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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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19 maggio 2009

Cinque volte perduti in Lost

Con il doppio episodio The Incident passa in cavalleria anche la quinta stagione del telefilm-culto che ha rivoluzionato i canoni stilistici e gli standard qualitativi della fiction seriale. Dopo aver toccato il fondo con le ambasce esibite durante buona parte della seconda serie e almeno metà della terza, la saga ideata da J. J. Abrams e Damon Lindelof aveva saputo riprendere quota già solo grazie all’originale trovata – che è stata un po’ il marchio di fabbrica del quarto ciclo – di spezzare la continuità diegetica delle puntate per avanzamento anziché per digressione. Eppure un convincente riallineamento delle tante sottotrame intessute sin qui dai due dioscuri del serial – dopo che il gigantismo dell’intreccio,come detto, ha a lungo dato l’impressione di soffocarne irrimediabilmente la vena creativa – si è avuto solo Mercoledì sera (Giovedì scorso, per noi corsari del peer to peer), al termine di una stagione finalmente capace di bissare i fasti della prima. A mente fredda, dei vecchi fronti narrativi al momento rimangono irrisolti giusto la sorte di Desmond e il significato profondo dalla successione numerica che tanti guai ha procurato a Hugo: non male, se pensiamo allo stato confusionale in cui versava la serie ai tempi dello sciagurato (filmicamente parlando) ricongiungimento di Locke e compagni con i naufraghi “di coda” del volo 815.
Come sempre quando si parli di intrattenimento audiovisivo, la rilevanza artistica dei prodotti finiti dipende dall’estetica rappresentata più che dall’etica veicolata, dal sapiente utilizzo dei costituenti mediatici di base (regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora, mixaggio) più che dall’efficace compendio delle tesi care agli autori. Ciononostante è la vicendevole contaminazione del mezzo col messaggio, ovvero l’impiego di una “grammatica espressiva” allo scopo di consentire la coerente trasmissione figurativa di un contenuto implicito, se ben implementata, a rendere palpitante di pathos un’opera d’arte. Non a caso la dualità – o meglio: la co-essenzialità degli opposti – è il tema portante di Lost. A cominciare senz’altro dal connubio arte-tecnica che imposta i percorsi realizzativi della serie. Pensando appunto alla quinta, l’ambivalenza del discorso narrativo si esplicita mediante l’alternanza di capitoli passati e presenti. Stavolta non più latori di eventi diacronici, ma sincronici perché, com’è noto, ora il gruppo dei losties si divide tra epoche differenti, creando una tensione tra “prima” e “dopo” tramite il collaudato espediente di mettere i personaggi provenienti dal futuro nelle condizioni di dovere/volere cambiare il corso della storia. A questo proposito è estremamente significativo che la macchina da presa, nell’ultima puntata, perda il consueto occhio clinico e distaccato, lanciandosi in vivaci travelling, proprio allorché si trova a registrare il lavorio attorno alla bomba a idrogeno (per smontarla e asportarne il nucleo) e alla trivella in azione al Cigno (in procinto di intercettare la sacca di energia “responsabile” di tutta la vicenda), cioè dei filoni tramici più gravidi di pesanti ripercussioni sul futuro. Sembra quasi che l’istanza narrante si ecciti, davanti allo schietto estrinsecarsi della (inutile? fortunata? indifferente?) lotta dell’uomo contro la Caduta mediante la Macchina. Perché in fin dei conti il centro tematico di Lost è dato dall’intersezione tra la già citata linea (est)etica dualista e quest’altro itinerario di senso appena individuato.
La mole di suggestioni ricavata da questa stringata chiave di lettura, nondimeno, stupisce per imponenza e per la molteplicità di variazioni simboliche sul tema escogitata dagli autori. Si pensi alla metafora del backgammon o alla missione salvifica dell’iniziativa Dharma ma anche, per rimanere a The Incident, alle schermaglie tra due archetipi semi-divini rivali ai piedi di un colosso raffigurante il dio egizio Sobek (traggo molti di questi riferimenti da un blog di bene informati). Ognuno di questi risvolti concorre a definire una poetica imperniata su una concezione classicheggiante – per la precisione presocratica, ad avviso mio e di Francesco – della dialettica scelta/destino e, soprattutto, della sua interconnessione con l’esistenza di un Principio veritativo. Gli enti contrapposti sul piano ontico si combattono per conferire dinamismo all’universo nell’assoluta unità costitutiva. La “ragione” per cui tutto accade, quindi, si dà e si sottrae senza che l’intelletto – individuale o collettivo – possa interamente figurarsela in termini logico-formali, dunque senza che il “dover fare” – del singolo o di una comunità di individui – si possa sottomettere a opzioni morali definitive e preformate. Kate, in prima battuta, si spende contro il piano di azzeramento atomico degli eventi, sostenendo che è crudele mettere sulla bilancia il detrimento di alcuni a beneficio di altri, ma alla fine partecipa all’attacco. E Juliet si ricrede in modo analogo. Difficile valutare una volta per tutte la bontà di un’azione solo in base alle sue conseguenze o solo compulsandone le intenzioni, perché la morale – ben inserita nella temperie gnoseologica “unitaria” di cui sopra – mal si presta a risolversi secondo partizioni nette.
Difficile, soprattutto, è prevedere quali sviluppi linguistici seguirà la sesta serie nell’intento di rispondere o meno agli interrogativi aperti sin qui. Nel caso in cui si scegliesse di voler illustrare l’insistere di una “zona oscura” sull’umana discernibilità delle cose, come si rappresenterà la conseguente fallacia degli indicatori diretti (dunque delle visualizzazioni in scena)? Per adesso è già tantissimo potersi confrontare con un’epica in grado di coniugare impegno e divertimento a questi elevatissimi livelli.

Scrivevo di Lost già qui, ma allora prevaleva un certo scetticismo. È bello ricredersi.


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23 maggio 2007

Note a margine di "Sex crimes and the Vatican"

Mentre i vertici RAI si interrogano sull’opportunità della sua messa in onda, il documentario Sex Crimes and the Vatican, prodotto dalla Bbc, spopola su internet anche nella versione sottotitolata in italiano, totalizzando oltre mezzo milione di contatti.
Si tratta di un’inchiesta sulla pedofilia nel clero cattolico, condotta tra Irlanda, Stati Uniti e Brasile da Colm O’Gorman, un uomo che in giovane età subì violenza carnale da un prete. Il servizio si pone soprattutto l’obiettivo di dimostrare l’oggettiva connivenza delle gerarchie ecclesiastiche con i pedofili in abito talare, deducendone gli estremi dalle raccomandazioni all’insabbiamento contenute nella circolare a uso interno denominata Crimen Sollicitationis.
L’intelaiatura sintattica del video in questione rivela una buona dose di retropensiero anticattolico non tanto per l’unilateralità testuale (si ascolta solo la voce dell’accusa) o per una scena madre di sapore ienesco (domande scabrose a un vescovo intercettato senza preavviso), quanto per l’accurata selezione del collante simbolico. Ammessa senza riserve la veridicità di tutte le testimonianze raccolte (pur nutrendo qualche dubbio su Oliver O’Grady, ex prete reo confesso di violenze pedofile plurime, protagonista di un confessionale probabilmente recitato a soggetto), non si può infatti negare come alcuni profilmici veicolino metafore inequivocabili. Le soprascritte in inglese, che in numerosi intermezzi subentrano graficamente a scottanti spezzoni di testo latino, vogliono gettare l’ombra della reticenza già sulla lingua morta tuttora adoperata dalla Chiesa. Il tramonto del Sole, catturato nel finale, simboleggia poi il declino dell’ultima istituzione antica rimasta radicata nel cuore del mondo occidentale, associandone la parabola discendente alla suprema violazione del suo stesso magistero fondante: l’omertoso silenzio su abusi perpetrati contro bambini indifesi a opera di ministri di culto.
Il fenomeno della pedofilia negli ambienti cattolici, in realtà, va inquadrato in un’ottica più ampia rispetto a quella cara al tradizionale antipapismo britannico. Innanzitutto va ripristinato un minimo di rigore lessicale sul tema: come fa notare Costanza Stagetti, il termine “pedofilia” indica l’attrazione sessuale verso individui in età prepuberale, quindi dai tredici anni in giù. Il desiderio verso adolescenti sessualmente maturi ma sotto l’età del consenso, che è di 18 anni nella legge civile e di 16 per il diritto canonico, va invece sotto il nome di efebofilia. Pare che la maggioranza degli episodi presentati dalla cronaca come “pedofilia” rientri in questa seconda casistica. La Chiesa ha tutto l’interesse a non chiarire l’equivoco, poiché altrimenti dovrebbe ammettere di fronte all’opinione pubblica il vero motivo dell’esclusione degli omosessuali dai seminari. Sollevando il vespaio di polemiche che è facile immaginare, ma anche rivelando le crescenti difficoltà riscontrate dalla prassi educativa cattolica nel coniugare la severità con il peccato alla misericordia verso il peccatore. Vale a dire nel far collimare il suo insegnamento etico (“cos’è il bene”) con quello morale (“come comportarsi per fare il bene”) nel contesto di una modernità che arriva a secolarizzare gli stessi centri di formazione del clero.
Nella Lettera ai Vescovi, firmata dall’allora cardinale Ratzinger, si prescrive che il delitto commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni sia di competenza diretta della Congregazione per la Dottrina della Fede; per cui è lecito ritenere che, nel segreto delle stanze parrocchiali o magari vaticane, certi abusi siano stati puniti con molta durezza.
Ciò malgrado, un’autorità civile laica non può permettere che l’area giurisdizionale di sua competenza sia costellata da enclave giudiziario-confessionali, al cui interno il rispetto delle leggi non costituisca la “norma” bensì una concessione del sovrano di una nazione straniera. Anzi, in uno stato di diritto occultare alla giustizia i responsabili di un reato non può che configurare la fattispecie penale del favoreggiamento.
In definitiva, è l’atteggiamento del Papa a lasciare interdetti: a Benedetto XVI basterebbe veramente ordinare che non si lavino più “in famiglia” i panni sporchi dei preti pedofili per tacitare molte voci critiche. Ma una simile presa di posizione, evidenziando l’inadeguatezza delle tradizionali strutture pastorali ecclesiastiche a prevenire autonomamente il male al loro interno, aprirebbe vieppiù la strada a un cristianesimo pentecostale, fuor di gerarchia. Contribuendo di fatto a ridurre la Chiesa Cattolica a una setta tra le tante: può un Papa imboccare sua sponte quella china?

Vai a vedere: Jim Momo, In onda, ma non nell’arena faziosa di Santoro; Il Dialogo, Dossier sulla pedofilia




23 maggio 2006

LOST - Si conclude la prima serie

Immaginatevi un giro di spirale indefinita – molto indefinita, tanto che l’estremità interna si perda nel graficismo addensato sul suo centro. Non è una spirale continua, anzi: è interrotta in più punti da buchi, scarti e altre amenità che, viste stando vicini al foglio, sembrano altrettanti lampi di fantasia creativa. Alla debita distanza, invece, tornano ad essere semplici fregi – magari posizionati con calibrato tempismo, appena prima che scappi uno sbadiglio – aggiunti per dare spessore ad un motivo geometrico altrimenti molto scarno.
Ieri sera – per noi comuni mortali che, dopo aver sfogliato qualche brochure tariffaria di Sky, ci siamo rassegnati ai prodotti di seconda mano trasmessi in chiaro – si è conclusa la prima serie di LOST. Telefilm di culto su entrambe le rive dell’Atlantico, perché – come vale anche per l’altrettanto acclamato Desperate Housewives – sceglie non senza coraggio di sacrificare la massa di serializzazione (cioè il numero e la frequenza degli episodi) ad un livello qualitativo decisamente superiore alla media delle serie televisive. Montaggi serrati, un’originale scansione scenica tra le vicende presenti e i ricordi del passato, il taglio documentaristico che strizza l’occhio ai reality show di sopravvivenza, una colonna sonora e un mixaggio di grande effetto, molti tocchi di classe dietro la cinepresa e un po’ di pressing sulla recitazione del cast: agitando energicamente il tutto, otterrete gli ingredienti per allungare il più gustoso brodo seriale mai approdato sui vostri teleschermi.
È proprio come in un (frastagliato) giro di spirale: ne capitano di tutti i colori, corri a perdifiato...e poi sul più bello ti volti di fianco e, ad un tiro di sputo, vedi chiaramente il punto da cui sei partito. Tante fiammate e colpi di scena, a quel punto, tradiscono l’espediente smagato. Nel corso della serie, erano tre gli snodi critici per gli sceneggiatori, cioè i bivi di scrittura che imponevano una sterzata netta: il ritrovamento della grotta con acqua sorgiva incorporata (che poteva aprire una profonda frattura "ideologica" nel gruppo di dispersi), la comparsa della Rousseau (che poteva mettere i naufraghi di fronte al fatto di non essere soli, di non essere “isolati”, quindi di non essere letteralmente “su un’isola”) e la minaccia annunciata dalla colonna di fumo (che poteva preludere ad un attacco imminente). Nessuno di questi tre momenti ha trovato sbocco in niente più che in un bel lancio della puntata successiva. Sì, certo, qualcosa s’è mosso – è pur sempre un giro di spirale: ci sono scappati tre morti (due buoni e un cattivo) e un neonato e i legami tra i personaggi vanno progredendo sempre più. Ma dopo tanti frizzi e lazzi prontamente rimangiati nel giro di qualche episodio (e a fronte di così tanti interrogativi ancora aperti, per di più), viene da sospettare che anche il camera indietro nella misteriosa botola appena aperta – gran finale di ieri sera – sia solo l’ennesimo fuoco di paglia, così come l’entrata in scena dei simil-pirati che sequestrano il piccolo Walt. Ovviamente mi auguro di espormi a radicali smentite, quando – quando? – avrò modo di vedere la seconda serie su RAI 2. Ma sullo sfondo aleggiano domande all’apparenza di gran caratura. Se l’affare si risolvesse in una colossale fesseria, una potrebbe essere: fede o scienza, destino o volontà? Se invece gli sceneggiatori raccogliessero il coraggio a due (o più) mani e si decidessero ad abbandonare il comodo refrain dei dispersi-con-profondi-risvolti-esistenziali-e-qualche-contrattempo, certi fatti oscuri dai contorni soprannaturali potrebbero trovare una spiegazione razionale e unificante. Ma l’impressione, per il momento, è che questa sia una “squadra” che ha “vinto” troppo, per azzardarsi a cambiarla.


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4 aprile 2006

Buona la seconda

Niente di che, vediamo di chiarirci subito. Ma ieri sera, se non altro, Berlusconi non ha manifestato i sintomi dell’insofferenza alle regole pattuite con la medesima stizza di due settimane fa. Certo, qualche sbocco di bile c’è stato, addirittura fino a dare sulla voce al competitore in spregio alla regola che impone tempi, inquadrature e risposte contingentati. Eppure gli errori commessi durante il precedente faccia-a-faccia hanno insegnato molto al Cav.: niente occhi al tavolo, sguardo in tralice a favore di camera, via quella penna scarabocchiosa dalle mani.
Da questa rivitalizzazione berlusconiana ha tratto giovamento la godibilità di tutta la sfida “di ritorno”, a partire dall’abbondante iniezione di simpamina fluita nelle vene di un Prodi insolitamente vivacizzato – il quale, en passant, ha in parte censurato l’artefatta bonomia che il suo soporifero personaggio ama affettare.
Mentre l’avanti causa riscaldava i motori con qualche balbettio a proposito di un non meglio chiarito nesso semantico tra la locuzione “proposta chiarissima” ed espressioni come “tassa di successione solo su chi possiede parecchi milioni di Euro”, “copertura del taglio del cuneo fiscale” o “limite di reddito oltre il quale non può esservi felicità”, un Cavaliere ad un tempo laicissimo (ha fatto fuori i temi etici con un’alzata di spalle) e cristianissimo (a lui il legno dell’italica umanità piace “storto” così com’è) sfoderava in scioltezza molti dei suoi grandi classici, più qualche sorpresona pasquale. Bonus bebè, quoziente familiare, basic tax e contenimento della progressività fiscale sono vecchie glorie, ma la promessa di un vicepremier donna e – colpo di teatro finale – dell’abolizione totale dell’Ici hanno fatto scorrere un brivido di allampanata incredulità sulla colonna vertebrale degli spettatori. La prima allusione emenda con stile la magra figura rimediata dal premier nello scorso dibattito allorché la discussione s’era soffermata sul tema delle politiche femminili, quinci e quivi liquidate alla stregua di un banale soprammercato elettorale per casalinghe anni ’50. L’idea di una Condoleeza italiana o giù di lì, invece, ripara al danno e lo scarica su un Prodi alla sempre più affannosa ricerca di valide giustificazioni a sostegno delle quote rosa, tutela di stampo malthusiano-ambientalista (binomio guardacaso sinergico da cent’anni a questa parte) per deboli specie in via di estinzione.
Naturalmente l’abrogazione dell’Ici va vista come una provocazione al fulmicotone, serbata per un’arringa finale senza debito di replica. A meno di non voler direttamente abolire i Comuni, la cannonata va vista come un espediente per amplificare il contrasto ideale tra le opposte visioni della vita (associata e non) incarnate da Berlusconi e da Prodi rispettivamente: io – sembra voler ammiccare Silvio – litigo e m’impantano tra le plaghe del fondale politico, certo, ma sempre e solo con lo scopo di combattere l’invadenza dello stato; lui, il vecchio mandatario di De Mita all’IRI, rimane ancorato ad una concezione artatamente perequativa dell’azione politica. Tanto più che la sparata berlusconiana fa il paio con l’assegno di duecento Euro mensili che, nelle intenzioni prodiane, dovrebbe accompagnare i nuovi nati fino all’età di sedici anni. Cinquecentomila (i nuovi nati ogni anno, per difetto) per duecento per dodici fa un miliardo e duecento milioni di Euro solo nel primo anno: chi vuol ridere è libero di farlo, chi non ha capito i criteri di ammissione al sussidio è in buona compagnia.
Certo, anche Berlusconi nicchia alla grande quando si sente chiamato a rendere conto della copertura finanziaria per i provvedimenti assistenziali che ha in animo di assumere, chi lo nega. Ma mentre la ricetta contabile adottata da Tremonti rimarrà verosimilmente la stessa anche in futuro (cartolarizzare l’attivo patrimoniale dello Stato), quella del successore di Visco in Via XX Settembre si preannuncia già da ora assai zelante nel seguire le orme di cotanto draculesco antesignano. Senza contare gli enormi costi necessari all’attuazione dei maxi controlli fiscali annunciati da Prodi, per l’occasione cantore di una preoccupante “maestà” delle leggi tributarie italiane – la cui iniquità, per giunta, si ripromette di aumentare tramite la revisione degli estimi catastali, cioè dell’imposizione sui valori patrimoniali accumulati dai privati.
Non mi illudo, no di sicuro. La sconfitta della CdL è scritta nell’aritmetica spicciola: ma forse la debàcle sarà abbastanza contenuta da chiarire come, in politica, la leadership e la compattezza nell’esercizio di un’opposizione costruttiva siano alla lunga credenziali ben più convincenti che non il costituirsi in cartello elettorale pur di professarsi “anti” o “filo” chicchessia. Ora le scaramucce prima della battaglia tacciono. In lontananza rullano i tamburi: arrivano. Io, si parva licet, preferisco anteporre i miei interessi individuali ad ogni altra possibile (e tutto sommato doverosa) considerazione sull’anomalia impersonata da Silvio Berlusconi lungo tutti questi anni. E – perché no – sento anche di affidarmi alla guida di un personaggio che, nel poco bene e nel molto male che rappresenta, mi scalda il cuore (oltre al borsello), quando dico che voterò per Forza Italia.

UPDATE: A Conservative Mind chiarisce le confuse idee di quanti hanno straparlato circa l'abolizione dell'Ici sulla prima casa ventilata da Berlusconi: "Il gettito Ici sulla prima casa è pari a due terzi del gettito Ici prodotto da tutte le case. Il quale è però una quota minoritaria di quei dieci miliardi di euro, che rappresentano l'intero gettito dell'imposta. Di quei dieci miliardi, infatti, 6,7 provengono dalla tassazione degli immobili commerciali e industriali. Dei restanti 3,3 miliardi di euro, un miliardo di euro è prodotto dal gettito sulle seconde case e solo 2,3 miliardi provengono dalla tassazione delle abitazioni principali". Il post completo qui.
Naturalmente, mi avvio senza indugio verso la malabolgia dei dubbiosi, uomo di poca fede che non sono altro. Farò penitenza.




15 marzo 2006

Duello TV: vince Prodi

Il match televisivo tra i due sfidanti che si contendono il piano nobile di Palazzo Chigi (forte di uno share del 52,13%, pari a sedici milioni di spettatori), dopo le travagliate negoziazioni intrattenute dai rispettivi staff nei giorni scorsi, ieri sera ha avuto infine luogo e il bilancio del giorno dopo attesta una vittoria ai punti di Romano Prodi. Lo svolgimento del dibattito, scandito da una tempistica prefissata per domande, risposte e controrisposte, ha premiato la cura certosina con cui il Professore bolognese ne ha fatto calibrare il regolamento. Una regia a canali separati ha completato l’opera, impedendo i “controscena” (smorfie di disappunto o gesticolamenti plateali per ridicolizzare i discorsi dell’avversario) e neutralizzando il repertorio di mattane al quale il Cav. usa attingere per vivacizzare i suoi argomenti. Ingabbiato in minutaggi stringenti e in minicomizi ragionieristici, il Presidente del Consiglio ha rivelato un profondo disagio: la penna costantemente a scribacchiare aste e cerchietti, gli occhi bassi, i rari sguardi in camera fuori bersaglio, la retorica inchiodata alle geremiadi sui “capovolgimenti della realtà” da parte dell’interlocutore. Il tutto contestuale ad un “gradiente tattico” che vedeva Berlusconi partire decisamente avvantaggiato, dopo una prima rotazione di domande a lui favorevole. Bene gli ha detto finché il discorso ha mantenuto una piega fiscale-tributaria, con Prodi a bofonchiare qualche distinguo tra rendite e depositi bancari, ma la fortunata flessione dei temi economici sull’unico sottogruppo (le tasse) che il Cav. può impugnare dalla parte del manico non è stata capitalizzata a dovere. Lo stesso dicasi con i calci di rigore fischiati in zona TAV e concertazione, che ad esempio un Fini (ancora impegnato a digerire i poveri resti di Franceschini e Rutelli, sbranati in un sol boccone dalla La Rosa e da Mentana rispettivamente) avrebbe messo in rete senza difficoltà. Bisognava costringere il leader (?) dell’Unione sulla difensiva, bisognava costringerlo a riconoscere che i manifestanti della Val di Susa appartengono ad un serbatoio elettorale organico all’ala più oltranzista della sua coalizione, bisognava rinfacciargli che sposare le tesi di Confindustria e della CGIL contemporaneamente non significa aprire al dialogo sociale, ma solo mancare di visione politica e della tanto decantata “serietà al governo”. L’unica trovata davvero intelligente – e potenzialmente devastante per la fragilissima piattaforma programmatica dell’Unione – il Cav. l’ha sfoderata quando ha sottolineato l’invereconda proliferazione del parastato messa a verbale all’interno dell’oceanico “contratto con gli italiani” prodiano. Oltre quaranta tra authorities e nuovi dipartimenti speciali si profilano all’orizzonte, pronti ad ingrossare le file della burocrazia pletorica e del clientelismo più bieco: le idee della sinistra per il futuro si riducono a questo. Ma allora, volendo puntare con convinzione su un grimaldello dialettico così efficace, il Berlusca avrebbe dovuto prepararsi a far gravitare attorno ad esso tutta una serie di filippiche studiate alla bisogna. Eppure, quantunque l’avversario gli si sia presentato inerme in più occasioni, il leader della Cdl ha esitato ad assestargli il colpo di grazia.
Così il “diesel” Prodi ha potuto prendere il sopravvento, approfittando dell’infortunio particolarmente doloroso (e facilmente individuabile) toccato al Presidente del Consiglio allorché la discussione si è soffermata sulle politiche femminili. Nessuno lo dice, ma sarà il voto delle donne a decidere le sorti di questa tornata elettorale. Chi si sarebbe mai aspettato di sentire una tale supercazzola di stereotipi familistici sulla bocca del Cav. – le donne, secondo lui, rinuncerebbero all’impegno in politica perché già connotate come “spose” e “madri” a prescindere – proprio in una fase tanto delicate per la formazione del consenso presso un elettorato fluido come quello femminile? Al Professore non sembrava vero di poter nobilitare così a buon mercato un’anticaglia progressista come le “quote rosa” (che ricordano molto da vicino i prontuari venatori pubblicati con l’arrivo della stagione di caccia). Meglio sarebbe stato ripiegare sull’ampliamento della libertà di scelta delle donne – di sposarsi presto, di far figli presto, di non abortire se riluttanti – piuttosto che indulgere a luoghi comuni da provincia agricola anni ’50. Da questo inciampo in avanti, la testa della gara è rimasta saldamente in mano a Prodi – fino al capolavoro dello scambio di ruoli nel finale, col Professore a conquistare lo stesso “gradiente tattico” che fino a non più di un’ora prima arrideva al Cavaliere. Novello Napoleone ad Austerlitz, Prodi agguanta la retorica della felicità al “grande comunicatore”, costretto in un angolo a ruminare amaro sui comunisti accentratori e sull’uva del confronto TV che, con regole tanto severe, poteva rivelarsi solo acerba. Compito di Berlusconi doveva essere quello di strappare consensi al suo – ormai probabile – successore, in un quadro preelettorale che, a ventiquattro giorni dal voto, lo vede in svantaggio di cinque punti percentuali contro una coalizione che ricomprende tutti gli eredi del compromesso storico, nessuno escluso. Missione fallita: non s’è mossa una foglia. La Beresina del fronte moderato si avvicina.




4 novembre 2005

Piroso-gate

Chissà se a qualcuno tra gli affezionati telespettatori di Omnibus, programma di approfondimento mattutino targato La7, è dispiaciuto quanto a me l’avvicendamento tra l’ottimo Antonello Piroso e l’affettata Rula Jebreal.

È dal 24 ottobre scorso, in effetti, che la giornalista italo-palestinese ha dato il cambio al neodirettore del Tg La7. Come stabilito già alla partenza della stagione televisiva, per tutto l’anno la conduzione del dibattito sul “Fatto del giorno” ruoterà a quindicine alterne tra i due mezzibusti.

Di certo, però, non può passare inosservata la profonda differenza di stile che separa i due mattatori: equilibrato e sottilmente causidico Piroso (come dimostrano le numerose occasioni di dibattito che è chiamato a moderare in giro per l’Italia), faziosetta e “samarcandista” la Jebreal.

Per farsi un’idea della tipa, probabilmente basta rammentare il granchio che prese - tra l’altro proprio durante una puntata di Omnibus - allorché accusò Vladimir Jabotinski, ideologo sionista annoverato tra i fondatori di Israele, di essere stato il mandante dell’attentato al King David Hotel di Gerusalemme, nel 1946. Peccato che Jabotinski sia morto nel 1940, vale a dire sei anni prima di quell’episodio. Voler a tutti i costi avvalorare un’improbabile equiparazione tra la militanza sionista anni ’20-’30 e il terrorismo palestinese d’oggigiorno, evidentemente, è un gioco rischioso anche per gli “esperti” di fatti mediorientali.

I faziosi “illuminati” come Giuliano Ferrara sanno adattarsi con intelligenza al ruolo di moderatore non-partisan; i faziosi ottenebrati, al contrario, si abbandonano alla partigianeria profittando del loro ruolo-guida. Come giudicare altrimenti il comportamento di una conduttrice che contribuisce attivamente a mettere in rapporto di 2:1 le opinioni che predilige? Ieri l’argomento di discussione era il CIA-gate, con un parterre di ospiti così assortito: due esponenti a vario titolo di centrodestra (Gustavo Selva e Carlo Panella) fronteggiati da tre rappresentanti della sinistra (Giovanna Melandri, Gabriele Polo e un’americana emula di Maureen Dowd) che, entusiasticamente appoggiati dalla Jebreal, corrispondono esattamente ad un confronto di due contro uno. Dove sia andato a parare il dibattito, è facile immaginarselo.

Meno male che da lunedì si cambia di nuovo musica...


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28 ottobre 2005

Mineo-gate

Tempi grami, per l’informazione giornalistica in arrivo dagli USA. L’italiano (ma forse il discorso vale per un soggetto più ampio, l’europeo) che desiderasse conoscere nei dettagli la situazione politica d’oltreoceano, infatti, vedrebbe la sua curiosità infrangersi contro il muro di pregiudizio, scarsa professionalità e wishful thinking (leggasi “dissonanza cognitiva”) colpevolmente eretto dai nostri corrispondenti di stanza in America. Il livello di distorsione preconcetta della realtà, praticata quotidianamente dalla pletora di lenoni che dovrebbe tenerci informati, segna com’è ovvio un vero e proprio “picco permanente” dacché George W. Bush ha varcato la soglia della Casa Bianca.

Metti allora di ascoltare l’ennesima mistificazione affastellata dall’ineffabile Corradino Mineo; metti il disappunto di scoprire che le sue discutibili cronache, di recente, sono state promosse dal Tg3 al Tg1; metti pure che, ironia del destino, l’euforia per l’avanzamento di carriera travolga cotanta vedetta in pieno “CIAgate”. I casi sono due: o, data la complessità dell’intricata vicenda in questione, ci si abbandona all’atto di fede, oppure si volge lo sguardo altrove. Ammesso, beninteso, che si sappia a che santo votarsi.

Personalmente, all’infuori dei bravi Maurizio Molinari (La Stampa) e Christian Rocca (Il Foglio), trovo che il paesaggio giornalistico italiano non offra nulla che non si possa agevolmente sostituire con una navigata “motu proprio” su internet.

Il telegiornale della prima rete di ieri, per tornare ai fatti, suggeriva oscure connessioni tra la bufala pseudo-spionistica circa il contrabbando di uranio tra Niger e Iraq e il discorso sullo Stato dell’Unione con cui Bush, nel gennaio 2003, sancì di fatto l’inizio delle ostilità con Saddam. La tesi si riassume così: non solo la presenza delle armi di distruzione di massa, ma anche il traffico illecito di materia prima per confezionarle sarebbe un’astuta trovata da spendere sui tavoli diplomatici onusiani.

Nella fattispecie, per trovare il bandolo del garbuglio che sembra aver inguaiato Lewis “Scooter” Libby e Karl “The Architect” Rove, possono tornare utili gli articoli del già citato Christian Rocca disponibili qui e qui.

Riassumendone all’osso il contenuto, emerge che l’idea della bufala è frutto di una curiosa iniziativa assunta da un’ex spia italiana (e te pareva...) al soldo dei francesi, la quale, pur di intascarne i denari, non ha esitato a riempire i suoi mandanti di panzane. Avveniva tra il 1999 e il 2000 (epoca Clinton e Amato, per capirci). E come attestano sia la Commissione sull’Intelligence del Senato di Washington sia la Commissione Butler britannica, i francesi stessi confermarono in sede ufficiale l’attendibilità di quei documenti, nel frattempo trasmessi agli USA via fax dall’Ambasciata a Roma. Sta di fatto, però, che le informative in mano all’intelligence americana già prima del recapito del falso fascicolo italo-francese, avvenuto il 9 ottobre 2002, fossero ritenute “più ampie” nel descrivere i movimenti in materiale radioattivo in terra d’Africa.

Furono questi ultimi dossier “allargati” - di provenienza inglese - a fornire le basi per le fatidiche “16 parole” con cui Bush alluse ai sospetti scambi afro-iracheni nel suo celebre discorso, non già la farlocca documentazione italiana e francese. Parole, quelle del presidente americano, così pronunciate: “Il governo inglese ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa”. Cercato di acquisire, non “comprato”; Africa, non “Niger”. Paradossalmente, quindi, proprio ignorando la stravaganza delle prove falsate il governo americano si è procurato un abbaglio nell’uso di quelle, erroneamente ritenute veritiere, fornite dagli inglesi. Nessun “uso spregiudicato” di informazioni infondate - come scrivono Repubblica e il blog di Luttazzi, e come proclama Corradino Mineo da New York -, casomai il contrario.

Sul flusso di comunicazioni riservate tra l’Africa e gli Stati Uniti durante il 2002, poi, si innestano le vicissitudini della coppia Joe Wilson/Valerie Plame. Il primo, ex ambasciatore in Niger, fu inviato laggiù per controllare la circolazione di uranio direttamente sul posto. Tempo otto giorni e l’inviato, al suo rientro in patria l’8 marzo 2002, confermò che sì, gli abboccamenti tra alcuni delegati di Niger e Iraq c’erano stati, benché senza sviluppi degni di nota. Poi, nel giro di qualche mese (6 luglio 2003), Wilson ritratta e, con un articolo sul New York Times, accusa la Casa Bianca di aver falsificato le prove sulle armi di Saddam. Una settimana dopo arriva come una bomba la controaccusa di Bob Novak, editorialista conservatore ma anti-Bush, che punta il dito contro la moglie di Wilson, Valerie Plame, colpevole a suo dire di “conflitto di interessi”. Secondo Novak la Plame, in qualità di agente CIA, avrebbe pilotato l’affidamento della missione africana al marito confidando nella sua ostilità a Bush (i coniugi sono entrambi liberal), per poi orchestrare uno scandalo a scoppio ritardato.

Apriti cielo. L’identità segreta dell’agente Plame è bruciata: chi sono le fonti di Novak? E perché la giornalista Judith Miller, che non ha mai scritto una sola riga sull’intera faccenda, è stata sbattuta in galera per 85 giorni? C’entrerà la sua fonte più illustre, cioè Lewis Libby? Domande alle quali cercherà di rispondere l’inchiesta indipendente che potrebbe partire in queste ore, ma che per il momento rimangono sotto una coltre si mistero.

Lo so, è un casino pazzesco, una trama da capogiro per la mole di personaggi che coinvolge contemporaneamente. Ragione in più per aspettarsi un’informazione corretta e asciutta a riguardo. Ma la distinzione tra “cronaca” e “analisi”, ormai, sembra essere un fondamentale caro a ben pochi operatori dell’informazione.




9 ottobre 2005

La strana coppia

Domani sera, alle 20.35, La7 manderà in onda la consueta puntata di Otto e Mezzo, come ogni lunedì compressa nella striminzita mezzora disponibile a ridosso del Processo di Biscardone. Ospite della serata sarà il ministro del Welfare Roberto Maroni, pronto a cimentarsi col fuoco incrociato di domande che lo attendono nell’umbratile studio cogestito dal duo Lerner-Ferrara. E chissà che non ci scappino anche le prime avvisaglie dei futuri diktat leghisti in ordine alla vertenza lombarda, confezionati magari in modo da subordinare l’appoggio del Carroccio alla riforma elettorale proporzionalista ad una vantaggiosa composizione delle liti consumatesi all’ombra del Pirellone.

Ma illazioni a parte, sembrerebbe dunque che i palinsesti preserali della ex TeleMontecarlo procedano regolarmente. Solo che non è affatto così. Infatti, nel tardo pomeriggio di venerdì scorso l’emittente ha diramato il seguente comunicato ufficiale: “Lerner ha concordato di interrompere la collaborazione con il programma ‘Otto e Mezzo’ in vista del prossimo impegno con ‘L’Infedele’, che riprenderà da Milano il 5 novembre. La7 ha pertanto offerto la co-conduzione di ‘Otto e Mezzo’ a Ritanna Armeni a partire dalla fine di ottobre”.

Perciò evidentemente quella di domani sarà una puntata preregistrata. Di sicuro, al di là dell’amicizia che lega i due opinionisti a telecamere spente, nella breve serie di puntate già messe in onda l’acrimonia ideologica che li divide sotto i riflettori non ha mancato di effervescenza. Molto probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso è caduta durante la puntata dedicata al “raeliano midcult”, Michel Huellebecq, nel corso della quale Ferrara ha pesantemente ironizzato sulla “correttezza politica” del suo (ormai ex) collega.

I quattro gatti che seguono il Giulianone nazionale lo sanno benissimo, pur tifando per la miglior riuscita dei suoi progetti televisivi: in televisione in direttore del Foglio non può accompagnarsi a molto di più che ad una “spalla” che gli sia di docile contrappeso (ovviamente in senso figurato). E Lerner, per quanto affezionato al suo sopracciò lezioso, è comunque una primadonna che mal sopporta il dover sottostare ai tempi e ai temi dettati da un solista del calibro di Ferrara.

A tutti coloro che apprezzano il tentativo di svecchiare l’approfondimento televisivo con l’abbandono della lottizzazione ideologica a compartimenti stagni, anche nella sofferta convivenza di posizioni palesemente incompatibili, questo divorzio non può non dispiacere. Perché rappresenta una battuta d’arresto per quello spirito “ferrariano” ben visibile nel suo quotidiano di riferimento (a proposito, questo blog è convintamente fogliante), sempre equamente diversificato all’insegna di un fecondo pluralismo interno.

Forse la Armeni è la soluzione più realistica, ma ad ogni modo qui si continua a rimpiangere la fase-Sofri.



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