tribù di feroci barbari, i Bruti. La similitudine con il vallo di Adriano, che anticamente proteggeva i domini inglesi dalle scorrerie dei Celti e ancora oggi segna il limitare della Scozia, è palese. Le due casate rivali nel “gioco del trono” sono i Lannister e gli Stark (rispettivamente signori di Castel Granito e di Grande Inverno, ovvero i lord protettori dell’Ovest e del Nord), consonanti perfino nel nome alle case di Lancaster e York che combatterono la sanguinosa Guerra delle Rose nel XV secolo. Tutta l’onomastica delle terre occidentali, poi, si regge su una fonetica che oscilla tra il celtico (Robert Baratheon, Vyseris Targaryen) e l’anglofono (Nestor Royce, Walder Frey, Jacelyn Bywater).
Più scarse sono le informazioni relative al continente orientale; sappiamo che in buona parte esso è organizzato in città libere sul modello delle poleis greche, che in alcuni territori si pratica il commercio degli schiavi e che l’etnografia complessiva del Levante martiniano unisce elementi (medi)orientaleggianti a caratteri più tipicamente europei (come ad esempio la conformazione della città di Braavos, che di Venezia riproduce i canali, i ponti e addirittura le gondole).
Come sempre, ogniqualvolta si profili all’orizzonte un bestseller “di genere”, scatta il riflesso condizionato di paragonarne gli stilemi con l’opera che, a torto o a ragione, viene universalmente riconosciuta quale capostipite del filone. Nel nostro caso, si tratta ovviamente di stabilire il grado di parentela tra i Sette Regni di George Martin e la Terra di Mezzo di John Tolkien.
Dietro una comune estetica a forti tinte medievali, in realtà, tra l’opera dello scrittore americano e del fellow britannico si rinvengono profonde differenze stilistiche e tematiche, pur con una peculiare convergenza nella poetica. Mentre Tolkien si prefiggeva l’obiettivo – a onor del vero raggiunto pienamente solo con gli scritti postumi – di svincolare radicalmente il testo dal contesto, cioè di fare mitologia, Martin è decisamente uno scrittore del nostro tempo. Certo, le sue Cronache non rientrano nel campo del fantasy “debole” ovunque prodotto dopo che la tragedia del Novecento è degradata in farsa, ma gli schemi compositivi adottati al loro interno avvicinano il risultato finale più al romanzo storico postmoderno che all’epos. Non a caso la temperie machiavellica da cui emergono alcune svolte narrative e la crudezza di molti registri espressivi ricordano in svariati frangenti I pilastri della Terra di Ken Follett (libro peraltro eccezionale). Se lo “scheletro portante” della cosmogonia tolkieniana è il Verbo, inteso come potenza (sub)creatrice del linguaggio, lo spessore storico del mondo martiniano riposa su sostegni retrospettivi più a buon mercato: un’abbondante araldica di stemmi, blasoni e segnacoli nobiliari, qualche riferimento cronologico per coordinare la storiografia dei Sette Regni, un arcipelago di credenze religiose stratificatesi nel corso dei millenni. Riguardo al rilievo della religione nell’indirizzare il corso degli eventi, del tutto latente in Tolkien, nell’opera di Martin l’adorazione delle diverse divinità ricopre la funzione – eminentemente politica – di legittimare il potere costituitosi attorno alle varie schiatte aristocratiche. Gli Stark e i popoli del Nord sono devoti al culto animista dei Primi Uomini, mentre nel resto del continente occidentale prevale la tradizionale adorazione dei Sette Dei (di marca “archetipica” vagamente greco-romana). Eppure sono i culti misterici monoteisti che, improntati a un ferreo dualismo ontologico, promettono di fornire all’autore un serbatoio creativo per future invenzioni tramiche. Il Signore della Luce e il Dio Estraneo, così come il Dio Abissale e quello della Tempesta, definiscono antinomie concettuali nette e dispongono di ministri in possesso della facoltà di resuscitare i morti. Ancora da inquadrare rimane la parte in commedia del culto panteista celebrato nella città di Braavos al Dio dai Mille Volti.
Da tali brevi note si desume la differenza forse più marcata tra le scritture di Tolkien e Martin, che attiene all’opposto arco teleologico descritto nelle due epopee: laddove la Terra di mezzo, con la distruzione dell’Anello e la partenza degli Elfi, si accinge a distaccarsi senza appello dalla dimensione magica e soprannaturale e a “secolarizzarsi”, i Sette Regni vivono immersi nel potere, per così dire “stagionale”, di forze (e creature) ancestrali in spola perenne tra quiescenza e risveglio.
Eppure il ruolo giocato dalla magia offre allo stesso tempo anche un interessante motivo di similitudine “poetica” tra i due autori: in Tolkien come in Martin le arti magiche assumono contorni incerti e sfuggenti, determinando un’esemplificazione della capacità di dominio. Il recente fantasy neognostico (ossia a vario titolo debitore di concezioni “elettive” della conoscenza), al contrario, ha sempre in un pervasivo brodo d’empatia stregonesco la sua forza motrice per eccellenza.
In conclusione, resta solo da esprimere un giudizio d’insieme sulla saga letta fin qui. Alla partenza piuttosto naif di A Game of Thrones ha fatto seguito una vistosa maturazione stilistica, culminata nella forsennata ecatombe di A Storm of Swords. Ma l’incognita che minaccia più seriamente il futuro del ciclo martiniano è la volubilità dell’autore che, sommata alla propensione ad accusare la pressione pseudocreativa dei suoi fans più agguerriti, rischia di replicare anche in futuro il mezzo passo falso compiuto sinora con A Feast for Crows. Un libro stancamente interlocutorio, che ignora due dei tre personaggi meglio caratterizzati del cast (il nano deforme Tyrion Lannister e il voltagabbana Theon Greyjoy, quest’ultimo gettato nel dimenticatoio davvero da troppo tempo) e serve al terzo (il keynesiano maestro del conio Petyr Baelish) solo una particina striminzita. George Martin avrebbe dovuto respingere i diktat del fandom e proseguire nella sua idea di frapporre un salto temporale tra le due trilogie con un po’ più di risolutezza, dote che però notoriamente non abbonda tra gli uomini di lettere.

Link utili:

Le voci di Wikipedia su George Martin e su Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco

La Barriera (sito non ufficiale di appassionati italiani: da vedere il loro atlante in flash dei Sette Regni)




27 dicembre 2006

Invito alla lettura di Tolkien

di Emilia Lodigiani
Mursia, 204 pp., € 9,50


“Desideravo i draghi con tutto il mio cuore”
J. R. R. Tolkien


Con il fisiologico sopirsi del clamore (multi)mediatico che ha accompagnato l’uscita e lo straordinario successo della trasposizione cinematografica de Il Signore degli Anelli, il riflusso dell’alta marea editoriale cresciuta durante la seconda giovinezza della Terra di Mezzo permette, da un lato, di valutare quali contributi critici si siano dimostrati abbastanza consistenti da rimanere a riva e, dall’altro, di stabilire una gerarchia di valore tra le più quotate pubblicazioni succedutesi nel comune proposito di “introdurre a Tolkien”.
Non deve sorprendere se, nel vasto mercato dei commentari tolkieniani, una pietra miliare di prima grandezza è tuttora rappresentata dalla presente monografia, redatta nel 1982 da Emilia Lodigiani. Pur avendo anticipato di una ventina d’anni la Tolkien-mania di celluloide, infatti, questo Invito ha fissato per primo il canone d’approccio che meglio si addice all’inquadramento “specialistico” della poietica tolkieniana, ossia la competente applicazione delle metodologie analitico-documentali all’esclusiva portata degli studiosi di scienze umane. Tutta la pubblicistica specifica successiva, fiorita a margine degli sfracelli dei film di Peter Jackson al botteghino, è quasi sempre caratterizzata dal taglio perlopiù generalista che è usuale conferire alla copertura editoriale dei fenomeni di costume in pieno fermento. Ma tra una sezione dedicata alle fanfiction (racconti brevi dei fan ispirati all’opera del loro beniamino), un’altra riservata ai cosplay (le sfilate a tema in costume) e qualche avventuroso accostamento topico (frequentissimo quello tra Tolkien e George Lucas, per esempio), molte delle pubblicazioni italiane più recenti garantiscono anche il doveroso apporto di critica letteraria strettamente intesa, ovunque secondo modalità assertive in forte debito di emulazione con il lavoro svolto dalla Lodigiani.
Nel volumetto scritto dalla fondatrice di Iperborea acquistano centralità l’esame approfondito dell’opera tolkieniana, con particolare riguardo ai suoi temi portanti tipicamente novecenteschi, e uno scrupoloso riepilogo delle fonti mitologiche di cui Tolkien si riteneva un moderno compilatore. Il corretto posizionamento politico-ideologico del professore oxoniense o il suo rapporto con una pluralità di voci critiche la più polifonica possibile, rispettivamente fili conduttori di due ottimi esempi di “tolkienismo corsaro” quali La Verità su Tolkien e Uno Sguardo fino al Mare, vengono sbrigati alla stregua di problematiche secondarie, come si evince anche dal numero di pagine (circa un quarto del totale) occupate da tali motivi. In merito al primo, ci si limita a ricordare l’appartenenza di Tolkien al pittoresco club letterario degli Inklings (gli imbrattacarte, volendo tradurre un po’ liberamente). Questo “Parnaso Inglese”, come alcuni biografi hanno definito gli Inklings, non costituì una cerchia artistica unitaria, in quanto furono molto poche le influenze reciproche tra i suoi membri. Tuttavia si può parlare di una comune visione filosofica di fondo, come spiega l’autrice: “una cultura che rivela un certo carattere revivalistico, con le sue nostalgie-utopie, le sue ricerche di mitologie e cosmogonie remote che incarnino quelle verità eterne che sole danno senso alla storia umana. Borghesi, non amano il progressismo materialista della propria classe, non si riconoscono nel mondo presente, ma rifuggono dalla politica e dalla scienza come forze trasformatrici: cercano una terza via, quella dell’arte, per restituire a una società decadente l’equilibrio perduto. [...] La base filosofica latente è il neoplatonismo in una delle sue tante reviviscenze e la forma da loro adottata è quella di cristianesimo romantico [...]. Conservatori, ma non reazionari, generalmente poco coerenti nelle loro utopie, sognano un mondo senza conflitti di classe, dove ogni individuo ha un compito ben definito all’interno della società (un mondo di artigiani, forse) e dove l’arte può ritornare a fornire il legame spezzato tra l’umanità e Dio”.
Dal canto suo, il breve capitolo conclusivo La Critica passa in rivista il reference bibliografico disponibile all’epoca della prima redazione, che dopo quasi venticinque anni di invecchiamento esibisce una comprensibile obsolescenza. Ciononostante la Lodigiani apre quest’ultima sezione con un cappello introduttivo contenente alcune perspicaci osservazioni sul perché della scarsa affinità tra Tolkien e il contesto culturale italico e, più in generale, neolatino: “non abbiamo una radicata tradizione di letteratura di fantasia né passata né recente: l’Ariosto, forse unica grande eccezione, è allo stesso tempo sintomatico del nostro atteggiamento congenito verso il fantastico e il meraviglioso: il suo poema cavalleresco è in chiave ironico-parodistica; e perfino nel mondo delle nostre fiabe tradizionali (si veda ad esempio la raccolta Fiabe Italiane curata da Calvino), il salto nel fantastico avviene sempre (quando avviene) attraverso l’esagerazione, l’assurdo, il comico, con una sottintesa e ammiccante incredulità verso ciò che si sta raccontando. Abituati alla canzonatura, alla farsa e alla risata, siamo un po’ imbarazzati nell’accettare la serietà di un’invenzione fantastica che ha invece alle sue spalle un’ininterrotta tradizione letteraria”.
Evasi gli aspetti laterali del “fenomeno Tolkien”, la Lodigiani estrae i ferri del mestiere. Ed esplora la produzione tolkieniana nel suo complesso, isolandone i nodi simbolici e le aree tematiche di maggior interesse, per riagganciarsi infine alle fonti mitologiche anglosassoni e scandinave che il genio linguistico dell’Emeritus Fellow ha saputo attualizzare e ridurre a nuova unità.
L’analisi comparata delle opere minori (vale a dire Albero e Foglia e i “tre divertimenti” Il Cacciatore di Draghi, Le Avventure di Tom Bombadil e Le Lettere di Babbo Natale) serve a delineare con estrema chiarezza la cifra stilistica e la concezione dell’arte caratteristiche di Tolkien. “L’artista diventa «Incantatore», ricco del potere magico della parola. [...] «Eppure la sua potenza, per quanto egli la creda grande, non è in nessun modo arbitraria e illimitata. Egli la può tenere soltanto finché si conformi strettamente alle regole della sua arte o a quelle che si potrebbero chiamare le leggi della natura come sono da lui concepite». Così Fraser nel Ramo d’Oro descrive il potere del mago presso i popoli primitivi, descrizione che equivale a quella che Tolkien dà dello scrittore; [...] e così è nel mondo della poesia. «In principio era il Verbo»: la parola è all’origine di tutte le cose e il suo potere resta il più assoluto ed eterno. [...] La parola distingue l’uomo dalle altre creature e lo avvicina al suo Fattore, dandogli a sua volta la possibilità di creare, di dar vita alla materia, proprio come Dio ha spirato il suo soffio immortale nell’inerte argilla rendendola «un’anima vivente»: «Creiamo secondo la legge che ci ha creato». [...] «Ristoro, Evasione e Gioia» [...] sono i doni che le fiabe apportano a chi vi si accosta non tanto con l’interesse dello studioso, ma con la disponibilità a lasciarsi di nuovo stupire, rapire e incantare [...], e cioè a chi sa vivere l’esperienza estetica in modo tale che essa non solo aumenti in lui l’amore per l’arte, ma sia capace anche di influenzare e cambiare la sua visione del mondo. [...] «Immergendo il pane, l’oro, il cavallo, la mela o le strade stesse nel mito, non ci astraiamo dalla realtà: la riscopriamo di nuovo», conferma anche Lewis in una sua critica al Signore degli Anelli.
L’estesa disamina della letteratura tolkieniana implicitamente riconosciuta come “maggiore” ha il merito di rintracciare nell’avventura intellettuale del Nostro il progressivo dipanarsi del dissidio interiore tra due anime creative, quella del glottologo di professione e quella del narratore per diletto. Mentre la prima fornisce il tessuto connettivo per assegnare una “architettura di significato” a mondi immaginari di sempre maggiore respiro epico e storico, la seconda rende la loro ideazione comunicabile all’esterno tramite l’inestricabile abbraccio tra sensus e littera, forma e contenuto. A una prima fase, nella quale Tolkien sopperiva alle sue lacune di storyteller rifacendosi ai classici registri dello humor inglese e della trivialità fiabesca (Alex Lewis), la prolungata lotta tra l’erudito e il romanziere fece seguire una profonda maturazione stilistica, sfociata però nell’incapacità di tirare una volta per tutte le fila di un corpus narrativo ormai divenuto colossale e incontrollabile. “Sempre più irretito nella ragnatela di problemi teologici e filosofici che si era lentamente intessuta intorno ai suoi racconti (inevitabile, data l’ambizione del progetto), continuava a correggere, ampliare, tagliare e riscrivere ciò che aveva già scritto, ogni volta ripartendo dall’inizio, come testimoniano la quantità di materiale che giace ancora inedito e la scarsa unitarietà dell’opera, che conserva appunto il carattere di «raccolta»”.
La cangiante tonalità espressiva che informa gli archi narrativi tesi tra le diverse opere di Tolkien riflette un travagliato percorso di affinamento artistico: dapprima la fiaba (Lo Hobbit) incontra l’orrore e diventa mito (Il Signore degli Anelli), quindi l’epos conosce la maledizione collettiva e si compie in tragedia (Il Silmarillion). Tra l’affresco di redenzione universale dipinto con la Guerra dell’Anello e le premesse gettate nel corso degli “eventi remoti”, raccontati nell’opera tolkieniana postuma, intercorre un profondo divario concettuale, naturale mimesi dello iato biblico tra Antico e Nuovo Testamento. “La molla della metamorfosi, il talismano magico che si è frapposto come una lente di ingrandimento tra il mondo di Bilbo e quello di Frodo è l’Anello, il cui disegno nascosto è già individuabile nell’apparente labirinto di trame e intrecci [...]: ed è così che l’inoffensivo cerchietto d’oro trovato da Bilbo e da lui poi usato soprattutto per evitare visite indesiderate, si trasforma nel Grande Anello del Potere della Trilogia”. Il passaggio di consegne tra zio e nipote porta a definire un eroismo dai contorni vocazionali fortemente permeati di misericordia evangelica: è proprio in questo tratto “oblativo” che Frodo si differenzia da Bilbo come Enea si distingue da Ulisse (Edoardo Rialti). “Frodo assume il ruolo di eroe di un’avventura il cui scopo si presenta fin dalla partenza negativo: «Bilbo era partito alla caccia di un tesoro e ne era ritornato, io invece vado a perdere un tesoro e senza ritorno possibile, a quanto capisco» [...]. Una Quest rovesciata che dà senso profetico al mito contemporaneo di Tolkien: il «mito della rinuncia» contrapposto a quelli di Prometeo, di Ulisse o di Faust in cui la civiltà occidentale ama vedere riflessa la sua irrequieta e tormentata anima. Frodo è l’anti-Faust [...]. È l’ennesima espressione del profondo bisogno di una rigenerazione morale e culturale della civiltà occidentale e l’illusione che l’arte possa farsene strumento”. Ne Il Silmarillion l’illusione traligna nell’incubo: “la Quest nasce da una non-rinuncia, da una divorante e faustiana ambizione, da una sete di possesso e di dominio che trovano aperta espressione in un giuramento d’odio: secoli di storia, tutta la Prima Era, si svolgono lungo il filo sottile della maledizione: regni sorgono splendidi e potenti, regge e foreste si popolano, amori e amicizie riscaldano i cuori, ma non sono che effimere illusioni, fragili veli stesi a celare l’abisso di tormento e disperazione in cui tutto irrimediabilmente precipita”.
Il Tolkien calato nel suo tempo e nel suo filone letterario va però ascritto a un apporto creativo esplicitatosi anche e soprattutto nella raccolta di narrazioni epiche arcaiche, poiché la mitopoiesi del Professore verte più sul lavoro di ricodifica e trasmissione che non in quello di produzione ex nihilo, laddove il senso di «invenzione» sta nell’etimo del termine – trovata, scoperta, rinvenimento – e non nel significato corrente di «ideazione dal nulla» o in quello, traslato, di «bugia» (Marco Respinti). Nei carmi mitologici ed eroici dell’Edda e del Beowulf, nella poesia scaldica e nelle saghe – cioè nel materiale che costituisce gran parte delle fonti di Tolkien – sono già presenti molti dei temi e delle parole attorno ai quali ruota la saga della Terra di Mezzo. Nell’Edda Nuova o di Snorri, ad esempio, si ritrovano quasi tutti i nomi dei Nani di Tolkien (peraltro ivi attribuiti a creature significativamente “forgiate nella terra”); Ent in anglosassone significa «gigante»; il re Frodhi tramandato dalle saghe nordiche è un mitico sovrano della pace e della concordia, e la silloge di fili d’Arianna etimo-filologici potrebbe continuare a lungo. All’origine dell’«invenzione» romanzesca ve n’è quindi una linguistica, che consiste nella “idea di colmare una lacuna, [nel]la meditazione su dei suoni, [ne]l gusto di accostare parole e inventare termini che avrebbero potuto (o addirittura dovuto) esistere, ma che, per la stessa casualità con cui il fato regge i destini degli uomini come delle lingue, non sono mai venuti alla luce”.
All’utilizzo, tipicamente novecentesco e borghese, del romanzo quale «genere proprio del cambiamento» (M. Bachtin), l’estetica tolkieniana unisce dunque la consapevolezza squisitamente filologica che «ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo» (Antonio Gramsci). La monumentale epica contemporanea scolpita dall’Emeritus Fellow attinge all’intimo contatto del suo artefice con le cause finali e formali del logos, la parola creatrice, ovvero poggia su una adamantina comprensione dei come e dei perché i vocaboli nascono e variano il loro campo significante. La Caduta collettiva e/o individuale, esemplificata dal rifiuto dell’Eden primigenio e dal successivo ingresso nella Storia, si manifesta innanzitutto sul piano del linguaggio. Immerso nella “caducità storica” per sua stessa volontà, l’intelletto – facoltà spesso a doppio taglio – si confronta con la necessaria parzialità di qualsiasi approccio “linguistico” a una realtà in costante mutamento: nella Storia, le parole sono conseguenza degli oggetti che designano. L’umanissimo desiderio di capovolgere questo paradigma, cioè di mettere il proprio Verbo al «principio» delle cose, di fatto equivale a voler emulare prerogative divine che – si badi bene – nell’uomo creato «a immagine e somiglianza» di Dio ci sono. Ma quando desidera i draghi “con tutto il cuore”, la creatura razionale si misura con due soluzioni poietiche radicalmente alternative. Essa può assurgere a collaboratrice e prosecutrice “artistica” dell’opera divina, popolando veri e propri mondi secondari con i frutti – siano essi draghi o quant’altro – di un atto sub-creativo in piena sintonia con il dono di vita amorevolmente elargito dal Padre. Oppure può avanzare l’assurda pretesa di “destoricizzare la Storia”, decidendo di pervertire il suo contributo al disegno universale nella possessiva rivendicazione di una propria particolare visione del mondo (Edoardo Rialti), cercando di far apparire i draghi (cioè la mostruosità) nel mondo primario in una sorta di “ribellione al reale”. È il contrappunto archetipico tra arte e tecnica, raffigurato a livello simbolico attraverso la personificazione del conflitto tra doppioni, della contrapposizione – tutta legata all’uso o all’abuso dell’ingegno creativo – tra un elemento buono e una sua controparte pervertita (*). Gandalf e Saruman, Frodo e Gollum, Théoden e Denethor, Faramir e Boromir: sono solo alcune delle antinomie che lacerano la Terra di Mezzo. Perfino la personalità subcreativa di Tolkien stesso, come già accennato, è scissa da un dualismo del genere. Ma va sottolineato che “il bene corrisponde al restare fedeli alla propria natura che è originariamente buona, ma poiché la libera scelta è condizione umana, la possibilità di corrompersi è sempre presente e il bene finisce ad essere una continua conquista. In Tolkien il mondo non è aprioristicamente diviso in buoni e cattivi: ciascuno è il prodotto delle proprie decisioni. È questo il significato del tema del Sosia (o controfigura): ad ogni personaggio positivo corrisponde un alter ego negativo”.
Se mi si chiedesse di segnalare le pecche sostanziali di questo Invito, ne indicherei solo due. Primo, lo scarso risalto dato alla stragrande maggioranza del materiale tolkieniano postumo il quale, oltre che da Il Silmarillion, è costituito anche dall’immensa History of Middle Earth, di cui il trittico Racconti Incompiuti-Perduti-Ritrovati (affrontato dalla Lodigiani nel rapidissimo volgere di tre pagine e mezza) rappresenta solo un estratto, ancorché cospicuo. Nel testo in mio possesso, l’autrice dichiara di aver aggiunto le brevi note relative ai Racconti solo in sede di ristampa, per cui immagino che tale carenza di trattazione sia dovuta esclusivamente alla prossimità temporale tra l’uscita di quei libri e la prima edizione del presente volume. In secondo luogo, è opportuno avvertire che il carattere “introduttivo” di questo saggio è più che altro millantato per farlo rientrare nella collana tematica Invito alla lettura di... Considerando la densità della prosa e la familiarità con gli argomenti trattati che presuppone nel lettore, è impensabile ritenerlo un agile viatico per neofiti: al limite, esso può fornire un buon trampolino di lancio per passare da una conoscenza “filmica” della Terra di Mezzo a un approfondimento più rigoroso.
Di pecche formali propriamente dette non ce ne sono, pur non mancando gli inevitabili (e pertanto giustificabilissimi) effetti dell’invecchiamento, agente usurante che la saggistica accusa in modo particolare: la punteggiatura desueta, ma soprattutto la scarsa reperibilità. E quest’ultimo è davvero un peccato, per un libro che non può non stazionare ad libitum sul comodino di ogni tolkieniano che si rispetti.

Chi volesse leggere la recensione di Introduzione a Tolkien, ottimamente scritta da Alessandro Moroni, la può trovare qui.


(*) Lo stesso tema, osservato da un’originale prospettiva legata alla “dissociazione” intrinseca all’arte drammatica, viene sviluppato anche nel film The Prestige di Cristopher Nolan, nelle sale da Venerdì scorso. Il trambusto festivo mi impedisce di commentarlo estesamente, ma basti dire che si tratta di una pellicola basata su un intrigante dialogo tra testi, sottotesti e veicoli espressivi. Forse pensata per compiacere un pubblico di primi della classe, a tratti artificiosa, ma di buonissima fattura ed elevato stimolo intellettuale. Dispiace solo che il prestigio finale proprio non le riesca.




11 gennaio 2006

La Verità su Tolkien – Perché non era fascista e neanche ambientalista

di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro

172 pp, Liberal Edizioni, € 18

 

Al tolkieniano maturo non può sfuggire il ruolo strettamente comprimario ricoperto dalla politica, specialmente se appiattita sulle meschine convenienze dell’attualità, all’interno della produzione letteraria del Professore per antonomasia. In essa, infatti, i risvolti più spiccatamente “politici” si mescolano all’insieme di parole universali - Bene e Male, Potere e Obbedienza, ineffabilità, lotta all’idolatria, Caduta, Sacrificio e Redenzione - attorno al quale ruota una narrazione di poderoso respiro epico e mitologico, piuttosto che allegorico o metaforico.
Eppure, forse proprio nella consapevolezza di essersi trovati ad analizzare un ciclo di opere ricche di tematiche immanenti ad ogni età dell’uomo, molti dei critici che hanno tentato una ricognizione nella galassia tolkieniana, spesso allevati in una temperie “decostruzionista” decisamente inadatta allo scopo, hanno anche affibbiato al suo demiurgo la casacca di questa o quella famiglia politica.
Trasformando così un confronto potenzialmente molto edificante in una grottesca tribuna elettorale, superficiale nelle premesse e approssimativa negli sviluppi, che s’insinua furbescamente tra gli spiragli logici connessi alle “molteplici applicabilità” della vicenda fantastica.
Del resto, se è la scarsa circolazione di quei presupposti filosofici e teologici, che sarebbero indispensabili per una corretta introduzione a Tolkien, la causa delle appropriazioni politiche indebite che ne hanno coinvolto l’opera, rimane valido anche il ragionamento inverso. Cioè che un guinzaglio ideologico troppo stretto conduce automaticamente sui sentieri interpretativi più aberranti.
Perciò, se l'anno scorso avevo salutato con gioia i modi e le forme del contributo offerto dai ragazzi di “Uno sguardo fino al mare”, ottimo auspicio sul fronte dell’esegesi pura, oggi non posso non accogliere con altrettanta soddisfazione questo “libello militante”, curato da una coppia di giovani che, nell’ambito giornalistico, inizia a godere di una certa notorietà. Abbeveratisi alle “ulmiche” acque del Lario e del Tigullio rispettivamente, Mingardi (1981) e Stagnaro (1977) mettono già da diversi anni la loro penna al servizio del liberalismo prodigandosi nella ricerca multidisciplinare e nell’attività pubblicistica, ultimamente sfociate nella direzione dei dipartimenti di “Globalizzazione e concorrenza” ed “Ecologia di mercato” presso l’Istituto Bruno Leoni di Torino.
Con questo pamphlet, nato dalla rielaborazione di una serie di saggi precedentemente redatti dagli stessi autori, i due saggisti non intendono assolutamente proporre una “introduzione a Tolkien” organica ed esaustiva sul piano scientifico e filologico, bensì una sfida alle politicizzazioni passate e presenti, che sappia restituire l’opera di Tolkien alla sua autentica traiettoria simbolica, superiore ai partiti e alla contingenza in generale. E se, come ricordavo all’inizio, è lo stesso Tolkien ad ammonirci che


“Ne Il Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini. [...] Direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio, due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. [...] Potrei dire che se il racconto tratta di “qualcosa” (oltre che di se stesso), questo qualcosa non è, come tutti sembrano supporre, il “potere”. La ricerca del potere è solo il motore che mette in moto gli avvenimenti, ed è relativamente poco importante, penso. Il racconto riguarda principalmente la morte e l’immortalità, e le scappatoie: la longevità e la memoria.”(1)


nondimeno l’obiettivo di definire il pensiero politico dell’oxoniense deve necessariamente rifarsi alla sua visione di Potere e Libertà, almeno per com’è possibile estrapolarla dai numerosi scritti a nostra disposizione. Tale operazione conoscitiva, come si vedrà, conduce alla ricostruzione di un’estetica anarchica in senso conservativo e conservativa in senso cristiano.
Con i due rapidi capitoli iniziali (“Introduzione” e “Una vita normale”), il lettore può usufruire di un breve excursus sulla biografia di Tolkien e sulle variegate reazioni suscitate un po’ ovunque dall’avvento della sua opera. Impensabile, tuttavia, considerare l’infarinatura di cui sopra un valido sostituto alla lettura approfondita delle fonti letterarie: la funzione del doppio preambolo è di ripassare velocemente alcune notizie basilari. Così, repetita iuvant, si cattura l’inattualità della mitologia nel secolo delle avanguardie, della psicanalisi, della narrativa da laboratorio semiotico. E si torna sull’”eucatastrofe stilistica” scatenata da Tolkien, col rifiuto del racconto del “vero” introspettivo e il recupero del racconto dell’esistenza, fondato su grandi avventure che capitano a persone del tutto normali e non, viceversa, su storie banalissime interiorizzate da psicologie logorroiche e depressive.
Dopodiché si passa al primo dei tre atti che compongono il libro (“Un Anello per domarli”), che si propone a tutti gli effetti come la “pars destruens” di questo lavoro. Individuato nell’Anello il vero protagonista della vicenda, è pacifico inquadrarlo come l’esemplificazione strumentale del Potere Assoluto per eccellenza. Di conseguenza, sfruttando il viatico che deriva da una chiave di lettura del genere, si dipana una linea d’analisi basata sul raffronto dei malefici influssi esercitati dall’Unico sui personaggi che, di volta in volta, si trovano a cimentarvisi. “Il potere dà assuefazione - incapacità di rinunciarvi e, al tempo stesso, odio per la propria condizione - come una droga”(2). Dallo sconvolgimento causato nelle semplici personalità di Bilbo, di Frodo e financo di Sam (che rimangono “feriti” dal contatto con l’Anello e visibilmente sedotti dalla brama di potere, specie in procinto di separarsi dal loro “gingillo”), si passa alla completa corruzione psicofisica di Gollum, e ancora allo sdegnoso rifiuto opposto dai saggi (Gandalf e Galadriel) alle lusinghe del Dominio. Il tutto per formalizzare l’idea, ben presente negli scritti del Professore, che l’essenza del potere “ontologico” risiede nella volontà di potenza dell’uomo sull’uomo. Un potere che si manifesta come mera contraffazione dell’unica volontà creatrice originaria, in quanto riduce i suoi sottoposti a semplici oggetti.
Cose inanimate, sottratte alla ragione morale individuale. E’ nel suo epistolario che Tolkien, con il passaggio forse più di ogni altro stampigliato nel citazionismo monco e tendenzioso di casa nostra (maliziosamente dimentico delle chiose), chiarisce una volta per tutte il suo pensiero al riguardo:


“le mie opinioni inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha né poteri né diritti né intelligenza); e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!”(3)


Anzi, “se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio. Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al ‘Consiglio di Re Giorgio, Winston e la sua banda’, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia”.(4)


Laddove, in inglese, il neologismo “theyocracy” suona eufonico con “democracy”. Di nuovo, il motivo genuinamente “politico” dello spirito tolkieniano si esprime nella pretesa, da parte di alcuni uomini, di governare altri uomini tramite una sistematica “pianificazione centralizzata”, del tutto o in parte rivolta ad alterare la Realtà preesistente all’intervento dei pianificatori a oltranza. Obbedienza, consuetudine, dissimulazione: ma Tolkien, da insigne linguista quale era, sapeva benissimo che il potere si nutre anche di una subdola revisione del linguaggio sotto i confortanti veli dell’eufemismo e della perifrasi. E’ infatti nella Contea devastata da Saruman (“il filosofo che volle farsi re”, nell’arguta interpretazione di Mingardi e Stagnaro) che si riversa tutta l’idiosincrasia nutrita dal Professore verso qualsiasi deriva “statolatrica”. Nella fattispecie sintetizzata dalle sopraffazioni di un regime di stampo socialista; per giunta pepetrate nel cuore di quel nucleo comunitario (la Contea, per l’appunto) al quale Tolkien guardava come a un modello di perfetta convivenza. La terra degli Hobbit, un tempo isola di libertà organizzata come una piccola confederazione di “decumani”, si trova suo malgrado soggiogata dai piani agricoli, dalla proliferazione di regole innaturali custodite da gendarmi ad hoc, da un’industria sovrastante ed opprimente. In pratica, essa rimane ferita e sfigurata dalla riduzione dell’impeto creatore dei singoli a squallida ripetizione di meccanismi socio-politici a orologeria. Gli “spartitori” inviati da Saruman (maestro di inganni ammanniti con l’uso spregiudicato della retorica), più che spartire, raccolgono, e se ne vanno “in giro raccogliendo tutto per ‘un’equa distribuzione’: il che significava che loro prendevano tutto e noi niente”(5). Verrebbe da dire: come descrivere il portato del socialismo (e delle sue varianti “militarizzate”, fascismo e nazismo) in quattro e quattr’otto.
Attenzione, perché questo è un punto importante di discrimine: nell’universo di Tolkien si stigmatizza precisamente il potere “dell’uomo sull’uomo”, poiché un cristiano fervente come JRRT non avrebbe mai potuto negare la preminenza del genere umano sul resto del creato. Ecco perché il “nostro”, memore del monito biblico che recita “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”(6), non può assolutamente essere sospettato di simpatie ambientaliste. Sottolineando brillantemente questo dato di fatto, per i due saggisti diventa semplice rinvenire l’argomento con cui respingere ogni lettura paganeggiante o “evoliana” del testi tolkieniani. Infatti qualsiasi approccio ideologico a ISDA e al suo mondo costringe necessariamente ad eluderne il sottotesto monoteista, cristiano e cattolico. In un parola, trascendente: per cui sia il culto neopagano della “madre terra”, paventato dallo scrittore ambientalista Patrick Curry(7), sia l’animismo neognostico, adombrato da Gianfranco De Turris(8), sono totalmente estranei all’estetica tolkieniana. E spiace, a questo proposito, dover notare come anche Peter Jackson, per correggere molte delle “fratture sintattiche” venutesi a creare nella sua come in ogni operazione di adattamento, abbia optato per una riverniciatura a tinte verdi - sia pure di modesta portata. “Soggiogheremo il mondo con l’industria” (nel film, Saruman lo annuncia enfaticamente ai suoi) è una battuta che JRRT non si sarebbe mai neppure sognato di concepire, figuriamoci di mettere per iscritto.
Attribuire a Tolkien la volontà di prescindere dalla sua religiosità - della quale, per il vero, è profondamente impregnata tutta la sua produzione - equivale sempre a distorcere i tratti caratteristici della sua cosmogonia. La quale, paradossalmente, risulta in tal modo pervasa da un vago “politeismo precristiano” sia nelle conclusioni tratte dalla vulgata “ambientalista” sia in quelle della controparte “fascista”. Ad opposte (ma altrettanto ideologizzate) condizioni iniziali corrispondono quindi analoghi esiti: i “due Tolkien” sembrano essere praticamente la stessa persona.

Il secondo capitolo (“Il Medio Evo della Terra di Mezzo”) apre una parentesi nel flusso del saggio. L’intenzione degli autori è di ricondurre JRRT al suo “milieu culturale” di appartenenza: un composito mosaico di influenze medievaleggianti ispirato al decentramento feudale, visto come antidoto agli oligopoli collusivi scaturiti all’ombra dello Stato moderno e come motore di una società aperta e concorrenziale. A dire il vero questo proposito è perseguito con qualche soprassalto assai velleitario, nella sua impercorribilità pratica oggigiorno (il ritorno alla prassi del tirannicidio, ad esempio). Ma l’uscita dal seminato, con la scusa di fissare i riferimenti storici cari a Tolkien, permette a Mingardi e Stagnaro di rifrequentare i territori pubblicistici che amano esplorare correntemente in qualità di ricercatori. Praticamente solfeggiando un compendio di cultura libertaria.
E’ però nel terzo capitolo “maggiore” (“Un’epica cristiana”), che i due si trovano ad affrontare le ricadute filosofiche del loro ragionamento a tutto campo, che come s’è detto prende le mosse da un retroterra squisitamente economico e politico.
Sorprende come le tematiche d’approdo si riallaccino a quelle che il più “letterario” “Uno sguardo fino al mare” aveva come punto di partenza, quasi che un’esegesi completa dell’opus magnum tolkieniano ammetta un approccio palindromo. In sintesi, il Potere risalta nel suo carattere di “sintomo esteriore” - con varie modalità e gradazioni di nefandezza a seconda di chi lo manifesta - del dissidio interno che investe qualunque creatura decida di ribellarsi alla natura assegnatale dal disegno divino. Di fatto insorgendo contro la sua stessa “creaturalità”, cioè rifiutando i suoi vincoli naturali costitutivi per rincorrere la disperata chimera di un’impossibile “autodeterminazione”. Ma “una parte”, per quanto possa aggrapparsi alla longevità terrena, non diventa mai “il tutto”. E così, come per il ladro di luce che, constata l’inanità dei suoi scopi, può solo condannarsi alle tenebre, la rivolta contro l’ordine naturale di Dio si esprime con un nichilismo di fondo. Da cui la pretesa di soggiogare il creato ad una propria visione “concorrente” a quella dell’Unico che può vantare prerogative divine. Perciò scatta la brama del Potere, strumento capace di manomettere la Realtà e di depauperare il libero impeto creatore che alberga nella comunione tra Natura e Grazia (ossia il dono di Dio a coloro che accettano la sfida di essere individui). Ecco allora in che senso l’anarchismo di Tolkien è “conservativo”: esso si specchia nell’amore per la realtà sensibile, che solo l’armonia irradiata dal creato può, giustappunto, conservare. E la conservazione, d’altra parte, implica il segno livido della mortalità sulla vita terrena; accettando il quale nella fede, pur tra innumerevoli e atroci sofferenze, perfino il più piccolo Hobbit può aspirare a salvare se stesso e il mondo. Tutto ciò è possibile solo tramite la misericordia, l’amore, la pietà, che innescano una trascendenza densa di virtù cristiana - e cattolica, perché la salvezza è aperta a tutti fino all’ultimo, non è prestabilita a casaccio.
Il male diventa quindi, come nella teodicea agostiniana, una privazione del bene, un bene male indirizzato: gli stessi Saruman e Sauron, sulle prime, progettano di sanare in buona fede il dolore “cosmico” che vedono con chiarezza dall’alto della loro smisurata sapienza. Sbagliato si rivelerà il mezzo, non il fine. Ma il mezzo è il fine per qualunque creatura, anche la più sublime.
In tutto questo, il vero e il giusto sono scolpiti nelle stelle, cioè nei luoghi che illuminano l’autorità dei condottieri legittimi, secondo un principio veritativo colto in maniera particolarmente chiara dai due autori:


“Affinché sia possibile che grandi e piccoli compiano il proprio destino - pur con un margine d’incertezza ineliminabile, quello a cui ci espongono le bizze del libero arbitrio - è necessario disporre di un criterio oggettivo. Il Consiglio di Elrond non vede il palpitare di una discussione democratica, alla quale si affaccino punti di vista ed opinioni strampalati e inconciliabili. Piuttosto, esso sboccia nella visione d’una realtà tutta d’un pezzo, la cui cifra sta nell’idea di verità: la verità esiste, è una per tutti e - facendo uso di quel “lume naturale” ch’è a disposizione persino del più umile degli Hobbit - può essere, almeno in parte, svelata.”*


Al fondo di questa meticolosa disamina, di questo intreccio di pensieri personali e citazioni ad ampio raggio, Mingardi e Stagnaro ritrovano quindi gli elementi filosofici ricorrenti in Sant’Agostino e in San Tommaso d’Aquino. Col risultato di mettere significativamente in risalto l’estrema “coerenza interna” del Prof Tolkien, anche sotto il profilo della patristica, oltre che di derubricare definitivamente a “colore locale” le sue riduzioni orientate ad un ipotetico “relativismo pagano”, quali che ne siano gli estensori.
Il dinamismo delle nuove leve nella critica tolkieniana - forse agevolato dalla facilità con cui ISDA e i suoi derivati si possono scartare, gustare ed assimilare anche fuori dai circuiti letterari ufficiali - lascia sempre meglio sperare nel futuro. Un futuro nel quale, auspicabilmente, ad occupare gli scranni più alti dei dipartimenti universitari e dei “liberi pensatoi” ci saranno proprio i giovani di oggi.


Da ultimo un’avvertenza “logistica”: Liberal, come tutte le case editrici minori, si trova a fare i conti con una pessima distribuzione. Consiglio e tutti coloro i quali fossero interessati a questa pubblicazione di saltare a pie’ pari l’opzione “libreria in carne e ossa”, e magari di tentare con un click qui.

 



(1) 
J. R. R. TOLKIEN, “Il medioevo e il fantastico” (Milano: Luni Editrice, 2000), p. 86.

(2)  THOMAS A. SHIPPEY, “The road to Middle Earth” (London: Grafton, 1992), pp. 126-127.

(3)  J. R. R. TOLKIEN, “La Realtà in trasparenza” (Milano: Rusconi, 1990), p. 74.

(4)  Ivi, p. 74.

(5)  J. R. R. TOLKIEN, “Il Signore degli Anelli” (Milano, Rusconi, 1990), p. 1205.

(6)  Genesi 1, 28.

(7)  PATRICK CURRY, “’Meno rumore e più verde’. L’ideologia di Tolkien per l’Inghilterra”, Endòre 1 (1999). Idem, “Defending Middle Earth. Tolkien: Myth & Modernity” (London: HarperCollins, 1998).

(8)  “Il caso Tolkien” in GIANFRANCO DE TURRIS [a cura di], “JRR Tolkien Creatore di Mondi” (Rimini: Il Cerchio, 1992).

* p. 134 del testo in esame.

 

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Sommario


11 INTRODUZIONE


19 Una vita normale

27 Un Anello per domarli

79 Il Medio Evo della Terra di Mezzo

113 Un’epica cristiana


161 CONCLUSIONI


165 BIBLIOGRAFIA

 

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“l’unica critica che mi ha seccato è che [la Terra di Mezzo] ‘non ha religione’ [...]: è un mondo monoteista di ‘religione naturale’!” - JRRT




17 dicembre 2005

Il Ritorno del Re

Visto che l'uscita ufficiale dell'ultima fatica targata Peter Jackson data a ieri...io vado controcorrente e, per celebrare l'evento, posto la mia vecchia rece del capitolo conclusivo della trilogia fantasy che ha consegnato l'ex ciccione neozelandese alla celebrità imperitura.
Va bene, va bene, è un espediente di bassa lega escogitato per ovviare alla mancanza di tempo da dedicare alla scrittura che attualmente mi attanaglia. Un commento su King Kong arriverà solo dopo il doveroso disbrigo dei miei ultimi impegni universitari, quindi non prima di mercoledì prossimo. Nel frattempo buona lettura e, per i miei ventidue lettori, buona attesa!


Chiamato a mediare tra le cesure del primo episodio e le dilatazioni ex novo del secondo, il trio Jackson-Walsh-Boyens raggiunge un equilibrio narrativo perfetto a tal punto da non poter non provocare un’attenta riflessione da parte del pubblico, anche di quello più critico oppure (come nel mio caso) meno propenso a sbilanciarsi in corso d’opera.
Il ritmo impresso ai cambi di scenario è magistrale, regolato da un'estrema attenzione al livello di coinvolgimento e di tensione sviluppato in ciascuna sottotrama; come in una partitura orchestrale polifonica, ciascuna sezione melodica accompagna con coerenza e uniformità un ordito sinfonico composito e meticolosamente strutturato. Stupisce profondamente la sapienza certosina con cui le varie parti di questa opera sono state assemblate di modo da non provocare alcuno sbalzo nella continuità del racconto; il ritmo sale con regolarità fino ai momenti topici (essenzialmente il Pelennor e il Morannon), poi rallenta per cedere il passo all’amara letizia del finale, che viene percepito “lungo” proprio perché segue un’ora e un quarto di estenuanti battaglie e duelli sul filo del rasoio.
Alcune scene sono approntate “col botto” per segnare un giro di boa; accade con il repentino rientro in scena di Shelob – ripresa da un’inquadratura di tre quarti con Frodo tagliato a mezzobusto, davvero un passaggio di enorme potenza visiva – oppure con l’ormai celebre gragnola di legnate in faccia che Gandalf, esasperato, rifila a Denethor poco prima di incitare i gondoriani alla battaglia, o ancora con la dissolvenza che abbandona Frodo e Sam su un crostone di roccia lambito dal magma rovente, che introduce all’epilogo. Ma in tutti questi casi lo scossone rientra e la narrazione ripiega sui ritmi abbandonati un attimo prima.
Al capolavoro “progettuale” offerto da Jackson & Co. si accompagna un generale aggiustamento nelle caratterizzazioni: i momenti di comicità, stavolta, non si accaniscono più sullo stesso personaggio, ma vengono distribuiti tra i soggetti che, per vari motivi, non esercitano una qualche forma di leadership. Così Gimli continua a parlare a sproposito di mangiare mentre Aragorn osserva spaurito l’imbocco della Via dei Morti, ma non rimane l’unico buffone in mezzo ad un gruppo di eroi. Anche Merry e Pipino, soprattutto quest’ultimo, guadagnano nuovamente la ribalta con uscite vivaci e fuori luogo, oppure con eccezionali siparietti come nel caso del primo colloquio con Denethor. Dirò di più, anche Gollum è riuscito a solleticare l’ineffabile humor degli inglesi (assistetti a questo film a Londra, in concomitanza con l’uscita internazionale, nel Dicembre 2003 - NdR) mentre cercava con le sue astute lusinghe di instillare il germe del sospetto nel cuore di Frodo, sempre più soggiogato dal suo “heavy burden”.
A proposito di sceneggiatura. Per dovere di obiettività devo – felicemente – constatare che il personaggio di Arwen, dopo due episodi segnati da un’invadenza a mio avviso totalmente ingiustificata, viene ridimensionato tornando a ricoprire il ruolo di comparsa che gli spetta; restituendo con un’efficacia grandemente più sintetica che nei primi due film il profondo dissidio che si trova ad affrontare, e comunicando en passant diversi aspetti del sofferto “compromesso ultraterreno” che si impone allorquando Uomini ed Elfi scelgono di congiungere i loro destini.
Del taglio della Voce di Saruman e dell’intercorso amoroso tra Eowin e Faramir può aversi facilmente ragione con l’acquisto della Extended Edition, ma posso garantire oltre ogni ragionevole dubbio che queste due assenze non si fanno assolutamente notare, o comunque non travalicano mai il limite del proverbiale “mi manca un pezzetto, ma non saprei bene quale”. Gli sviluppi sentimentali intervenuti nelle Case di Guarigione si intuiscono con la coda dello sguardo, non appena i due nobili innamorati presenziano in coppia all’incoronazione del Re; ma, al di là di esigui sottintesi del genere, uno spettatore all’oscuro del libro può soprassedere senza troppi patemi d’animo…
Unico appunto allo script, invero poco significativo: col senno del poi appare ancor più pleonastico e fuorviante il faccia a faccia tra Frodo e il Nazgul avvenuto in Le Due Torri. Di sicuro non è servito a far credere all’Oscuro Signore che l’Anello si trovasse a Minas Tirith, o perlomeno non dichiaratamente. Ma posso tranquillamente affermare che siamo dalle parti del puro genio, anche a dispetto di quei due/tre soprassalti “revisionisti” che - talora a ragione, come nel caso suddetto - hanno confuso il pubblico neofita e irritato i tolkienofili della prima ora. Stavolta nulla può creare incomprensioni, perché gli sceneggiatori hanno saputo giostrare il “mostrato” e il “detto” con assoluta perizia. Peter Jackson si conferma indiscusso maestro nella ripresa dei campi lunghi e delle panoramiche, filmate muovendo quasi sempre la macchina all’indietro e restituendo l’eterno contrasto tra le effimere vicende umane e la grandezza imperscrutabile della natura e dei tempi del cosmo. Ripenso anche alla sequenza dedicata ad Eowin, ripresa immobile sulla scalinata di Meduseld mentre contempla l’orizzonte, con un’inquadratura che parte lontana per arrivare quasi fino a lambire le sue vesti. Ma è una festa spettacolare ogni volta che PJ deve dare una visione d’insieme: lo schieramento dei Rohirrim davanti al Pelennor, prima mostrato solo di fronte e poi svelato in tutta la sua grandiosità semplicemente rialzando la macchina da presa; oppure l’arrivo a Minas Tirith di Gandalf in sella ad Ombromanto, ridotto ad un puntino che si staglia contro l’immensa Torre di Guardia. I momenti introspettivi, per converso, trovano riscontro nei primissimi piani e nei campi stretti, che consentono di sottolineare la drammaticità di alcuni momenti semplicemente modulando le espressioni dei protagonisti. Proprio sfruttando il contrasto tra l’ampiezza delle riprese PJ sa restituire quell’insieme di picchi narrativi che, emergendo con forza rispetto agli elementi in sottotraccia, rende coinvolgente la messa in scena complessiva. Logico quindi affermare che senza un adeguato “polso” del cast il regista avrebbe ottenuto proprio l’effetto di scadere nella comicità involontaria, utilizzando questa tecnica; e invece la compagine di attori a sua disposizione – la quale, eccezion fatta per Ian McKellen e Cristopher Lee, non vede elementi dotati di particolare temperamento drammatico – riesce a servire PJ nel migliore dei modi, a tratti raggiungendo vette di assoluta maestria recitativa. Più di ogni altro momento, mi riferisco alla disperata carica – consapevolmente suicida – portata da Faramir alle mura di Osgiliath. Tutto in ralenti, l’attacco viene intervallato da un canto struggente e inatteso di Pipino, che certo visibilmente non allieta il nervoso desinare di Denethor, il quale ingoia con rabbia l’ultima cibaria facendosene scorrere il succo sanguinoso agli angoli della bocca.
Durante l’assalto frontale agli Olifanti c’è anche spazio per una citazione da Star Wars: il rodeo degli sprinter attorno alle gambe degli AT e ST è riesumato sottoforma di un coraggioso assalto della cavalleria impegnata a schivare le zampe delle gigantesche cavalcature dei Sudroni.
Forse l’uso del carrello manuale non è adattissimo a chiarire la dinamica dei corpo a corpo, ma comunica senz’altro una diffusa caoticità.
L’esperienza maturata in due anni di post produzione mostra in questo caso tutto il suo valore. Lo screenplay è immerso nella consueta fotografia “sgranata” che ha reso celebre la trilogia. Poco da dire, se non che bisogna essere degli Istari per rendere belli financo Viggo Mortensen e Orlando Bloom, due signori che – con buona pace delle estimatrici ad oltranza… - sono e restano alquanto bruttarelli, senza un buon makeup preventivo…
Il montaggio avviene seguendo le logiche imposte dalla sceneggiatura. Stavolta senza incorrere in salti audiovisivi troppo marcati, come avveniva spessissimo in FOTR: non capita mai che si passi da una scena assolutamente placida e tranquilla ad una rumorosa e debordante di squartamenti.
Un piccolo erroruccio mi è balzato agli occhi in occasione del Morannon, quando Aragorn arringa i suoi uomini a cavallo, per poi apparire appiedato nella sequenza immediatamente successiva, quella in cui dà il via alla battaglia; immagino comunque che forzando un po’ la percezione dei tempi cinematografici questo fatto si possa spiegare in molti modi, magari immaginando che la discesa in massa dai cavalli avvenga fuori scena.
In quest’ultimo episodio, Gimli e Legolas passano al rango di comprimari; quindi sia Rhys-Davies sia Orlando Bloom offrono prestazioni di ordinaria amministrazione. Il solito simpatico brontolone il primo, perennemente impassibile il secondo. Davvero spettacolare il confronto che oppone Legolas al più agguerrito degli Olianti, con l’Elfo che ripropone sulla proboscide della mostruosa creatura le sue doti di surfista.
Aragorn ha definitivamente abbandonato ogni tentennamento, perciò Mortensen interpreta con convinzione la parte di un Uomo che ha scelto di accettare le grandi responsabilità che il destino gli ha riservato. Severo e battagliero, in lingua originale Viggo rivela anche il buon lavoro che ha fatto sull’impostazione della voce. Anche se devo proprio ammettere che Pino Insegno, doppiandolo, è un gradino più in alto di lui.
Ian Mckellen si conferma il migliore in campo, lo posso affermare una volta di più avendo gustato la teatralità delle sue declamazioni in originale e osservato la mimica della sua multiforme maschera facciale. Trasformista memorabile nel rimbrotto a Pipino al cospetto di Denethor, diventa torrido e sofferente in battaglia. Tecnicamente mostruoso.
Così come Legolas e Gimli perdono un po’ di scena, così la guadagnano Merry e Pipino, quindi Dominic Monaghan e Billy Boyd. Se il primo rivela discrete doti di interprete, il secondo esplode una performance che – assieme a quella di John Noble – è la vera sorpresa di ROTK. Come ho già accennato, una delle scene topiche del film lo vede protagonista mentre canta una melodia drammatica e commovente. Ma la novità straordinaria è il piano di assoluta parità con cui si confronta con McKellen nei loro frequenti dialoghi a due. Nessuna sensazione di scomparsa di fronte al grande maestro, nessun complesso di inferiorità, niente di niente.
John Noble (Denethor) è l’unica new entry, spero di non risultare ripetitivo se la definisco azzeccatissima. Il metodo da filodrammatico con cui carica il suo personaggio di esagerazioni teatrali è chiaramente richiesto dal copione, ma rimane una mirabile dimostrazione di autonomia artistica per le sfumature che riesce ad offrire in concreto: nei suoi occhi spiritati c’è tutto il disperato orgoglio di chi persiste orgogliosamente nell’eresia, senza nutrire alcuna volontà di redenzione.

Il trio Frodo-Sam-Gollum offre la prestazione ovviamente più importante ai fini della riuscita del film. Molto buona la prova di Wood e di Astin, anche se non offrono nulla di molto diverso da quello che si è già visto in precedenza (che è molto buono). Chi svetta prepotentemente, consentendo alla sottotrama “a tre” di compiere un vero e proprio salto di qualità è Andy Serkis. Nel prologo iniziale sperimenta sul suo corpo l’inquietante e progressivo decadimento di Smeagol/Gollum, non senza assecondare con smorfie trucide la “gore obsession” del regista, e nel racconto in presa diretta ripete l’inaudita prova offerta in TTT. Dopo aver sentito l’originale, posso solo sottolineare una volta di più le straordinarie doti di caratterista mostrate da questo signore che, senza nulla togliere all’estrema professionalità di Francesco Vairano, è davvero su un altro pianeta rispetto alla sua controparte italiana.
Sentitelo quando strozza le sue corde vocali, oppure quando modula in mille modi diversi il tono della voce a seconda delle vocali che incontra parlando. Un mostro, lui, davvero in tutti i sensi.
Ultimo su tutti i fronti David Wenham, sul quale non mi sentirei però di infierire troppo: il copione gli riserva una parte davvero difficile e ristretta.
Più di altre questa categoria di giudizio si giova dei progressi vertiginosi ottenuti dalle tecnologie digitali nel corso di questi due anni, com’è naturale che sia. I destrieri alati dei Nazgul mostrano più fluidità nelle sequenze aeree di quanta ve ne fosse in TTT, prova ne sia soprattutto la regolarità con cui fluttuano in volo ad ogni battito d’ali, prima totalmente assente. Migliorano anche i Trolls, che acquistano fisicità, e debuttano felicemente gli Olifanti.
Menzione a parte per Shelob, il mastodontico ragno che da sempre tormenta i sonni di PJ. Otto zampe isteriche unite all’addome flaccido e al capo, orrendamente squarciato da fauci traboccanti di viscidume, rendono questa creatura uno degli incubi di celluloide più terrorizzanti visti finora. L’interazione con Frodo e Sam – soprattutto con quest’ultimo! - è di un realismo tranquillamente paragonabile a quello mostrato dai due Hobbit nei contatti con Gollum, quindi estremamente elevato.
In generale si assiste ad un miglior livello qualitativo delle textures e dell’integrazione degli sprite in CG, anche se su questo fronte gli Olifanti fanno difetto, specie se soggetti a movimenti veloci o improvvisi (vedasi ad esempio l’impennata che uno di loro subisce quando viene colpito a morte).
I matte paintings rimangono di ottimo livello, sempre all’altezza della splendida scenografia naturale offerta dalla Nuova Zelanda. Lo stesso dicasi per i costumi e l’oggettistica, che appartengono alla branca degli effetti visivi (il workshop) meno influenzata dai progressi tecnologici.
In conclusione mi sento di esprimere una valutazione positiva anche per Howard Shore e la sua OST, a cui molti – non completamente a torto – avrebbero comunque preferito qualcosa di meno virtuoso ma più impattante. Qualcosa come John Williams, insomma.
Bellissimi i titoli di coda, che propongono i nomi del cast affiancati ai ritratti dei personaggi sulle note dell’emozionante brano di Annie Lenox.
Non protraggo oltre questo mio reverente panegirico: chiudo però aggiungendo che il terzo capitolo della saga tolkieniana visto al cinema, assieme anche ai suoi due predecessori, si posiziona in testa alla mia classifica filmica di sempre.
Senza dubbio la produzione cinematografica del decennio, oltre che un gioiello da allineare sullo scaffale delle opere del cuore.




12 ottobre 2005

Uno sguardo fino al mare

di Pietro Baroni, Caterina Isoldi, Edoardo Rialti, Mattia Zupo

170 pp. Il Cerchio, 15 euro

 

Nell’interminabile partita che oppone Tolkien al mondo accademico, l’enorme successo dei film di Peter Jackson si inserisce ad ampliare il divario, non certo per smorzare la contrapposizione. Lo stesso dicasi di tutte le “hit parade” letterarie che, da posizioni talora molto autorevoli (la Folio Society) o talaltra di scarsa attendibilità (Amazon.com), hanno visto primeggiare “Il Signore degli Anelli” secondo i più disparati parametri statistici.

In entrambi i casi, emergono chiaramente non solo le prove dell’enorme seguito di cui l’oxoniense già gode, ma anche del potenziale, immenso proselitismo garantitogli dall’intreccio con la cultura popolare e le sue molteplici espressioni – di cui quella cinematografica rappresenta indubbiamente uno dei vertici.

Non stupisce affatto come simili riscontri suonino nefasti per la critica togata contemporanea. Perché se da un lato l’opera di Tolkien priva i suoi colleghi professori di un canale privilegiato di accesso, dall’altro essa è viziata da un peccato originale di ordine filologico: non possiede infatti i crismi della rappresentazione guidata, cioè dell’arte “di progetto”.

E’ proprio il carattere irrimediabilmente libertario della narrativa tolkieniana a sconvolgere la prassi consolidata tra gli eruditi, abituati da oltre un secolo a detenere in via esclusiva lo scettro della decodifica estetica e a lasciare alle masse l’intrattenimento puro, magari accompagnato dalle opportune prefazioni ex cathedra.

La consuetudine illuminista concepisce le arti plastiche e figurative come una sorta di rebus, o comunque di stratificazione allegorica a crittografia crescente, sulla quale i guardiani del sapere preconfezionato possano esercitare un’autorità decisiva e persistente. Viceversa, Tolkien scelse - quanto consapevolmente, non è dato sapere - di sovvertire questo paradigma costruendo una simbologia mobile, sostituendo cioè alla volontà dello scrittore l’indipendenza dell’utente-lettore, libero in tal modo di riassaporare il gusto della fabula classica e della continua dialettica con il proprio vissuto.

Per cui, stretti tra l’incudine del mancato elitismo e il martello dell’approccio libero, i salotti buoni hanno ben pensato di esiliare il tolkienismo nella “città proibita” delle mode letterarie; generando, tra l’altro, l’assenza di capisaldi critici all’origine delle innumerevoli aberrazioni (politiche, carnevalesche, commerciali) abbattutesi sul culto del Prof, di cui in Italia siamo perfettamente al corrente.

Nell’attesa che alla vecchia generazione di letterati se ne sostituisca una nuova , forse una pluralità di voci può impedire prese di posizione arbitrarie e fenomeni di costume fuori luogo.

E’ proprio con questo obiettivo che nasce “Uno sguardo fino al mare”, antologia di saggi curata da un gruppetto di laureati e studenti dell’Università di Firenze: provocare il confronto tra i professori, inclini al determinismo riduzionista, e i loro discepoli dall’altra parte della barricata. La pubblicazione è suddivisa in tre parti, che ripercorrono la cronologia e il grado di divulgazione con cui la società letteraria si è avvicinata a Tolkien; nella prima è lo stesso Professore ad introdurre la sua opera, per mezzo delle due prefazioni che scrisse in concomitanza con le altrettante edizioni de “Il Signore degli Anelli”(ISDA, da qui in poi); la seconda raccoglie i contributi critici - soprattutto recensioni - che accolsero per primi l’ingresso del lavoro tolkieniano sulla scena mondiale; mentre nella terza, di gran lunga la più corposa, viene arruolata una sontuosa compagine di esperti contemporanei - tra cui gli stessi curatori del testo - per fare da apripista al dibattito che verrà, o che perlomeno si sta iniziando a profilare all’orizzonte.

Il tema portante di questa sorta di “workshop universitario” è ottimamente riassunto dal monito lanciato in apertura da Tolkien stesso: “Potrebbero essere ideate (altre) associazioni a seconda delle preferenze o dei pareri di coloro che amano le allegorie e i riferimenti topici. Ma io detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni ed è sempre stato così, fino da quando sono diventato grande e cauto abbastanza da riuscire a coglierne l’esistenza. Io di gran lunga preferisco la storia, vera o inventata, con le sue molteplici applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori”.

L’intenzione di fondo, in pratica, è quella di sgomberare il campo da ogni possibile lettura “orizzontale” della poiesis tolkieniana, capace solo di appiattire il respiro dell’opera su un unico piano di analisi, per recuperare invece la veduta “verticale” della Creazione che ISDA può fornire a chi ne sa cogliere l’essenza autentica. Cioè a coloro che decidono di salire in cima a quella torre - l’Arte - da cui spingere il proprio sguardo “fino al mare”.

Eppure il professor Mario Domenichelli, dopo aver sportivamente accettato la sfida lanciatagli dai suoi alunni, persiste nei suoi diversi convincimenti e, scettico, si chiede:”Tolkien […] a più riprese volle far rimarcare come nessuna lettura allegorica del suo mondo fosse legittima. Ma è proprio così? Io credo di no”. E ancora: “possibile che Tolkien, pubblicando quel suo libro nel 1954, non vedesse, almeno non vedesse, le possibilità simboliche dell’Anello del Potere?”. Proseguendo su questa linea d’analisi, la Contea è Little England e gli Hobbit rappresentano un’idealizzazione degli inglesi, gli unici sufficientemente refrattari all’usurpazione da potersi fare carico del Fardello (dell’uomo bianco?).

Viaggiava sulla stessa lunghezza d’onda Isaac Asimov quando, meno recentemente, ritenne di porre ISDA sul binario unico della contestazione ambientalista: “Ecco cosa aveva in testa Tolkien. L’Anello era la tecnologia industriale, che inaridiva la terra e la sostituiva con orrende strutture che si ergevano nella caligine della polluzione chimica”. Forse intravedendo per primo una cospicua dose di semplicismo didascalico in queste conclusioni, Asimov tenta poi di rimediare professandosi comunque un convinto assertore del potere benefico della tecnologia, soprattutto considerando il ruolo decisivo che essa ha svolto nel processo di emancipazione dei diseredati. I quali, continua Asimov, costituivano proprio il primo riflesso della società agreste, chiusa e conservatrice, implicitamente vagheggiata da Tolkien.

Ma i ragazzi non accettano queste prospettive, sovente tautologiche e sommarie, e alzano la posta: “Ne ‘Il Signore degli Anelli’ la profondità psicologica, la percezione delle nuove tragedie che il Novecento ha comportato, il peso e l’orrore di tutti conflitti verificatisi sono presenti in tutta la loro ricchezza e drammaticità; tuttavia questi elementi collaborano alla costruzione di un’opera il cui centro è ancora più ampio […]le leggende sono vere, l’uomo nell’inventare conosce il mondo, non evade la realtà ma la coglie, ed in maniera particolarmente acuta, ‘in trasparenza’[…] uno dei motivi di bellezza e quindi il valore dell’opera di Tolkien consiste nell’essere concepita attorno a parole universali, che caratterizzano ed uniscono gli uomini di ogni tempo: amicizia, potere, eroismo, bellezza, ma soprattutto verità e di conseguenza lotta all’idolatria, lotta tra Bene e Male”.

Ben inquadrata in quest’ottica, la cosmogonia tolkieniana viene restituita alla sua statura di manifestazione del divino (o “ierofania”, intesa come apparizione improvvisa di un segno di speranza) attraverso l’arte, che assurge a viatico per l’illuminazione mistica aprendo un varco tra la nostra e la dimensione della “vera” realtà. In sostanza, è solo ponendo l’accento sulle posizioni religiose di Tolkien, viste come motore immobile della sua produzione, che si riesce ad affrontarne l’opera senza compitare pedissequamente le sue supposte intenzioni tematiche.

Menzione d’onore per il saggio inedito di Paolo Gulisano, al termine della serie finale, che sigilla meravigliosamente la riscoperta di Tolkien intesa come “eucatastrofe letteraria”, cioè scossa positiva per la cultura umana, contrapposta alla disillusione e al pessimismo antropologico di un altro Signore, quello delle mosche narrato da William Golding nello stesso periodo.

Qua e là, leggendo questo libello, si incontrano i segni di una certa impazienza espositiva, che sfociano ad esempio nell’abuso delle note a pie’ di pagina all’interno di alcuni dei contributi offerti, ma qualche periodo prodigo di subordinate non pregiudica certo il valore di questa iniziativa, soprattutto in un’ottica di possibili sviluppi futuri. I quali magari vedranno la doverosa integrazione e sintesi dei tratti cristiani e cattolici presenti in Tolkien - come detto, abbondantemente richiamati in questa pubblicazione - con il risvolto più specificamente “politico” del suo dettato simbolico, ricco di riferimenti alla monarchia illuminata e liberale.

Per il momento, è già entusiasmante aver incontrato una prima avvisaglia del processo di profonda trasformazione che la nostra critica dovrà attraversare per poter rendere adeguatamente conto di fenomeni come ISDA. Il che non sta affatto a significare che si dovranno adoperare gli stilemi dolciastri del “pensiero debole” o della “equidistanza di valutazione”, capaci unicamente di mistificare la proficuità di un qualsivoglia confronto. Occorrerà solamente tanto, tantissimo impegno, magari affiancato da una buona dose “nerve”, serenità. E solo il tempo può provvedere.




10 ottobre 2005

Meglio il Saruman monetarista o il Sam vegetariano?

Chiedo venia, ma questo zibaldone eco-catastrofista mi costringe a infrangere la promessa di concisione pronunciata appena due giorni fa. Perché rappresenta forse la più compiuta epitome dei rischi che si corrono a leggere J.R.R. Tolkien con uno spirito “decostruzionista” in cui mi sia mai capitato di imbattermi. Per due motivi: primo, perché offre davvero un esempio del “tralignamento” sempre in agguato a camminare con troppa disinvoltura sul filo logico tra “analogia” (che risiede nella libertà di mettere in relazione una bella storia con le proprie convinzioni ed esperienze) e “allegoria” (che significa attribuire ad un autore la volontà di concedere ai suoi fruitori un unico livello interpretativo, nel nostro caso quello di un’improbabile “teologia del danno ambientale”). Secondo, e più importante, perché tenta di far “passare in giudicato” alcune ipotesi che ritiene oggettive, fattuali, incontrovertibili, senza con ciò sottoporle al vaglio di una discussione a più voci. Nello specifico, ripercorrendo tutto il bagaglio scientifico-emozionale legato a futuri scenari di barbarie postpetrolifera.

Giusto perché ho dedicato a questi temi la disamina del libro di Mingardi e Stagnaro, che tratta le stesse questioni e col quale mi trovo d’accordo al 99%, vedrò di non ripetermi troppo.

Mi sembra di poter affermare senza tema di smentita che ci troviamo nuovamente di fronte ad un tentativo di sfumare “in verde” l’epos immaginato dal prof Tolkien, con le parole e i riferimenti culturali tipici di questa “scuola di pensiero” (non la voglio chiamare vulgata per puro fair play).

Per prima cosa, mettiamo (per la duemillesima volta...) alcuni paletti essenziali per discutere di ISDA con un minimo di cognizione di causa. Il Signore degli Anelli non vede la contrapposizione stentorea tra Buoni e Cattivi, calata in un agone da epica strapaesana denso di voluti agganci tematici con l’attualità. L’avventura si incentra piuttosto sulla tenzone psicologica e storica intorno al Libero Arbitrio, combattuto, in politica come nel buio della singola coscienza, tra la disponibilità ad obbedire la Provvidenza e la volontà di essere obbediti dai propri simili. Un realismo inattuale tanto da essere sempre valido. E’ proprio in virtù di tale realismo che, secondo Paolo Barbiano di Belgiojoso, è opportuno leggere ISDA come “una parabola, quel genere letterario che riesce meglio a rendere quello che Tolkien aveva definito applicabilità del pensiero all’esperienza del lettore. Questo concetto di applicabilità lascia molta libertà d’interpretazione dei suoi scritti.”

Tutto questo, però, non significa affatto che qualunque interpretazione sia plausibile in quanto spontanea, poiché l’attualizzazione del racconto tolkieniano può avere luogo se e solo se “il lettore vuole accettare questo mondo come un mondo cristiano”. Ora, questo Macsporan non solo sorvola sulla necessità di inquadrare Tokien nel contenitore culturale suo proprio, ma, forte di questo disconoscimento tra il furbo e lo sbadato, azzarda un’interpretazione estetica del romanzo completamente errata. Mi riferisco in particolare al paragrafo in cui individua nel “coraggio” la virtù centrale condivisa dai popoli liberi della Terra di Mezzo. Sbagliato. Le virtù innalzate a baluardo contro il Male sono le quattro cardinali: la prudenza di Gandalf (e di Sam), la giustizia di Aragorn, Merry e Pipino, la fortezza di Frodo, Legolas e Gimli, la temperanza di Elrond e Galadriel.

La chiave di volta tolta la quale crolla tutta l’arcata argomentativa ivi proposta sta proprio nella malintesa identificazione di una estetica (suppergiù medievaleggiante, pagana e precristiana) con l’etica che vi palpita, indiscutibilmente cristiana. Nella versione di questo signore, sembra di assistere alle vicende di eroi muscolosi e temerari, pronti a brandire la spada contro il destino cinico e baro manovrato da un “fato relativista”, che gioca a dadi con l’umanità. Non è così; queste suggestioni appartengono forse al genere fantasy “sword & sorcery” che si è fatto reggere bordone dal successo di ISDA, non a ISDA stesso.

Anche nel nostro caso, allora, si torna a vedere con chiarezza la forzatura che risiede nel piegare l’epopea tolkieniana a qualsivoglia lettura “obbligata”: lo smarrimento della completezza simbolica che la contraddistingue. Menomato delle sue fondamenta, l’universo di ISDA può voler dire tutto e il contrario di tutto. Anche il falso conclamato. Si prenda ad esempio la (ridicola) ricostruzione della dittatura di Saruman sulla Contea. Stando a Macsporan, sembra quasi che la vittoria contro lo stregone di Isengard avvenga grazie al recupero di un fantomatico “egualitarismo sociale”, per di più accompagnato dall’impegno a istituire “un livello di organizzazione sociale superiore a quello locale”. Qui si scambia la cura con il male! Chi ha pianificato la “equa distribuzione” dei raccolti è Saruman, chi ha accentrato il governo della Contea sulla sua persona è di nuovo egli stesso. Nella Contea libera dal giogo del totalitarismo esistevano invece le gerarchie nobiliari (i Conti Tuc) e sociali (i ricchi Baggins di Hobbiville), così come il suo sistema di governo non viene affatto “sottaciuto”, ma descritto in tutto il suo minimalismo: una confederazione di quattro decumani (entità localistiche, quindi) retta da un Sindaco, a sua volta depositario dell’autorità concessagli da un Re più teorico che pratico. Ancora, sembra che nella visione personale di questo signore gli Hobbit siano delle simpatiche palle di pelo, buone e zuccherose. Al contrario, anch’essi sanno essere gretti e corruttibili (Lobelia e Lotho, ad esempio), anche se la loro integrità si salvaguarda grazie ad un’atavica predisposizione all’isolazionismo e al disinteresse per “i grandi temi di politica”. Proprio quelli che Macsporan gli vorrebbe far veicolare!

Ma è tutta l’ottica ambientalista a non attagliarsi minimamente a ciò che Tolkien ha immaginato accadesse nella Terra di Mezzo. Un mondo segnato dal susseguirsi di catastrofi e di progressive “riconquiste dell’Eden”, certo, ma il tema portante di tutta l’impalcatura mitologica assemblata dal Professore è che la tracotanza dei malvagi non è rivolta verso la “Madre Terra”, se non come riflesso secondario di una sfida che è al Cielo. La hybris sboccia sempre nell’usurpazione del sacro, del vero, del reale. Mettere a fuoco solo l’impatto ambientale della malvagità svilisce tremendamente un respiro narrativo così enormemente ampio!

“Il mondo del Signore degli Anelli è post-catastrofico”, dice Macsporan - e qui si passa alla mia confutazione delle sue tesi di fondo. Anche il nostro mondo, gli ribatterei, lo è. Anzi, dal Big Bang in avanti l’intero universo si espande a suon di cataclismi cosmici, e questo senza che l’uomo abbia contribuito con assiduità all’accumulo dei gas-serra. Né avveniva nell’800 d.C., quando le temperature erano di tre gradi più alte senza la giustificazione delle ciminiere a pieno regime. Ma la comparsa dell’Uomo ha inverato l’inedita opportunità di opporre l’ingegno alle mostruosità di cui la Natura (Madre, forse, ma quasi mai amorevole e misericordiosa) è capace. La Natura, a dispetto della catarsi postatomica paventata da Macsporan, non ci accoglierà nel suo seno tra zampilli d’acqua cristallina e canti di gioia se solo sapremo “voltare le spalle all’Anello e all’Ombra”, ma ci riprecipiterà nella pestilenza, negli tsunami, negli uragani dai quali, senza lo sviluppo della tecnologia, non avremmo mai potuto proteggerci. Ciò che spaventa e sorprende dell’ideologia ambientalista è proprio la sua riduzione dell’Uomo a “variabile dipendente” dell’ecosistema eletto ad unico fine dell’agire intellettivo. Un “declassamento” dell’homunculus da cui traspare la sua cuginanza ideologica con l’eugenetica, anch’essa sorta come scienza positiva del sovraffollamento e osannata dai salotti accademici ufficiali del suo tempo, per poi rivelare solo con anni di ritardo le macabre implicazioni che il ritenere l’uomo un “virus” (razziale o ecologico) inevitabilmente comporta. A questo proposito, va detto come siano ormai anche autorevoli personalità “liberal” come Michael Chrichton ad avversare l’ambientalismo. Tra le somme tirate da Macsporan, vi è poi l’auspicio di una dieta vegetariana, elemento non secondario del falansterio bucolico che attende l’umanità previo scatenamento di una guerra nucleare per l’approvvigionamento energetico: come faccia il maggior riguardo riservato a piante e animali, accomunate dalla preminenza sull’uomo, ad informare il benché minimo tassello tematico tolkieniano, rimane un mistero.

Nel minisaggio si affacciano anche molte altre tesi tipiche della misinterpretazione “sinistrogira” del testo tolkieniano. Il binomio tra “profitto e potere” è una di queste: identificare il potere politico (che spesso non fa aggio su alcun esplicito assenso da parte di chi vi è sottoposto) con quello economico (basato sull’accettazione bilaterale di ben precise clausole contrattuali) è un vero cavallo di battaglia per chi intravede in Tolkien un noglobal ante litteram. Ma come la mettiamo, allora, col “profitto” incamerato dai dolci e pacifici Hobbit con la vendita dell’erba-pipa ai quattro angoli del mondo conosciuto? La verità è che il potere e il mercato, lungi dall’essere alleati, il più delle volte sanno essere nient’altro che mortali nemici.

Per finire, è noto come l’espediente retorico preferito da Saruman fosse rovesciare sugli interlocutori il processo alle intenzioni che, al contrario, sempre si preannunciava ai suoi danni. Macsporan fa lo stesso quando maledice gli “odierni vermilingui”, mallevadori dell’economia di mercato, e parimenti si improvvisa turiferario dei “maghi buoni della nostra era”, gli ecologisti.

Forse mette le mani avanti perché sa che il “Picco petrolifero”, passato o futuro che sia, vuole fomentare le paure dei profani disegnando scenari futuribili impiccati alla “fine del petrolio”, vista (o attesa?) puntualmente come la fine dell’energia che alimenta il sistema industriale capitalistico. Per esemplificare la barbarie prossima ventura, Macsporan accenna al Medioevo europeo. Di grazia, per l’esaurimento di quale risorsa energetica quel periodo avrebbe avuto luogo? Probabilmente - o magari no - gli sfugge che nessuna risorsa energetica è mai stata portata ad esaurimento nel corso della storia, perché la scarsità è governata dalla formazione del prezzo all’incontro tra domanda e offerta Quando quest’ultima si contrae, obbliga la prima ad assecondarla. Quando la prima si allarga a dismisura, quest’ultima reagisce alzando la base d’asta. Varrebbe anche per il petrolio, se non esistessero vasti consorzi di nazioni produttrici (per lo più rette da regimi politicamente dirigisti e/o instabili) che ostacolano la prospezione di nuovi giacimenti in regime di privativa. Ma l’età della pietra non è finita con la fine delle pietre: il carbone e il nucleare puliti, assieme all’efficientamento dei consumi perseguito dall’ingegneria meccanica e all’introduzione dei motori misti elettro-endotermici, ci consentiranno di continuare ad esercitare il privilegio riservato agli uomini. Ovvero quello di plasmare l’ambiente secondo le proprie esigenze, alla faccia di chi ci vorrebbe veder tornare alla pastorizia e al vomere aratro. Con quale esplosione del latifondismo estensivo (e del disboscamento) è facile immaginare: come tutte le ideologie illiberali, anche l’ambientalismo si morde infine la coda.



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