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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































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Meglio il Saruman monetarista
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Sul proporzionale

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Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
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con l'intemerata
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Ipocralismi
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di Arik


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Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


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Il Caimano

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Cinque minuti a mezzanotte

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Tra il Dio incarnato
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Né bio né equo
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Pannella e la morte
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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 agosto 2008

Una batracomiomachia cristologica

Come accadde ai tempi del polverone sollevato dalle vignette danesi su Maometto – ma senza alcun contorno di tumulti e violenze, occorre precisare – ancora una volta una lesa sensibilità di gruppo pretende di violare una basilare norma di diritto naturale. Ovvero: casa mia la arredo come mi pare e ci entra chi voglio io.
Mi rincresce aderire a un’iniziativa lanciata da Malvino, ma pazienza: anche agli orologi rotti, due volte al giorno, capita di segnare l’ora esatta. Succede che il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano esponga l’obbrobrioso sgorbio che potete “ammirare” dabbasso. Il Papa non gradisce l’ardire, sicché ha esercitato pressioni censorie sul presidente della giunta regionale trentina. La scultura in questione è brutta? È bella? Non importa; vigente il regime di privativa, diventa superfluo ricorrere al corrivo motteggiare del benpensante medio, manco a dirlo infarcito di giaculatorie tipo “non è bello ciò ch’è bello, è bello ciò che piace” oppure “l’arte punta esclusivamente a suscitare una reazione”, come se le preferenze soggettive dovessero far capo a chissà quali motivazioni “razionali”. Si potrebbe obiettare che l’istituzione bolzanina gode del partenariato del suo ente provinciale, e quindi è semipubblica, ma così facendo, data la prelazione di cui gode il Vaticano sull’otto per mille inoptato, si rischierebbe di evocare la nota immagine evangelica della pagliuzza e della trave.
Il punto, nel nostro caso, è che nessuno può disporre o ingerirsi di quel che non gli appartiene, pena il venire meno delle basi logiche su cui poggia la libera convivenza. Del resto, il grande pubblico può accedere anche ai porno gay, al Black Metal, a blog e siti web che inneggiano alla blasfemia più estrema: tutti cascami mediatici che senz’altro feriscono “il senso religioso” dei molti fedeli devoti “all’amore di Dio”. Dando corso per legge all’autodisciplina imposta dalla morale (a maggior ragione se confessionale) ci si incammina sul sentiero dei restrizionismi contrapposti. Lo zelota laicista che denuncia il parroco per truffa poiché sospetta che la transustanziazione sia una messinscena, a ben guardare, è solo l’inevitabile contrappunto dialettico dell’invadenza clericale.
La Chiesa, avvezza all’opportunismo concordatario (retaggio storicamente giustificato ma moralmente deprecabile), finge di ignorare che il politicismo è la morte dell’autentico sentimento religioso. Io, per il nulla che conta, preferisco lasciare più libertà possibile al mio prossimo: libertà di fruizione, sicuramente, ma anche libertà di critica e di boicottaggio.
Ciò detto, vogliate apprezzare quest’opera tanto controversa. Consiglio di visionarla lontano dai pasti:





16 gennaio 2008

Papa e Sapienza, Fede e Ragione

L’estrapolazione tendenziosa di frammenti documentali, nel caso di papa Benedetto XVI, è assurta a strumento principe della campagna di discredito intellettuale che, presso aree culturali ben precise, Joseph Ratzinger ha suscitato fin dalla sua elezione al soglio petrino. La sintesi brutale di prolusioni molto articolate, con relativo spin mediatico, ha messo la vittima designata nella posizione di dover scegliere tra due alternative parimenti sfavorevoli: accettare il contraddittorio nei termini definiti dai detrattori del momento – ponendosi di volta in volta come avvocato della “superstizione religiosa” (quando a chiamarlo in causa sono i laici) o del primato cristiano cattolico (laddove sorgono problemi di dialogo interreligioso) – oppure farsi da parte – prestando il fianco all’accusa (fondata, come dirò nel seguito) di vittimismo.
Prendi il polverone sollevato dalla lectio di Ratisbona. In quell’occasione la stampa affibbiò al pontefice il poco ecumenico pensiero del Paleologo – che riassumo sbrigativamente a mia volta: nell’Islam ci fu del buono e del nuovo, ma il buono non era nuovo e il nuovo non era buono, ovvero: molti cristiani sono malvagi nonostante il Vangelo e molti musulmani sono buoni nonostante il Corano – senza fornire ad esso il corredo argomentativo del caso. Cioè che da un punto di vista razionale si ha gioco facile a mettere con le spalle al muro un Dio come quello islamico, così arcigno e monista, in base alla banale constatazione che “al di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui” (Messori). Detto altrimenti: il Dio amato e pregato per fede non esclude il Dio necessario postulato razionale, e viceversa, purché le sue “credenziali” forniscano un riferimento coerente sotto entrambi quegli aspetti.
Nella controversia sorta in vista della visita papale all’inaugurazione accademica della Sapienza si rimescolano, su un piano più strettamente epistemologico, analoghi ingredienti teoretici. In uno scritto pubblicato nel 1992, l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio esaminava “la crisi della fede nella scienza” rifacendosi alle considerazioni di due filosofi come Bloch (marxista) e Feyerabend (anarchico). Il primo, da buon materialista dialettico, vede negli assetti e nelle brame di potere l’unico motore dei processi storici, per cui legge il caso Galileo alla luce di questa assunzione ideologica. Il secondo, invece, critica le tesi dell’astronomo pisano partendo da premesse di tipo relativista-idealista. Quindi, in buona sostanza, prende le distanze dal cosiddetto “scientismo”, ossia della dottrina che considera la scienza l’officina permanente della verità. Chiosa il futuro papa: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica”.
Ciò significa che il rapporto tra fede e ragione si può intendere come l’appartenenza di una ragione ristretta, analitica e computazionale, al più ampio insieme della ragione estesa, nel cui ambito l’intuizione e la fiducia sono meccanismi gnoseologici imprescindibili. Negare che le facoltà intellettive si possano segmentare e classificare secondo scopi indipendenti dalla Grazia (come fa l’Islam) equivale a sovrapporre in toto immanenza e trascendenza ma, per converso, assolutizzare la razionalità “geometrica” (alla maniera di certi laiconi) mette in campo tronfi riduzionismi come appunto lo scientismo e il relativismo (caso da manuale di opposti simpatetici) e scade nella mediocre metafisica utilitarista delle “leggi storiche” (di cui la caduta tendenziale del saggio di profitto o il ristagno secolare sono solo i due esempi più eclatanti).
Detto tutto questo, Benedetto XVI dovrebbe avere il coraggio di affrontare e di rettificare i dibattiti di massa sollevati dalla sua parola. Si possono comprendere le preoccupazioni della Santa Sede in merito alle sorti dei cristiani in terra ostile, che aiutano a spiegare l’atteggiamento rinunciatario della diplomazia vaticana in circostanze come quelle post-Regensburg, ma la defezione papale di cui si è avuta notizia ieri è un gesto effettivamente ambiguo ed equivocabile.
Ambiguo perché il pontefice, nella sua veste di autorità intellettuale, dovrebbe rispondere alle contestazioni specifiche con i dovuti rilievi: nel caso di Galileo Galilei, Ratzinger parli di etica. Al di là del giudizio di “laicità” per il cardinale Bellarmino, che giustamente invitava l’inquisito a difendere una tesi e non a proclamare una verità inconfutabile, il papa dica cioè se il relativismo storico (con cui si “contestualizzano” gli avvenimenti del passato) può fare il paio con il relativismo etico. Vogliamo giustificare l’irrogazione dell’abiura a Galileo e, sulla stessa falsariga, i crimini dell’Inquisizione e la cacciata degli ebrei dalla Spagna solo sotto il profilo contestuale o anche sotto quello morale? Nel secondo caso, inciamperemmo in uno storicismo etico madornale, per l’istituzione che tanto si spende in difesa del “fatto” morale, della permanenza del Bene.
Equivocabile in ragione del messaggio che rischia di far passare, vale a dire che far cagnara paga. Con una struttura come quella ecclesiastica alle sue spalle, B16 è in grado di far fronte a simili contrattempi in modo tutto sommato agevole, per non dire vantaggioso. Ma che fine faranno, se bastano le proteste dei facinorosi organizzati, le iniziative di sensibilizzazione assunte dalle associazioni di tendenza indipendenti come movimenti d’opinione e similari? Gli incontri con autori scomodi patrocinati dai Comuni, le conferenze con invitati ingombranti nelle università (oltre che ai papi, capitano in sorte anche ad ambasciatori israeliani o a studiosi controcorrente)...basta un po’ di chiasso e salta tutto per “ragioni di opportunità”?
Chiudo con una nota di biasimo per il maldestro rettore della Sapienza. La sua inerzia nel gestire il dissenso degli sparuti collettivi studenteschi di Fisica, con i due mesi di preavviso che la lettera di Marcello Cini gli ha messo a disposizione, è davvero imperdonabile. Trattandosi di una cerimonia di inaugurazione, forse un dibattito con l’uditorio sarebbe stato poco appropriato, ma si sarebbe potuta organizzare una tavola rotonda in separata sede, magari poco dopo il termine dell’evento. No?




23 maggio 2007

Note a margine di "Sex crimes and the Vatican"

Mentre i vertici RAI si interrogano sull’opportunità della sua messa in onda, il documentario Sex Crimes and the Vatican, prodotto dalla Bbc, spopola su internet anche nella versione sottotitolata in italiano, totalizzando oltre mezzo milione di contatti.
Si tratta di un’inchiesta sulla pedofilia nel clero cattolico, condotta tra Irlanda, Stati Uniti e Brasile da Colm O’Gorman, un uomo che in giovane età subì violenza carnale da un prete. Il servizio si pone soprattutto l’obiettivo di dimostrare l’oggettiva connivenza delle gerarchie ecclesiastiche con i pedofili in abito talare, deducendone gli estremi dalle raccomandazioni all’insabbiamento contenute nella circolare a uso interno denominata Crimen Sollicitationis.
L’intelaiatura sintattica del video in questione rivela una buona dose di retropensiero anticattolico non tanto per l’unilateralità testuale (si ascolta solo la voce dell’accusa) o per una scena madre di sapore ienesco (domande scabrose a un vescovo intercettato senza preavviso), quanto per l’accurata selezione del collante simbolico. Ammessa senza riserve la veridicità di tutte le testimonianze raccolte (pur nutrendo qualche dubbio su Oliver O’Grady, ex prete reo confesso di violenze pedofile plurime, protagonista di un confessionale probabilmente recitato a soggetto), non si può infatti negare come alcuni profilmici veicolino metafore inequivocabili. Le soprascritte in inglese, che in numerosi intermezzi subentrano graficamente a scottanti spezzoni di testo latino, vogliono gettare l’ombra della reticenza già sulla lingua morta tuttora adoperata dalla Chiesa. Il tramonto del Sole, catturato nel finale, simboleggia poi il declino dell’ultima istituzione antica rimasta radicata nel cuore del mondo occidentale, associandone la parabola discendente alla suprema violazione del suo stesso magistero fondante: l’omertoso silenzio su abusi perpetrati contro bambini indifesi a opera di ministri di culto.
Il fenomeno della pedofilia negli ambienti cattolici, in realtà, va inquadrato in un’ottica più ampia rispetto a quella cara al tradizionale antipapismo britannico. Innanzitutto va ripristinato un minimo di rigore lessicale sul tema: come fa notare Costanza Stagetti, il termine “pedofilia” indica l’attrazione sessuale verso individui in età prepuberale, quindi dai tredici anni in giù. Il desiderio verso adolescenti sessualmente maturi ma sotto l’età del consenso, che è di 18 anni nella legge civile e di 16 per il diritto canonico, va invece sotto il nome di efebofilia. Pare che la maggioranza degli episodi presentati dalla cronaca come “pedofilia” rientri in questa seconda casistica. La Chiesa ha tutto l’interesse a non chiarire l’equivoco, poiché altrimenti dovrebbe ammettere di fronte all’opinione pubblica il vero motivo dell’esclusione degli omosessuali dai seminari. Sollevando il vespaio di polemiche che è facile immaginare, ma anche rivelando le crescenti difficoltà riscontrate dalla prassi educativa cattolica nel coniugare la severità con il peccato alla misericordia verso il peccatore. Vale a dire nel far collimare il suo insegnamento etico (“cos’è il bene”) con quello morale (“come comportarsi per fare il bene”) nel contesto di una modernità che arriva a secolarizzare gli stessi centri di formazione del clero.
Nella Lettera ai Vescovi, firmata dall’allora cardinale Ratzinger, si prescrive che il delitto commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni sia di competenza diretta della Congregazione per la Dottrina della Fede; per cui è lecito ritenere che, nel segreto delle stanze parrocchiali o magari vaticane, certi abusi siano stati puniti con molta durezza.
Ciò malgrado, un’autorità civile laica non può permettere che l’area giurisdizionale di sua competenza sia costellata da enclave giudiziario-confessionali, al cui interno il rispetto delle leggi non costituisca la “norma” bensì una concessione del sovrano di una nazione straniera. Anzi, in uno stato di diritto occultare alla giustizia i responsabili di un reato non può che configurare la fattispecie penale del favoreggiamento.
In definitiva, è l’atteggiamento del Papa a lasciare interdetti: a Benedetto XVI basterebbe veramente ordinare che non si lavino più “in famiglia” i panni sporchi dei preti pedofili per tacitare molte voci critiche. Ma una simile presa di posizione, evidenziando l’inadeguatezza delle tradizionali strutture pastorali ecclesiastiche a prevenire autonomamente il male al loro interno, aprirebbe vieppiù la strada a un cristianesimo pentecostale, fuor di gerarchia. Contribuendo di fatto a ridurre la Chiesa Cattolica a una setta tra le tante: può un Papa imboccare sua sponte quella china?

Vai a vedere: Jim Momo, In onda, ma non nell’arena faziosa di Santoro; Il Dialogo, Dossier sulla pedofilia




21 settembre 2006

Tra il Dio incarnato e il Dio incartato

Papa Wojtyla fu indubbiamente un personaggio battagliero e a suo modo rivoluzionario, benché la specificità confessionale del suo apostolato abbia subito un notevole logoramento da sovraesposizione mediatica – specialmente durante l’ultimo lustro dello scorso pontificato – a tutto vantaggio di una percezione vagamente irenista e new age del suo carisma. Ebbene, stante anche la cronaca internazionale dell’ultima settimana, non si può proprio negare che il fascino esercitato dal suo successore sia di gran lunga superiore. Un giudizio che vede aumentare le sue proporzioni al crescere del riguardo in cui ciascuno tenga gli aspetti prettamente “intellettuali” del papato, a prescindere da come la si possa pensare nel merito delle singole indicazioni dottrinali.
Una finta a destra – l’atto d’accusa contro il laicismo e l’illuminismo “drastici” pronunciato alla Neue Messe –, uno scatto a sinistra – l’esortazione a convertirsi all’esercizio del logos rivolta ad un Islam intrinsecamente irrazionale e bellicoso – e Ratzinger spiazza senza possibilità d’appello le schiere di censori che usano decostruire tendenziosamente le sue omelie e i suoi scritti. Poveri vaticanisti di complemento, poveri laici a cottimo: la troppa foga con cui hanno affondato il colpo contro un Papa colpevole – a loro dire – di offrire una sponda al fascismo islamico mostrando di condividere con esso il disprezzo per il declino etico occidentale, ahiloro, li ha lasciati impreparati al riflesso condizionato che ha incendiato le piazze islamiche fino a non più di due giorni fa.
Gad Lerner, a quanto è dato presumere, si starà ancora mangiando le mani, dopo aver affrettatamente accusato il Papa di voler instaurare un “asse del sacro” con l’Islam in funzione antirelativista. Passata la buriana che, sul Corriere della Sera, aveva indotto i commentatori di punta a schierarsi a ranghi compatti contro Ratzinger e la sua condanna dell’umanesimo ateo, è il solo Vittorio Messori a beneficiare della sostanziale indipendenza del suo punto di vista. Lunedì scorso, con questo editoriale, Messori tornava a soffermarsi su uno dei suoi spunti di riflessione più collaudati:

 

“I cristiani della mia generazione hanno passato gran parte della vita a confrontarsi con quelli che non credevano in Dio: i comunisti. E adesso, devono confrontarsi con quelli che, in un Dio, ci credono «troppo»: i musulmani”.

 

Questo, se vogliamo, è precisamente il nocciolo di tutta la disputa antropo-teologica in corso. La tesi accreditata da Joseph Ratzinger sposa in toto una visione “complementarista” del rapporto tra Fede e Ragione. Essa, scontrandosi sia con la separazione totale perorata dai radicalsocialisti sia con la completa sovrapposizione cara ai seguaci di Maometto, preferisce assegnare alle due sfere un legame fondato sulla semplice distinzione, che peraltro ricalca la linea ideologica seguita dalla Chiesa anche nel gestire le sue relazioni con l’istituto dello Stato laico. Per quanto qui si tenda a condividere più il pessimismo espresso il giorno seguente da Angelo Panebianco che la fiducia di Messori circa la scarsa appetibilità dell’Islam presso le “quinte colonne” nostrane, è innegabile che il rigetto della partizione secca Fede/Ragione permetta di comprendere al meglio l’impianto filosofico e teologico che sottende le tanto controverse “radici cristiane d’Europa”.
Dovendo abbozzare, i critici per partito preso stanno escogitando qualche nervosa controargomentazione. Ci vorrà un po’ per rispondere a tutte, me ne perdonerete.
La prima, in verità la più acuta, sostiene che è proprio la radice pacifica dell’Islam a giustificare il progetto di esportare la libertà e la democrazia nel Grande Medio Oriente. Se il culto maomettano è violento in partenza, e dunque il terrorismo globale non ne rappresenta una virulenta degenerazione, che ci stiamo a fare in Iraq e in Afghanistan? Come avvenne già all’indomani dell’11 Settembre, quando le folle islamiche festanti innalzavano cartelloni con il volto di Bin Laden stagliato dietro le due torri in fiamme, sono le reazioni belluine delle piazze arabe a fornire l’ennesima chiamata generale di correità in mondovisione. Bruciando l’immancabile bandiera americana accanto al fantoccio del Papa, infatti, sono le stesse masse musulmane a mostrare quanta correlazione vi sia tra la politica di Bush e la riflessione del successore di Pietro. Certo, il presidente americano, ispirandosi alla filantropia protestante e al galateo diplomatico, definisce l’Islam “religione di pace” per non pregiudicare il sostegno delle classi dirigenti arabe moderate alla sua politica estera. Ma la logica formale costringe ad ammettere  che, se per aprire un’intera regione del globo alla democrazia liberale ha ritenuto necessario un intervento armato, sia lo stesso George W. Bush a considerare il mondo islamico incapace di un processo di riforma endogeno. Toccando con mano una libertà mai sperimentata prima, si spera che ogni uomo – in quanto individuo latore di un’intrinseca aspirazione alla libertà, non certo in quanto islamico – conosca la felicità di un’autorealizzazione alla quale non rinunciare più per nessuna ragione. Di nuovo, si deve riconoscere come l’occidente giudeo-ellenico-cristiano abbia prodotto l’unica civiltà della storia in grado di sottrarsi autonomamente alla barbarie e al sottosviluppo.
È dal contatto fortuito e/o isolato di alcune personalità intellettuali arabo-islamiche (in un passato più o meno remoto) con la cultura occidentale che deriva la formazione delle sparute avanguardie riformiste che tanti equivoci hanno ingenerato nell’idea della loro portata che ci si è fatti all’esterno. Il trattamento riservato agli afflati revisionisti in seno all’Islam – e siamo al secondo argomento dell’ultim’ora, quello storico – ha sempre seguito un duplice destino: emarginazione o persecuzione nel caso in cui provenissero da filosofi e intellettuali, tacito dissenso laddove a dichiararli fossero esponenti delle élite di comando (tipicamente nell’ambito della “laicità armata” sunnita). Serve a poco, in quest’ottica, descrivere la contrapposizione tra l’aristotelico Averroè e l’integralista Mohammed al-Ghazali come se si fosse trattato di un testa-a-testa o di una “rottura” di continuità: il primo, antesignano degli islamici “occidentalizzati” dall’esterno, rimase famoso soprattutto a Occidente come arabo “illuminato”, il secondo fu l’unico dei due a parlare un linguaggio comprensibile alla ummah coranica in generale e alle gerarchie religiose islamiche dell’epoca in particolare. È ugualmente mistificatorio manipolare la storia dell’islamismo attribuendo uno spirito sincero al versetto “Nessuna costrizione nelle cose di fede” (sura II, 256), considerando l’avvenuta presa della Medina alla stregua dell’avvio di una fase “prospera” – e quindi non bisognosa di opportunismi tattici – per Maometto. A tal proposito viene in aiuto un’intervista a padre Samir Khalil Samir, l’insigne islamologo autore di Cento domande sull’Islam, raccolta da Il Foglio di Giovedì scorso:

 

“Quando Maometto arriva a Medina nel 622 è una specie di profugo, non ha ancora organizzato la città, l’esercito e non ha iniziato le razzie. L’idea essenziale del Papa è che Maometto era senza potere e minacciato. La sura 2, 190-93 è mistificata nella versione di Piccardo [Hamza, presidente dell’Ucoii, NdIsmael] nella parte ‘uccideteli ovunque li incontrate’. La parola fitna non significa ‘persecuzione’ come scrive Piccardo, ma ‘sedizione’, colui che seduce con la menzogna. La fitna è peggio dell’omicidio. ‘Combatteteli finché non ci sia più fitna’, tradotto erroneamente con persecuzione. Uccideteli, mettono in dubbio la vostra fede. ‘Scirk’ indica il politeismo. Al verso 193 Maometto dice ‘combatteteli’, è presente la radice della parola araba ‘uccidere’, affinché non ci sia più politeismo. Questo è il pericolo del Corano e questo ha capito il Papa dell’Islam”.

 

Volendo insistere sulla congenita aggressività islamica, bisogna rammentare che il jihad è un obbligo per tutti i musulmani adulti, in particolare per i maschi. L’Islam conosce, infatti, due tipi di obbligo, individuale e collettivo. E il jihad è un obbligo collettivo, nel senso che tutta la comunità è tenuta a parteciparvi, se si sente in pericolo. Solo l’imam ha il diritto-dovere di proclamarlo, ma una volta che l’ha fatto tutti i musulmani maschi adulti devono aderire.
Questo è un obbligo stabilito nel Corano, che rimprovera spesso ai “tiepidi” di non fare la guerra e di rimanere a casa tranquilli, e li chiama “ipocriti”. Quest’obbligo è stato praticato sin dall’inizio da Maometto e riguarda sia la guerra difensiva sia quella offensiva. E la guerra deve essere combattuta finché l’ultimo nemico non se ne sia andato oppure sia stato ucciso.
Nel Corano, alle affermazioni di segno tollerante, risalenti alle numerose fasi di “ritirata strategica” attraversate dall’Islam degli albori, si affianca la dottrina della soggiogazione, come nel caso del famoso versetto 29 della sura della Conversione (IX): “Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel giorno estremo, e non considerano proibito quel che proibisce Dio e il suo apostolo e che non professano la religione della verità, ossia coloro ai quali è stato dato il Libro, finché non paghino la jizya [tributo di capitazione, NdIsmael] alla mano, con umiliazione”. Oppure il versetto 110 della sura della Famiglia di Imran (III), che si rivolge ai musulmani proclamando: “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini, voi ordinate ciò che è lodevole e proibite ciò che è riprovevole e credete in Dio, che, se la gente del Libro pure credesse, meglio sarebbe per essa, tra quelli vi sono dei credenti però la maggior parte di essi sono degli empi”; o, ancora, il versetto 51 della sura della Mensa: “O voi che credete! Non prendete gli ebrei e i cristiani come amici: essi sono amici tra di loro. Chi di voi li prende come amici vuol dire che è uno dalla loro parte. Dio non guida un popolo ingiusto”. Il che equivale a dire che la maggior parte degli ebrei e dei cristiani sono degli empi e devono perciò essere combattuti come kuffar o kafirun, come dei miscredenti. All’interno dell’abbondante – e discussa – tradizione degli hadith (i “detti” di Maometto), uno di essi attribuisce al Profeta la massima: “Sappiate che il Paradiso è sotto le ombre delle spade”.
Del resto, a poco vale rovesciare sulla cristianità la responsabilità di aver a sua volta scatenato un elevato numero di conflitti per motivi religiosi, secondo il vetusto schema dell’improbabile “parallelismo sfasato di seicento anni” tra il cammino delle due civiltà. I cristiani che, nel passato, si armarono per combattere le loro “guerre sante” non pretesero mai di averlo fatto in nome del Vangelo: lo fecero, invece, ritenendo di dover difendere la cristianità – a loro giudizio sotto attacco – oppure il loro stato nazionale o ciò che consideravano un loro diritto. Insomma, in quanto uomini appartenenti a una cultura, a una nazione, a una tradizione, non fondandosi sul Vangelo. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’idea delle crociate si impose a seguito delle persecuzioni anticristiane intraprese dal califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah (996-1021) contro le popolazioni d’Egitto e di Siria – che all’epoca comprendeva anche la Terrasanta. L’episodio più grave, che scatenò la risposta bellica della cristianità coalizzata, fu la distruzione della Basilica della Risurrezione di Gerusalemme – il Santo Sepolcro –, iniziata il 28 Settembre 1009.
La terza e ultima categoria di obiezioni alla tesi di Benedetto XVI punta le sue carte non più sui riformismi musulmani del passato, ma su quelli del presente, individuati nel carisma di alcune autorevoli figure politico-religiose impegnate a rivedere gli aspetti più retrogradi della dottrina islamica. A tal proposito si fa il nome del muftì di Istanbul, progressista a tal punto da incaricare due donne di aiutarlo nell’opera di cernita degli hadith più misogini tra quelli erroneamente attribuiti al Profeta. Uno sforzo, il suo, senz’altro generoso e commendevole, ma reso inane dalla radice coranica della misoginia islamica, che non fa dunque capo alla tradizione dei detti. Due esempi tratti dalla sura delle Donne IV, 34: “Gli uomini hanno autorità sulle donne”; “Quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiscono, allora non cercate pretesti per maltrattarle”.
L’intervento del sovrano del Marocco Mohamed VI, che ripropone la teoria del “divorzio” tra Islam e Ragione come cesura ad opera di al-Ghazali, si inscrive nel novero delle posizioni controcorrente sopportate, a livello popolare, “in tacito dissenso” per via dell’alto rango riconosciuto al loro assertore. Talora il “dissenso” di cui sopra si trasforma in ribellione sanguinaria (come in Algeria) o trova sbocco nella costituzione di gruppi politici capaci di coagulare attorno a sé il malcontento della base popolare verso classi dirigenti ritenute troppo laiche (è il caso dei Fratelli Musulmani in Egitto o di Hamas in Palestina).
Un esempio più rappresentativo della reazione musulmana agli slanci “revisionisti” – perché tratto da una circostanza in cui la risposta all’apostasia sorse da un establishment islamico compatto e agguerrito – è quello della precipitosa fuga del semiologo Nasr Hamid Abu Zayd dalla sua terra natale, l’Egitto. Secondo Abu Zayd, il messaggio divino si comunica attraverso il codice linguistico che viene utilizzato. Non si tratterebbe più, dunque, di una rivelazione letterale, ma di un’ispirazione “tradotta” in linguaggio umano, da studiare e analizzare. A causa delle sue idee, Abu Zayd è stato denunciato con l’accusa di storicizzare il Corano, negandone così l’origine divina. Nel Giugno 1995 venne condannato per blasfemia e gli ulema dell’Università di al-Azhar chiesero al governo egiziano di comminargli la pena di morte, come previsto per gli apostati. Inoltre, non essendo più stato considerato musulmano, sua moglie perse il diritto a convivere legittimamente con lui: decisero così di riparare entrambi in Olanda. Un'altra dimostrazione di come il recepimento della teologia dell’interpretazione del logos da parte delle personalità musulmane più cosmopolite e/o intellettualmente privilegiate – Abu Zayd era professore di Semiologia all’Università del Cairo, quindi molto più coinvolto nella dinamica dello scambio culturale con ambienti extra-islamici della media dei suoi connazionali – non accenda mai una scintilla di riforma da divulgare, ma solo una ridda di ritorsioni.
Per i vaticanisti “adulti”, che accusano Benedetto XVI di aver interrotto la positiva esperienza di dialogo ecumenico avviata dal suo predecessore, basti citare il seguente passo del libro-intervista che Giovanni Paolo II scrisse a due mani con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza:

 

“Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s’è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti e poi in modo definitivo nel nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. Viene menzionato Gesù, ma solo come profeta in preparazione dell’ultimo profeta Maometto. È ricordata anche Maria, Sua Madre verginale, ma è completamente assente il dramma della redenzione. Perciò non soltanto la teologia, ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana” [corsivi miei].

 

Il contrasto tra cristianesimo e Islam trova spiegazione anche senza ricorrere a categorie metafisiche (importantissime per sorreggere la fede, ma inutilizzabili nell’argomentazione razionale), semplicemente rammentando la diversa “missione” storica svolta dalle due rivelazioni. La prima dovette trovare la forza per coabitare con un impero e, successivamente, per sopravvivere alla sua caduta, mentre la seconda fornì il retroterra culturale più adatto a fondarne uno nuovo. E solo l’ermeneutica, unitamente all’esercizio della logica e all’attesa paziente di poter indagare l’ignoto per mezzo di essa, può aiutare a difendersi dall’invadenza di un potere monoliticamente costituito e tramandato.




14 settembre 2006

La semplicità del Papa

È illusorio credere di poter fendere con qualche speranza di riuscita la dialettica tra opposti fariseismi che contrappone clericali e anticlericali. Impossibile dialogare proficuamente se, nel contempo, si alimenta l’ottica delle partizioni ideologiche nette, che si ripropone ogniqualvolta due o più tribù orgogliosamente asserragliate in complessi di convincimenti inconciliabili tra loro entrano in rotta di collisione.
La copertura del viaggio papale in Germania offerta dagli inflessibili organi di stampa autoproclamatisi guardiani della laicità – e, di conserva, dal loro bersaglio prediletto, ossia quel Marcello Pera che per poco non fregava anche me – non fa che confermare l’esistenza di un profondo deficit di rappresentazione della realtà da parte dei media. Da un lato emerge la sensibilità di quanti, vedendo sempre nel magistero pastorale petrino un ripetitore di istanze meramente politiche, ribadiscono acidi l’aconfessionalità dello stato e, dall’altro, quella di chi, di nuovo scambiando le omelie per comizi camuffati, punta a scongiurare il crollo della civiltà occidentale lavorando ad un machiavellico recupero di convergenza semantica dei termini “peccato” e “reato”. Le posizioni intermedie rispetto ai due estremi così esemplificati forse non fanno notizia ma, stando anche ai risultati elettorali raccolti dalle formazioni che fidelizzano maggiormente sui temi etici e valoriali, sono di gran lunga maggioritarie.
Della lunga omelia pronunciata domenica scorsa da Benedetto XVI a Monaco, il dibattito di massa ha salvato solo il seguente estratto:

 

“Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell'Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare [beibringen, ma sembra che il Papa abbia invece usato un verbo più prossimo al senso di imporre, aufdraengen - NdIsmael] anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l'altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio”.

 

Sul Corriere della Sera, Magdi Allam ha rimproverato al Papa di non aver compreso l’11 Settembre, rischiando addirittura di essere strumentalizzato dai “predicatori dell’odio”; Lucio Villari lo ha accusato di sminuire il valore dell’Illuminismo; infine Vittorio Messori gli ha rammentato che la radice della “ostilità anticristiana” islamica “fu tanto più viva, quanto più l’Occidente si ispirava al Vangelo”. L’umoralista Michele Serra ha poi rincarato la dose, canzonando i cosiddetti “teocon” per il contropiede subito: volevano farsi subappaltare dal clero l’evangelizzazione di un Occidente giudaico-cristiano suo malgrado (e perciò sotto attacco fondamentalista), ma si scoprono immersi nella suburra come tutti gli altri. I volponi de Il Foglio hanno proposto un’esegesi alternativa:

 

“[Quella del Papa] era l’omelia domenicale a commento dell’episodio evangelico del sordomuto che Gesù guarisce con la parola «Effatà», apriti, e il richiamo ad «aprirsi a Dio» era rivolto innanzitutto ai fedeli tedeschi e ai loro pastori. Richiamo molto concreto: «Qualche vescovo africano mi dice: ‘Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve’». Insomma Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti e anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell’evangelizzazione: «L’evangelizzazione deve avere la precedenza, il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto e amato, deve convertire i cuori... Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche, là portiamo troppo poco». In questo contesto si inserisce la puntualizzazione sulle «popolazioni dell’Africa e dell’Asia» (l’islam non è citato)”.

 

La lettura fogliante del monito papale presenta alcuni elementi di indubbio rilievo. Innanzitutto, perché prende in considerazione ulteriori testuali frammenti della prolusione di Benedetto XVI. In secondo luogo, perché – in parte – aiuta a capire il motivo dell’intenso fuoco di fila laico partito per l’occasione: per i professionisti dell’anticlericalismo militante e del cattolicesimo “adulto”, infatti, la prospettiva dell’aggiunta di lievito etico e morale all’azione solidaristica svolta dalle strutture assistenziali controllate dalla Chiesa è uno dei peggiori spauracchi.
Tuttavia non è possibile ignorare come il discorso del Papa, in questo come in altri casi, ruoti attorno a tematiche più ampie, che coinvolgono l’impegno nell’opporsi all’esclusione “totale” di Dio dalla sfera razionale, il timore verso una libertà che consente il “dileggio del sacro” ed “eleva l'utilità a supremo criterio” e il rifiuto di un’interpretazione “drastica” dell’Illuminismo e del laicismo.
Jospeh Ratzinger, con la sua abitudine di accompagnare la complessità concettuale della lectio con l’utilizzo di un linguaggio accessibile a tutti, presta (deliberatamente?) il fianco all’accusa di semplicismo e di ingenuità da parte delle élite intellettuali. Del resto mi sembra normale che un prelato, per elevata che possa essere la sua posizione nella piramide gerarchica, si curi più di rendersi facilmente comprensibile al vasto popolo dei suoi fedeli che di sfidare con adeguata dovizia di erudizione la ristretta platea dei dotti, peraltro ostile allo spirito religioso nella stragrande maggioranza dei casi.
Se si limita a provocare qualche sbadiglio l’accusa di “intelligenza col fanatismo” – lanciata per colmo di contraddizione proprio da quanti deridono l’esortazione pontificia a vivere la fede in modo pacifico e amorevole –, è invece più interessante tornare nuovamente sul nesso causativo che collega storicamente e filosoficamente il sottofondo culturale greco-romano e giudaico-cristiano ai costumi pluralisti dell’Occidente moderno. Messori, nel suo editoriale, si avvicina molto all’iter argomentativo più adatto a sviscerare la questione; omettendo però di percorrerlo sino in fondo, non si capisce se per la scontata evidenza attribuita alle conclusioni o per rispettare la linea critica seguita dal Corriere per l’occasione – ma, di sicuro, non per ignoranza: il suo Ipotesi su Gesù fornisce da quasi trent’anni un’autentica miniera di pezze d’appoggio ai sostenitori di certe peculiarità del giudeo-cristianesimo. Il cristianesimo possiede effettivamente una «elasticità» e una «capacità genetica di adattamento» all’esercizio dell’ermeneutica e alla ricezione dei cambiamenti storici «che manca del tutto all'islamismo», e poco importa che l’“abbraccio mortale” tra potere costituito e autorità religiosa – strettosi quasi sempre su iniziativa dei tenti Cesari in cerca di consacrazione – sia stato sciolto nel sangue. Il nocciolo del discorso sta non solo nella capacità del cristianesimo di sopravvivere alla secolarizzazione e, anzi, di trarne purificazione cultuale, ma anche di suscitarla esso stesso attraverso la dialettica scolastica (nel Medio Evo), umanistica (nel Rinascimento), interconfessionale (con la Riforma) e storicistica (da oltre duecent’anni a questa parte). Nulla di ciò che si è detto, pensato o praticato “dopo Cristo” ha più potuto prescindere dall’annuncio evangelico. Lo stesso Illuminismo non fa che secolarizzare la stessa concezione lineare del tempo che contraddistingue il giudeo-cristianesimo; mentre il marxismo presenta numerose stigmate dell’eresia millenarista. Il liberalismo, poi, potrebbe efficacemente sunteggiarsi nel monito “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
In molti sembrano ignorare che l’ebraismo e il cristianesimo sono credenze “laiche” alla radice e che, in origine, ricoprirono la funzione storica di scardinare i sistemi politici e sociali fioriti sulle credenze sacrali e spiritistiche alla base del paganesimo. Addirittura (affermazione blasfema non solo per le antiche religioni, ma ancora oggi per i musulmani) gli antichi mistici ebrei giungono a dire che “Dio ha bisogno dell’uomo, come l’uomo di Dio”. E la meditazione giudaica sulla Scrittura si spinge fino ad attribuire a Giacobbe queste parole: “Come tu sei Dio nelle sfere superiori, così io lo sono nelle inferiori” (Ber. Rabbà).
Ancora, nessuno ci fa molto caso, ma la gran parte dei terroristi islamici assurti agli onori (o, meglio, ai disonori) delle cronache proviene da un particolare tipo di ambiente universitario occidentale: il politecnico. È ingegnere Bin Laden, così come lo erano Arafat e Mohammed Atta. Lo scandalo di un Dio absconditus e sottoposto a leggi fisiche universali, onnipotente nel senso che può fare tutto quello che si può fare, è insopportabile per il monismo islamico. Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia. Difficile che un musulmano possa accettare questo tacito accordo di non ingerenza reciproca.

Su Pera, Occidente e cristianità ho scritto anche qui e qui.




30 ottobre 2005

Le ragioni del "perismo"

Dal gran clamore attorno alle riflessioni, più o meno recenti, esposte da Marcello Pera a voce (i convegni di Magna Charta) o per iscritto (i dialoghi con l’allora Cardinale Ratzinger), emerge prepotente una profonda difficoltà di comunicazione e comprensione tra interlocutori. Il Presidente del Senato evidenzia i limiti e i rischi del “meticciato culturale”, cioè di un multiculturalismo irenista dimentico dei presupposti identitari che informano qualsiasi civiltà giuridica, e i commentatori parlano di un richiamo alla purezza razziale di stampo eugenetico-goebbelsiano.

Parimenti, nelle stesse occasioni, si delinea un minimo accenno di rettifica dei vetusti paradigmi anticlericali impugnati dal liberalismo ottocentesco, magari all’insegna di una rivalutazione dello spontaneismo religioso americano, e gli analisti ravvisano una deriva codina e papista.

Sul Foglio di ieri Piero Craveri e Massimo Teodori, quest’ultimo reduce da un piccato carteggio a sfondo etimologico con Giuliano Ferrara, compendiano piuttosto efficacemente il complesso di riflessi condizionati e ferrei dogmatismi dialettici che investe molto liberalismo “positivista”, specialmente se di provenienza neolatina.

Dall’intervento in esame, più che la sezione dedicata all’effetto politico ivi attribuito alle posizioni di Pera, spiccano le argomentazioni di filosofia giuridica che, nelle intenzioni degli estensori, dovrebbero fornire le coordinate in grado di delimitare l’appartenenza liberale. Posto che l’intento di stilare un “manifesto” del liberalismo costituisce di per sé una nettissima contraddizione in termini, giacché il pensiero liberale (entro certi limiti di larga massima) si contraddistingue proprio per l’assenza di un modello ideologico standard da rispettare, seguire il filo del ragionamento esposto da Teodori e Craveri può tornare utile per ribadire le diversità d’approccio che, a dispetto di ogni esclusivismo, possono convivere nello stesso campo culturale.

L’asse portante della disamina, pensata per dimostrare l’anti-liberalismo di Pera, poggia su un nodo tematico fondamentale: “l’antitesi tra la legge naturale, o ‘divina’, come la invoca Antigone sotto le mura di Tebe, e la ‘legge scritta’”. Perciò “l’origine del diritto naturale non è [...] ‘giudaico-cristiana’”, in quanto “da duemila e cinquecento anni esso è invece pietra miliare di tutta la civiltà occidentale”.

Preso atto di tale “antitesi”, secondo i due autori, la codifica del diritto positivo avrebbe seguito una strada separata dalla Legge immanente, di cui pure in principio avvertiva la presenza sovrastante. In accordo con tale concetto di “antitesi”, scaturisce un’insanabile frattura tra il giusnaturalismo “ontologico” predicato dal tomismo e la sua evoluzione “soggettiva”, autentico portato della rivoluzione liberale.

Ma il motivo per cui una disciplina filosofica come il giusnaturalismo subisce continue revisioni nel tempo - anche tuttora - non risiede certo nella sua aspirazione a disfarsi dell’oggettività. Anzi, per quanto il modernismo cerchi di affermare il contrario, ogni ricerca intellettuale è euristica, cioè tende al vero e all'assoluto. Che senso avrebbe altrimenti lo sforzo cognitivo, se perennemente condannato all’indifferenza gnoseologica o, peggio, etica?

Come un poligono sempre più spezzato approssima il cerchio in cui è inscritto senza mai raggiungerlo, anche la filosofia del diritto anela a quel codice “scolpito nelle stelle” di cui, a causa dell'imprescindibile finitezza che le è propria, non afferra mai l’essenza ultima. Gli antichi greci, semplicemente, percepivano con chiarezza questa tensione ideale. L’innatismo cartesiano-illuminista devoto alla dea Ragione, a tal proposito, rappresenta una delle possibili risposte alla domanda di un’irriducibile “sorgente” del vincolo normativo. Intesa come materia di discussione, sarebbe una “risposta” assolutamente accettabile. Ma quando Craveri e Teodori sbarrano la strada al confronto sostenendo che far “risalire la crisi contemporanea alle premesse logiche poste dal ‘cogito’ cartesiano” sarebbe una “affermazione a cui davvero un laico non può acconsentire”, incorrono in un errore che invalida le loro tesi sul piano storico e concettuale.

Storico, perché a furia di piantare paletti anticlericali i due saggisti finiscono per estromettere nientemeno che John Locke dal panorama laico e liberale di cui fu il capostipite. Infatti l’empirismo lockiano, naturaliter avverso al razionalismo francesizzante, si basa sulla negazione della res cogitans e della res extensa, le “sostanze reali” cui l’elaborazione delle idee tende indefinitamente (per l’appunto) senza mai conoscerne il substrato.

Concettuale, perché ergersi a certificatori della liberalità altrui non è mai una buona politica, per chiunque azzardi una definizione di liberalismo. Definizione sempre incompleta e - questo è il bello dell’idea liberale, oltre che la sua forza di autoconservazione storica - aperta agli sviluppi dettati dall’esigenza di favorire l’intrapresa e la responsabilità individuale contro l’oppressione, la tirannide, gli abusi del potere politico.

Se nel Sei-Settecento si imponeva l’avvento di un diritto di proprietà in chiave borghese ed antiaristocratica, attualmente urge l’introduzione di un criterio che sappia tenere la morale scientifica costantemente al passo con le potenzialità della tecnica. Per soddisfare questa necessità non serve tanto indulgere a soluzioni “reazionarie” (e qui, a dire il vero, mi riferisco anch’io alle fumose ambiguità di Pera), ispirate ad un passato impossibile da ricreare tal quale, bensì trattenere dalla tanto vituperata Tradizione i “mattoni” ancora utilizzabili che riesce ad offrire. La distinzione tra diritto soggettivo e diritto positivo può essere uno di questi.

Al centro del liberalismo, insomma, deve rimanere unicamente l’esegesi del logos, dove l’argomentare conta perfino più del dimostrare. Perché al centro dell’argomentazione non può che esserci un'individualità aperta al radicarsi di una convinzione. Una non-ideologia del libero confronto di coscienze, quindi: il settarismo di Teodori e Craveri può dire lo stesso?




8 ottobre 2005

Aggiungi un posto a tavola

Con oggi, anche il sottoscritto inaugura quell’attività di “memoriale telematico” che va sotto il nome di blog. Come chiunque si affacci alla finestra nella speranza di calamitare l’attenzione dei passanti con le sue idee, alla maniera dei comizianti londinesi che salgono sul pulpito pubblico di Hyde Park, nemmeno io sopravvaluto l’importanza del mio contributo alla formazione delle “opinioni condivise” che sanno influenzare la cultura e la politica.

Ciononostante mi avventuro su questa strada sconosciuta – che percorrerò magari con la discontinuità dettata dagli impegni quotidiani, ma sempre con la massima passione intellettuale – confidando che anche solo grazie all’accensione di una nuova, piccola “stella” la galassia della blogosfera possa correggere in modo stimolante i suoi equilibri interni. E che l’aggregazione di piccoli “sistemi solari” come Tocqueville, al quale peraltro si deve la mia “discesa in campo”, sappia trarne nuovo slancio e incoraggiamento.

 

Fuor di metafora, mi sembra opportuno tentare una definizione preliminare delle mie “coordinate culturali” di riferimento, anche per compilare un biglietto da visita come si deve.

Senza imbarcarmi in un titanico rendiconto onnicomprensivo, vista anche la fluidità con cui le convinzioni personali evolvono nel tempo, per esporre una sintesi dell’Ismael-pensiero affronterò uno dei temi più incandescenti dell’attualità, il rapporto tra politica e religione, prendendo spunto da alcune riflessioni decisamente interessanti – apparse guardacaso su un blog. Qui, detto per inciso, se ne azzarderà una sommessa confutazione.

Lo spazio in questione è quello di JimMomo, osservatore dei fatti politici capace di argute provocazioni in salsa radicale e di osservazioni non banali sul tema della laicità.

In uno degli articoli linkati a latere della sua sezione dinamica (“Liberali. L’abbraccio di Ratzinger può rivelarsi mortale”), JimMomo spiega con chiarezza il suo punto di vista a proposito delle convergenze, più o meno recenti, tra certi ambienti ecclesiastici e alcune “schegge impazzite” del variegato mondo liberale. L’analisi di Jim si inarca su una chiave di volta sostanziale, sul filo teoretico sottile ma palpabile che, a suo dire, separerebbe le premesse “giusnaturaliste” dello stato di diritto da quelle “veritative” care a certo clericalismo di ritorno. Sempre riassumendo, mentre le prime farebbero premio sul concetto di ragione interna come centro del “verdetto morale” di ognuno, le seconde imporrebbero a base dell’edificio civile una serie di sovrastrutture esterne ancorate al piglio autoritario con cui la Chiesa Temporale persiste nel contraddire il suo mandato originario. Segnatamente, quello spirituale. L’incontro fattivo tra (alcuni) laici e (alcuni) prelati, sotto questa luce, diventerebbe nulla più che un “equivoco” maturato nel reciproco riconoscimento di quel “distretto fondativo” che preesiste alle leggi codificate. Di qua i valori universali laicamente generati dalla ragione – dignità dell’individuo, diritti di proprietà, libertà – e di là l’invadenza di Dio e della tradizione, accidenti del buio pre-scientifico.

Tale idea della ragione – e qui hanno inizio le mie considerazioni – ha indiscutibilmente le sue radici nell’Illuminismo francese, che più che alla “finitezza” guardava all’autosufficienza della Dote Suprema (la Ragione, appunto) nel definire i cardini giuridici del consesso civile.

Ebbene, sin da ora posso garantire che qualsiasi opinione avrò l’ardire di esprimere in futuro, la mia attenzione sarà sempre principalmente rivolta all’intelletto, non alla ragione “conclusiva” tanto coccolata dalla modernità. La ragione, intesa come capacità di dimostrare una tesi partendo da un’altra tramite il metro della logica formale, nella mia aristotelica adesione alla realtà funziona come un “ascensore cognitivo” che procede tra l’esperienza e l’intelletto. In questo quadro, gli elementi “captati” dalla realtà vengono elaborati dalla ragione e consegnati all’intelletto che, folgorato dall’intuizione, compie il “grande salto” di trascendere i sensi e di cogliere i principi primi, cioè il vero (universale) che è in tutte le cose. Quindi anche i “valori universali” individuati dalla ragion pura – dignità, libertà, proprietà – sbocciano in una visione puramente razionale di ciò a cui rimandano, il bene. Altrimenti rischiano di costituire un insieme di parole assolutizzate a scapito dell’atto di fede che sempre il perseguimento del bene comporta. La mistificazione perpetrata dal culto della razionalità è di scambiare un mezzo per il fine ultimo, e di santificarlo. Inutile stare qui a ripercorrere i drammi storici causati da questo stilema ideologico, con la nazione che si trasforma in nazionalismo, l’etnia che diventa razzismo, la laicità che diventa Terrore.

Meglio concentrarsi sull’incongruenza insita nel rubricare la ragione come la facoltà di non credere a ciò che non si sia sperimentato empiricamente. Ammettere tale assunto significa non poter credere al professore di biologia che spiega la fotosintesi clorofilliana, perché ciò costituirebbe una rinuncia alla verifica diretta. Ma significherebbe anche pervadere l’intera gamma delle scelte individuali con una cortina di casualità totalizzante. Ad esempio, sulle tematiche eticamente sensibili graverebbe un vuoto di ragione assolutamente invalidante. Ogni scelta che riguardi la biogenetica, l’eutanasia o il controllo delle nascite è, di fatto, orientata ad un bene su cui si scommette senza certezze iniziali, quindi per fede non-razionale. Chi sceglie di “staccare la spina” ad un congiunto in coma piuttosto che di mantenerlo artificialmente in vita, chi abortisce una gravidanza anziché portarla a termine, chi manipola una staminale embrionale invece di una cellula somatica, lo fa perché si fida del buon esito delle sue azioni. Ma senza averne la sicurezza assoluta.

Quindi anche la nostra modernità tecnorazionalista, pur proclamando il suo materialismo di fondo, vive immersa nella fede, così come gli obiettivi finali di quelle “grandi parole” (libertà, dignità, ecc.) che, prese singolarmente, rischiano di essere il riverbero di una ragione meramente strumentale. E proprio per evitare che  le traiettorie della morale soggettiva entrino in rotta di collisione le une con le altre esiste la legge. Una legge perciò inevitabilmente toccata dall’etica.

Alcuni liberali, semplicemente, realizzano che duemila anni fa si è incarnata nella storia una presenza in grado di indicare un modo per far convergere le aspettative dei singoli verso un’unica scommessa d’amore. Non l’amore zuccheroso, non l’irenismo a buon mercato, ma il sacrificio di sé finalizzato al bene altrui. Anche quando non ve n’è ragione.

Ancora, alcuni liberali riflettono sulla portata epocale di quella stessa “presenza” che, in un mondo dedito all’adorazione di idoli personificati, ha saputo raccogliere le parole slegate che ciascuno di tali simulacri richiamava (libertà, dignità, proprietà...) e trasformarli in valori portanti di un bene più elevato. Fino a informare di sé, mediante il meccanismo dell’inculturazione spontanea, un’intera civiltà. Con leggi, tradizioni e consuetudini ispirati ad una sapienza sopravvissuta ai colpi della barbarie proprio perché strettamente connessa con il concetto di libertà.

In pratica, quei liberali si scoprono intimamente cristiani proprio perché liberali, smascherando così il tranello lessicale insito nella distinzione tra fondamenta “interne” ed “esterne”, che poggia su un equivoco – quello sì! – in merito all’immanenza della fede volenti o nolenti. E afferrano l’applicabilità di certe dinamiche storiche anche ai nostri tempi, agitati dal confronto con il monismo islamico nelle sue varianti fanatizzate, da cui traspare l’abisso tra una religione sorta per convivere con un impero (popolandolo pacificamente) e una, invece, nata per crearne uno tutto suo sotto il segno del connubio tra potere e divinità.

La cultura della vita veicolata dal cristianesimo consente di non rimanere schiacciati tra l’incudine del nichilismo suicida e il martello dell’indifferentismo bioetico. Ad alcuni liberali piace pensare che ciò rappresenti una garanzia insostituibile per la ricerca del benessere materiale, sempre attraverso il corretto uso delle parole-chiave che non sto a ribadire, a sua volta posto a salvaguardia di una libera soddisfazione dei propri bisogni immateriali. La quale non può avere luogo se la politica esclude dai suoi orizzonti il bene. Per dirla con Romano Guardini, la modernità “che ha rescisso il rapporto con il bene, appare non più come il luogo della reinvenzione della politica ma, al contrario, come un processo di spoliticizzazione, perché nell’uomo agisce una fatale inclinazione: esercitare il potere in modo sempre più fondamentale, scientificamente e tecnicamente perfetto, e al tempo stesso non prenderne le difese, cercando invece di ammantarlo dei pretesti dell’utilità, del benessere, del progresso e così via. L’uomo perciò ha esercitato una potenza, senza sviluppare l’etica corrispondente che trova la sua espressione più genuina in una società completamente anonima”. Il che, come si diceva all’inizio, impedisce perfino di concepire una “scelta” vera e propria.

Certi liberali guardano con ammirazione agli Stati Uniti, dove la felicità materiale e quella spirituale vengono messe nelle migliori condizioni per coincidere da assetti istituzionali ispirati alla tolleranza deista (cioè a un cristianesimo “razionalizzato” ma di sostanza). Mentre invece vedono come il fumo negli occhi il modello francese, nel quale la laicità non è un dovere dello stato, ma un obbligo del cittadino libero, eguale, fratello. Le parole, svincolate dall’universale a cui rimandano, diventano legacci.

Gli stessi liberali che quindi preferiscono la Rivoluzione Americana alla Rivoluzione Francese hanno anche chiuso i conti con la sindrome di Porta Pia. Che l’ingerenza del divino nel politico sia la negazione stessa del cristianesimo, e che vada combattuta senza quartiere, è un fatto; che oggi i problemi non siano affatto legati ad un eccesso di papismo, lo è altrettanto.

Non è in discussione il diritto a non credere, a non praticare o a inveire contro il cielo, piuttosto si dibatte di come non mettere il proprio disimpegno a carico dell’altrui incolumità. Parimenti se si accetta la sfida di “fare come se Dio ci fosse”, si facilita la comprensione dell’ethos e delle priorità morali che si danno per scontate nella vita e nella legge. E si cerca di interrogarsi sul futuro di un’Europa che, glissando sulle sue radici cristiane, finisce per adottare una bandiera inghirlandata dalla corona mariana. Forse senza nemmeno avvedersene.

Io sono un liberale di quelli. Curioso, forse, considerando che la mia personale “partita con la fede” stenta a decollare, magari perché mi ritrovo figlio di uno gnostico ultra-razionalista e di una cattolica non praticante.

Ci sarà di che divertirsi, oh sì.



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