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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


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#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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14 settembre 2006

La semplicità del Papa

È illusorio credere di poter fendere con qualche speranza di riuscita la dialettica tra opposti fariseismi che contrappone clericali e anticlericali. Impossibile dialogare proficuamente se, nel contempo, si alimenta l’ottica delle partizioni ideologiche nette, che si ripropone ogniqualvolta due o più tribù orgogliosamente asserragliate in complessi di convincimenti inconciliabili tra loro entrano in rotta di collisione.
La copertura del viaggio papale in Germania offerta dagli inflessibili organi di stampa autoproclamatisi guardiani della laicità – e, di conserva, dal loro bersaglio prediletto, ossia quel Marcello Pera che per poco non fregava anche me – non fa che confermare l’esistenza di un profondo deficit di rappresentazione della realtà da parte dei media. Da un lato emerge la sensibilità di quanti, vedendo sempre nel magistero pastorale petrino un ripetitore di istanze meramente politiche, ribadiscono acidi l’aconfessionalità dello stato e, dall’altro, quella di chi, di nuovo scambiando le omelie per comizi camuffati, punta a scongiurare il crollo della civiltà occidentale lavorando ad un machiavellico recupero di convergenza semantica dei termini “peccato” e “reato”. Le posizioni intermedie rispetto ai due estremi così esemplificati forse non fanno notizia ma, stando anche ai risultati elettorali raccolti dalle formazioni che fidelizzano maggiormente sui temi etici e valoriali, sono di gran lunga maggioritarie.
Della lunga omelia pronunciata domenica scorsa da Benedetto XVI a Monaco, il dibattito di massa ha salvato solo il seguente estratto:

 

“Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell'Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare [beibringen, ma sembra che il Papa abbia invece usato un verbo più prossimo al senso di imporre, aufdraengen - NdIsmael] anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l'altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio”.

 

Sul Corriere della Sera, Magdi Allam ha rimproverato al Papa di non aver compreso l’11 Settembre, rischiando addirittura di essere strumentalizzato dai “predicatori dell’odio”; Lucio Villari lo ha accusato di sminuire il valore dell’Illuminismo; infine Vittorio Messori gli ha rammentato che la radice della “ostilità anticristiana” islamica “fu tanto più viva, quanto più l’Occidente si ispirava al Vangelo”. L’umoralista Michele Serra ha poi rincarato la dose, canzonando i cosiddetti “teocon” per il contropiede subito: volevano farsi subappaltare dal clero l’evangelizzazione di un Occidente giudaico-cristiano suo malgrado (e perciò sotto attacco fondamentalista), ma si scoprono immersi nella suburra come tutti gli altri. I volponi de Il Foglio hanno proposto un’esegesi alternativa:

 

“[Quella del Papa] era l’omelia domenicale a commento dell’episodio evangelico del sordomuto che Gesù guarisce con la parola «Effatà», apriti, e il richiamo ad «aprirsi a Dio» era rivolto innanzitutto ai fedeli tedeschi e ai loro pastori. Richiamo molto concreto: «Qualche vescovo africano mi dice: ‘Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve’». Insomma Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti e anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell’evangelizzazione: «L’evangelizzazione deve avere la precedenza, il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto e amato, deve convertire i cuori... Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche, là portiamo troppo poco». In questo contesto si inserisce la puntualizzazione sulle «popolazioni dell’Africa e dell’Asia» (l’islam non è citato)”.

 

La lettura fogliante del monito papale presenta alcuni elementi di indubbio rilievo. Innanzitutto, perché prende in considerazione ulteriori testuali frammenti della prolusione di Benedetto XVI. In secondo luogo, perché – in parte – aiuta a capire il motivo dell’intenso fuoco di fila laico partito per l’occasione: per i professionisti dell’anticlericalismo militante e del cattolicesimo “adulto”, infatti, la prospettiva dell’aggiunta di lievito etico e morale all’azione solidaristica svolta dalle strutture assistenziali controllate dalla Chiesa è uno dei peggiori spauracchi.
Tuttavia non è possibile ignorare come il discorso del Papa, in questo come in altri casi, ruoti attorno a tematiche più ampie, che coinvolgono l’impegno nell’opporsi all’esclusione “totale” di Dio dalla sfera razionale, il timore verso una libertà che consente il “dileggio del sacro” ed “eleva l'utilità a supremo criterio” e il rifiuto di un’interpretazione “drastica” dell’Illuminismo e del laicismo.
Jospeh Ratzinger, con la sua abitudine di accompagnare la complessità concettuale della lectio con l’utilizzo di un linguaggio accessibile a tutti, presta (deliberatamente?) il fianco all’accusa di semplicismo e di ingenuità da parte delle élite intellettuali. Del resto mi sembra normale che un prelato, per elevata che possa essere la sua posizione nella piramide gerarchica, si curi più di rendersi facilmente comprensibile al vasto popolo dei suoi fedeli che di sfidare con adeguata dovizia di erudizione la ristretta platea dei dotti, peraltro ostile allo spirito religioso nella stragrande maggioranza dei casi.
Se si limita a provocare qualche sbadiglio l’accusa di “intelligenza col fanatismo” – lanciata per colmo di contraddizione proprio da quanti deridono l’esortazione pontificia a vivere la fede in modo pacifico e amorevole –, è invece più interessante tornare nuovamente sul nesso causativo che collega storicamente e filosoficamente il sottofondo culturale greco-romano e giudaico-cristiano ai costumi pluralisti dell’Occidente moderno. Messori, nel suo editoriale, si avvicina molto all’iter argomentativo più adatto a sviscerare la questione; omettendo però di percorrerlo sino in fondo, non si capisce se per la scontata evidenza attribuita alle conclusioni o per rispettare la linea critica seguita dal Corriere per l’occasione – ma, di sicuro, non per ignoranza: il suo Ipotesi su Gesù fornisce da quasi trent’anni un’autentica miniera di pezze d’appoggio ai sostenitori di certe peculiarità del giudeo-cristianesimo. Il cristianesimo possiede effettivamente una «elasticità» e una «capacità genetica di adattamento» all’esercizio dell’ermeneutica e alla ricezione dei cambiamenti storici «che manca del tutto all'islamismo», e poco importa che l’“abbraccio mortale” tra potere costituito e autorità religiosa – strettosi quasi sempre su iniziativa dei tenti Cesari in cerca di consacrazione – sia stato sciolto nel sangue. Il nocciolo del discorso sta non solo nella capacità del cristianesimo di sopravvivere alla secolarizzazione e, anzi, di trarne purificazione cultuale, ma anche di suscitarla esso stesso attraverso la dialettica scolastica (nel Medio Evo), umanistica (nel Rinascimento), interconfessionale (con la Riforma) e storicistica (da oltre duecent’anni a questa parte). Nulla di ciò che si è detto, pensato o praticato “dopo Cristo” ha più potuto prescindere dall’annuncio evangelico. Lo stesso Illuminismo non fa che secolarizzare la stessa concezione lineare del tempo che contraddistingue il giudeo-cristianesimo; mentre il marxismo presenta numerose stigmate dell’eresia millenarista. Il liberalismo, poi, potrebbe efficacemente sunteggiarsi nel monito “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
In molti sembrano ignorare che l’ebraismo e il cristianesimo sono credenze “laiche” alla radice e che, in origine, ricoprirono la funzione storica di scardinare i sistemi politici e sociali fioriti sulle credenze sacrali e spiritistiche alla base del paganesimo. Addirittura (affermazione blasfema non solo per le antiche religioni, ma ancora oggi per i musulmani) gli antichi mistici ebrei giungono a dire che “Dio ha bisogno dell’uomo, come l’uomo di Dio”. E la meditazione giudaica sulla Scrittura si spinge fino ad attribuire a Giacobbe queste parole: “Come tu sei Dio nelle sfere superiori, così io lo sono nelle inferiori” (Ber. Rabbà).
Ancora, nessuno ci fa molto caso, ma la gran parte dei terroristi islamici assurti agli onori (o, meglio, ai disonori) delle cronache proviene da un particolare tipo di ambiente universitario occidentale: il politecnico. È ingegnere Bin Laden, così come lo erano Arafat e Mohammed Atta. Lo scandalo di un Dio absconditus e sottoposto a leggi fisiche universali, onnipotente nel senso che può fare tutto quello che si può fare, è insopportabile per il monismo islamico. Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia. Difficile che un musulmano possa accettare questo tacito accordo di non ingerenza reciproca.

Su Pera, Occidente e cristianità ho scritto anche qui e qui.




27 febbraio 2006

Pera, Occidente e Cristianità: qualche nota ad alta voce

Non ho ancora sottoscritto il Manifesto per l’Occidente facente capo a Marcello Pera, principalmente per due ragioni. La prima trae origine dal sospetto che il laboratorio intellettuale radunatosi attorno al Presidente del Senato, con questa operazione a forte risonanza mediatica, intenda più che altro lanciare un astuto richiamo preelettorale sintonizzato sulle lunghezze d’onda abitualmente captate dai radar cattolici. In pratica, sullo sfondo vedo tremolare i fantasmi dell’opportunismo politicante a breve scadenza – della serie: passata la “festa” elettorale, gabbati i valori forti.
In secondo luogo, trovo che il decalogo perista, nella foga di raggiungere una “massa tematica critica” di pronta beva conservatrice, fallisca nell’importante compito di tirare le fila della sua proposta complessiva. Intendiamoci: non escludo di aggiungermi alla lista dei firmatari dopo le elezioni, eppure mi fa specie la prospettiva di accodarmi a un’infornata di enunciazioni (dalle radici cristiane d’Europa al rifiuto del relativismo etico in ambito familiare) tanto settaria che, così formulata, riesce digeribile ben al di sotto del suo effettivo potenziale di condivisibilità. Io, da conservatore old school, posso anche capire alla perfezione in che senso la “totale equiparazione” delle forme di convivenza rischi di rafforzare una mentalità destinata a soccombere contro l’islamismo radicale, ma a qual pro predicare solo ai già convertiti?
Un po’ di perplessità, quindi, per non dire di peggio. Data l’imminenza della chiamata alle urne, forse concentrarsi esclusivamente sulla condanna del fondamentalismo e del terrorismo avrebbe garantito maggiore trasversalità.
Detto questo, non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo, quando gironzolo per le strade di Tocqueville e leggo i commenti che i vari liberal-radicali hanno dedicato allo stesso argomento. Tutti, ma proprio tutti, giocano su logori equivoci semantici come l’intercambiabilità tra il significato di conservatore e quello di reazionario, o come l’inflessione autoritaria del concetto di tradizione. Non credo di dover salvaguardare la presentabilità democratica delle mie idee di fronte a nessuno (meno che mai di fronte a chi traccheggia sulla quadratura di polarità affatto incompatibili come il liberismo e il filoabortismo), ma, trattandosi dei temi che mi hanno persuaso ad entrare nella blogosfera, ritengo di non potermi esimere da qualche controdeduzione in difesa delle mie ragioni.
Il vero tratto distintivo della controversa “identità europea” fa premio su una plurimillenaria attitudine all’inclusione universalizzante degli influssi “vincenti” in seno a realtà espansive. La storia di questa macro-penisola asiatica è interamente percorsa dalla capacità di rendere universale il particolare, anche e soprattutto se proveniente dall’esterno. Roma ha assorbito l’ellenismo (cioè la grecità) e ne ha amplificato i paradigmi culturali fino a renderli il tessuto connettore di una civiltà globale; lo stesso dicasi per la rielaborazione del messianismo ebraico da parte del cristianesimo. La sintesi tra identità, all’interno di tale dinamica “fusionista”, ha sempre avuto luogo attraverso il mantenimento di un delicato equilibrio tra apertura e chiusura, tra tolleranza e rigore. A tal proposito, conviene riprendere alcuni passi del discorso su “Razza e cultura” tenuto per l’Unesco da Claude Lévi-Strauss, risalente a trentacinque anni fa: “Le grandi epoche creatrici furono quelle in cui la comunicazione era divenuta sufficiente affinché dei partner lontani si stimolassero, senza essere tuttavia così frequente e rapida da ridurre gli ostacoli indispensabili tra gli individui come tra i gruppi, al punto che scambi troppo facili parificassero e confondessero le loro diversità. [...] Certo il ritorno al passato è impossibile, ma la via in cui gli uomini si sono oggi incamminati accumula tensioni tali che gli odii razziali offrono una ben povera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani, senza che neppure gli debbano servire di pretesto le differenze etniche”.
Il messaggio contenuto in queste righe è cristallino. L’identità – collettiva o individuale – è come una rondine: se la si impugna brutalmente soffoca, ma se la si blandisce vola via. Stringerla senza esagerare, invece, consente di nutrirla e di domarla, oltre che di trattenerla a sé. Fuor di metafora, questo stilema assimilativo si applica tanto alla storia d’Europa – al cui interno il cristianesimo, chiave di volta nell’arco teso tra classicità e modernità, gioca un ruolo da assoluto protagonista – quanto al profilo esistenziale e individuale dei suoi abitanti di ogni epoca. Per cui davvero si stenta a capire il senso di affermazioni a metà strada tra l’utopia febbrile e l’anarchismo da doposcuola liceale, come “occorre recidere ogni legame con la tradizione” oppure “il conservatore è colui che teme ogni forma di cambiamento”. Ogni rapporto con il mondo reale, io credo, implica l’interiorizzazione e la successiva elaborazione di sollecitazioni “esterne” che per lo più rinviano ad un loro radicamento nel “passato”. Chiunque stipuli un contratto, si confronti con l’evoluzione della ragione dubitativa nel corso dei secoli, assuma un modello di riferimento culturale, non può in alcun modo prescindere dalla tradizione (= ciò che si tramanda) giuridica, filosofica e religiosa del contesto spazio-temporale in cui viene a collocarsi. Nemmeno l’amor fati nietzscheano esula dalla sovrastrutturalità, perché la presuppone.
Il conservatore non è affatto colui che teorizza il mantenimento integrale dei lasciti storici ed etici di “radici” indurite e inalterabili, poiché ciò costituirebbe solamente la faccia – quella sì – reazionaria della stessa nefasta mentalità assolutista/relativista che anima il multiculturalismo. Al contrario egli, ben sapendo che nessuna grande svolta ideale e spirituale si è mai costruita con materiali interamente nuovi, vuol prendere il buono del passato, renderlo presente e proiettarlo verso il futuro. Il buon driver guida con un occhio al retrovisore, a dispetto delle sirene progressiste (progressiste?) che eventualmente gli suggeriscano di disfarsene.
Ecco perché la difesa delle innegabili radici giudaico-cristiane dell’Europa moderna non vuole affatto propugnare il recupero in blocco di una tradizione monoliticamente interpretata. È infatti sbagliato, in quest’ottica, avventurarsi nella giustificazione dei ghetti, dell’Inquisizione, della cacciata degli ebrei di Spagna, in una parola dei molti lati oscuri che un magistero bimillenario di fede e di pensiero porta inevitabilmente con sé.
Nondimeno l’attacco sferrato dal monismo islamico merita adeguate risposte sul piano teologico (spiacente, ma di fronte ad un attacco religioso si tratta di un aspetto imprescindibile) e politico (il Corano è un testo normativo, a differenza della Bibbia). Ad esempio riscoprendo la ragione universale come dato connaturato ad una visione giudaico-cristiana dell’umanità – in quanto tutti gli uomini, quand’anche atei, pagani o miscredenti, sono creati “ad immagine e somiglianza di Dio”. È per mezzo di essa, quindi, che sia il laico sia il chierico partono da una facoltà cognitiva comune alla ricerca del significato ultimo del Mistero, approdando infine alla nozione altamente unificante di diritto naturale (cioè l’insieme dei principi universali che non mutano al volgere del tempo).
Se dilaga il relativismo per cui non esistono cause finali e cause formali, ma solo cause efficienti e materiali, si afferma la mentalità zapaterista per cui tutti i canoni etici o interpretativi si equivalgono (se la Verità non esiste, non va neppure cercata). A molti sfugge, ma da simili premesse risorge vieppiù il materialismo storico e dialettico, cioè l’assunzione che una determinata “architettura di significati” prevalga solo in funzione del potere strumentale che la contingenza le mette a disposizione. Dal canto suo, l’islam contrappone al diritto naturale – cioè all’idea di una Verità cui tendere per aggiustamenti successivi – la legge religiosa (la shari’a) consegnata all’uomo da Dio, nella convinzione che non esista un dato universale che non sia già precompreso nella concezione islamica della vita. Traduco per i duri di comprendonio: l’islam (“sottomissione”) è puro Potere.
Benedetto XVI ha espresso lo stesso concetto dicendo che l’islam “non è riformabile”. Se non dall’esterno, aggiungo io.
Basta fare due più due, allora, per capire come l’incontro tra certo sottile nichilismo contemporaneo e l’islamismo preluda alla palingenesi dell’Eurabia fallaciana. Grave demerito di Marcello Pera è l’incapacità di divulgare con efficacia quanto appena argomentato, piuttosto che un’inesistente deriva “reazionaria” nell’elaborazione politica messa in moto dal suo entourage.




30 ottobre 2005

Le ragioni del "perismo"

Dal gran clamore attorno alle riflessioni, più o meno recenti, esposte da Marcello Pera a voce (i convegni di Magna Charta) o per iscritto (i dialoghi con l’allora Cardinale Ratzinger), emerge prepotente una profonda difficoltà di comunicazione e comprensione tra interlocutori. Il Presidente del Senato evidenzia i limiti e i rischi del “meticciato culturale”, cioè di un multiculturalismo irenista dimentico dei presupposti identitari che informano qualsiasi civiltà giuridica, e i commentatori parlano di un richiamo alla purezza razziale di stampo eugenetico-goebbelsiano.

Parimenti, nelle stesse occasioni, si delinea un minimo accenno di rettifica dei vetusti paradigmi anticlericali impugnati dal liberalismo ottocentesco, magari all’insegna di una rivalutazione dello spontaneismo religioso americano, e gli analisti ravvisano una deriva codina e papista.

Sul Foglio di ieri Piero Craveri e Massimo Teodori, quest’ultimo reduce da un piccato carteggio a sfondo etimologico con Giuliano Ferrara, compendiano piuttosto efficacemente il complesso di riflessi condizionati e ferrei dogmatismi dialettici che investe molto liberalismo “positivista”, specialmente se di provenienza neolatina.

Dall’intervento in esame, più che la sezione dedicata all’effetto politico ivi attribuito alle posizioni di Pera, spiccano le argomentazioni di filosofia giuridica che, nelle intenzioni degli estensori, dovrebbero fornire le coordinate in grado di delimitare l’appartenenza liberale. Posto che l’intento di stilare un “manifesto” del liberalismo costituisce di per sé una nettissima contraddizione in termini, giacché il pensiero liberale (entro certi limiti di larga massima) si contraddistingue proprio per l’assenza di un modello ideologico standard da rispettare, seguire il filo del ragionamento esposto da Teodori e Craveri può tornare utile per ribadire le diversità d’approccio che, a dispetto di ogni esclusivismo, possono convivere nello stesso campo culturale.

L’asse portante della disamina, pensata per dimostrare l’anti-liberalismo di Pera, poggia su un nodo tematico fondamentale: “l’antitesi tra la legge naturale, o ‘divina’, come la invoca Antigone sotto le mura di Tebe, e la ‘legge scritta’”. Perciò “l’origine del diritto naturale non è [...] ‘giudaico-cristiana’”, in quanto “da duemila e cinquecento anni esso è invece pietra miliare di tutta la civiltà occidentale”.

Preso atto di tale “antitesi”, secondo i due autori, la codifica del diritto positivo avrebbe seguito una strada separata dalla Legge immanente, di cui pure in principio avvertiva la presenza sovrastante. In accordo con tale concetto di “antitesi”, scaturisce un’insanabile frattura tra il giusnaturalismo “ontologico” predicato dal tomismo e la sua evoluzione “soggettiva”, autentico portato della rivoluzione liberale.

Ma il motivo per cui una disciplina filosofica come il giusnaturalismo subisce continue revisioni nel tempo - anche tuttora - non risiede certo nella sua aspirazione a disfarsi dell’oggettività. Anzi, per quanto il modernismo cerchi di affermare il contrario, ogni ricerca intellettuale è euristica, cioè tende al vero e all'assoluto. Che senso avrebbe altrimenti lo sforzo cognitivo, se perennemente condannato all’indifferenza gnoseologica o, peggio, etica?

Come un poligono sempre più spezzato approssima il cerchio in cui è inscritto senza mai raggiungerlo, anche la filosofia del diritto anela a quel codice “scolpito nelle stelle” di cui, a causa dell'imprescindibile finitezza che le è propria, non afferra mai l’essenza ultima. Gli antichi greci, semplicemente, percepivano con chiarezza questa tensione ideale. L’innatismo cartesiano-illuminista devoto alla dea Ragione, a tal proposito, rappresenta una delle possibili risposte alla domanda di un’irriducibile “sorgente” del vincolo normativo. Intesa come materia di discussione, sarebbe una “risposta” assolutamente accettabile. Ma quando Craveri e Teodori sbarrano la strada al confronto sostenendo che far “risalire la crisi contemporanea alle premesse logiche poste dal ‘cogito’ cartesiano” sarebbe una “affermazione a cui davvero un laico non può acconsentire”, incorrono in un errore che invalida le loro tesi sul piano storico e concettuale.

Storico, perché a furia di piantare paletti anticlericali i due saggisti finiscono per estromettere nientemeno che John Locke dal panorama laico e liberale di cui fu il capostipite. Infatti l’empirismo lockiano, naturaliter avverso al razionalismo francesizzante, si basa sulla negazione della res cogitans e della res extensa, le “sostanze reali” cui l’elaborazione delle idee tende indefinitamente (per l’appunto) senza mai conoscerne il substrato.

Concettuale, perché ergersi a certificatori della liberalità altrui non è mai una buona politica, per chiunque azzardi una definizione di liberalismo. Definizione sempre incompleta e - questo è il bello dell’idea liberale, oltre che la sua forza di autoconservazione storica - aperta agli sviluppi dettati dall’esigenza di favorire l’intrapresa e la responsabilità individuale contro l’oppressione, la tirannide, gli abusi del potere politico.

Se nel Sei-Settecento si imponeva l’avvento di un diritto di proprietà in chiave borghese ed antiaristocratica, attualmente urge l’introduzione di un criterio che sappia tenere la morale scientifica costantemente al passo con le potenzialità della tecnica. Per soddisfare questa necessità non serve tanto indulgere a soluzioni “reazionarie” (e qui, a dire il vero, mi riferisco anch’io alle fumose ambiguità di Pera), ispirate ad un passato impossibile da ricreare tal quale, bensì trattenere dalla tanto vituperata Tradizione i “mattoni” ancora utilizzabili che riesce ad offrire. La distinzione tra diritto soggettivo e diritto positivo può essere uno di questi.

Al centro del liberalismo, insomma, deve rimanere unicamente l’esegesi del logos, dove l’argomentare conta perfino più del dimostrare. Perché al centro dell’argomentazione non può che esserci un'individualità aperta al radicarsi di una convinzione. Una non-ideologia del libero confronto di coscienze, quindi: il settarismo di Teodori e Craveri può dire lo stesso?



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