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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 aprile 2007

Operazione anime - Cowboy to Heaven




25 aprile 2007

25 Aprile: buon San Marco...

...e buon Marcantonio Bragadin (è un po' il suo onomastico)!


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23 aprile 2007

Merce avariata: brevi note su 2001 - Odissea nello spazio

Gli impegni si accavallano e al cinema non danno nulla che mi ispiri, perciò ripropongo – con qualche ritocco qua e là – un breve intervento postato ai tempi della mia “vita internautica precedente”. Enjoy!

Le analisi semiologiche di 2001 – Odissea nello Spazio vanno esposte con grande senso della misura, specie se ad avventurarsi nella lettura “in controluce” di cotanta celebratissima pietra miliare è un critico dilettante come me. E poi dubito che il film meriti davvero il diluvio di disquisizioni teologiche e filosofiche piovute su di esso dal ’68 a oggi, essendo un’opera a metà tra il cinema propriamente detto e la videoarte informale. Insomma, non vorrei dire delle fesserie, e specie il trip caleidoscopico nel finale mi sembra tutto fuorché un simbolismo di agile comprensibilità.
L’interpretazione più accreditata del testo clark-kubrickiano verte sulla dicotomia istinto-ragione in chiave nietzscheana, ma io ho sempre visto l'odissea di Kubrick come il racconto della Conoscenza portata alle sue estreme conseguenze, all'ombra di una visione teologica strettamente deista. Nell’ambito di questa prospettiva, Dio consiste in una sorta di "motore immobile" aristotelico, pronto a elargire tekhné sotto forma di monolito seguendo una tempistica del tutto casuale. La presenza del blocco scuro si manifesta all'improvviso, non per attuare un disegno etico provvidenziale, bensì per perpetuare il corso del cosmo purchessia.
In questo senso non identificherei il monolito tanto con l'istintualità o l'inintelligibile, quanto con la conoscenza totale, assoluta, infinita e perciò stesso concepibile solo a livello di astrazione. Il rapporto tra Conoscenza e Potere è il tema portante di tutta la produzione kubrickiana, ma in questo film il regista vi si concentra in modo particolare, raffigurandone le ricadute – letteralmente – universali.
Che non vedono tanto la contrapposizione tra ragione e istinto, quanto quella tra una conoscenza ontologica (cioè assoluta) e una conoscenza trascendentale (ossia limitata ad approssimazioni successive, come può esserlo quella umana). HAL rifugge dall’obsolescenza, dal confronto diretto col monolito di Giove, cioè con la vetta totale e totalizzante del progresso tecnico e scientifico. Gli esiti della spedizione, se coronata da successo, vedrebbero il superamento del traguardo - pur ragguardevole - raggiunto con la fabbricazione di un prodotto avanzato come lui.
E alla fine, per quanto boicottata dal calcolatore pensante, il compimento della missione rivela che dietro al sapere totale si cela il ritorno all’alba dell’uomo (l'utero materno come metafora di primordialità).
Come nelle distopie anarco-apocalittiche, quindi, l'avvicinarsi del genere umano a uno stadio semi-divino di totale onnipotenza precede la caduta collettiva. E come in Tolkien, se vogliamo, che partendo da posizioni cattoliche (quindi invise al deismo laicizzante) preconizza la sventura di chi indossa l'Anello inseguendo la chimera dell'immortalità e del rifiuto di una limitante “creaturalità”.

Vedi anche la pagina dedicata al film da Wikipedia, da MyMovies.it e da Intercom.




22 aprile 2007

Operazione Gialappa's - Fernet 9°/11°


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19 aprile 2007

L'innatismo dei Predestinati

Tra i nomi nuovi del centrodestra europeo, Nicolas Sarkozy è rimasto l’unico capace di farmi guardare con ottimismo al futuro degli euro-conservatori, soprattutto grazie alla sua notevole – per un francese – apertura di credito verso gli Stati Uniti e alle sue non convenzionali – per un laico – vedute in materia di etica pubblica. Altrove, purtroppo, si intravedono solo buone occasioni perse per troppo tatticismo preelettorale (Angela Merkel); pretestuose operazioni d’immagine, conservatrici giusto nel brand (David Cameron); incapacità di ricostruire il proprio fronte politico dopo sconfitte tanto luttuose quanto catastrofiche (Mariano Rajoy). Sull’asfittico gerontocomio italiano, poi, meglio sorvolare per carità di patria.
Ma il primo turno delle presidenziali francesi si svolge Domenica e la politica, specie quella praticata all’ultima ora, è l’arte di trafficare col letame senza sporcarsi le mani, cioè di intercettare con sapiente dialettica sensibilità socio-culturali disparate quando non addirittura antitetiche. Nemmeno Sarko ha potuto esimersi dal mettere in scena il classico pezzo di teatr(in)o a soggetto quando, in una recente intervista apparsa su Libération, il candidato all’Eliseo dell’Ump ha esternato il suo punto di vista sull’eziologia degli orientamenti sessuali dichiarando: Personalmente non mi sono mai posto il problema di scegliere la mia sessualità. Per questo trovo scioccante la posizione della Chiesa che considera l'omosessualità un peccato. Non si sceglie la propria identità. E la stessa cosa per la tendenza a ingrassare o a dimagrire”. E ancora: Sono nato eterosessuale, ma non mi sono mai interrogato sulla scelta della mia sessualità. Ed è questo il motivo per cui considero ‘scioccante’ la posizione della Chiesa, la quale dice che l'omosessualità è peccato”. Poi concede: “non tutto dipende da fattori acquisiti, [...] una parte [dell’identità personale, NdIs] può essere innata. In quale proporzione? Non sono un esperto”. Affabulazione cerchiobottista, si dirà, e probabilmente non a torto: a una precisa affermazione di principio fanno puntualmente seguito il recupero di una visione d’insieme della problematica trattata (dopotutto di innata c’è solo una parte della propria identità) e la facile scappatoia dell’incompetenza (“Non sono un esperto”).
Riconosciute al candidato gollista – il quale reputo comunque il meglio che le destra europea abbia da offrire di questi tempi – tutte le attenuanti del caso, è nuovamente opportuno ribadire come il determinismo genetico possa essere considerato il “naturale” contrappunto dialettico del determinismo sociologico solo a uno sguardo molto superficiale del tema in esame. Perché se in un’ottica liberale – ossia focalizzata sul margine di autonomia dell’agire umano rispetto alle sue “condizioni al contorno” – vanno rifiutate con decisione le geremiadi progressiste tese a giustificare il crimine e la suburra attribuendone le cause alla povertà e/o all’emarginazione, nello stesso spirito è parimenti inaccettabile ammettere che il libero arbitrio dilegui quasi interamente nel corredo genetico. Quando gli educatori si trovavano ancora nelle condizioni di poter svolgere serenamente il loro compito precipuo – cioè appunto quello di “condurre fuori” (e-duco) i discenti dal loro complesso di attitudini e di comportamenti limitato e introflesso –, giustificarsi di qualche intemperanza piagnucolando “sono fatto così” era il miglior modo per inasprire ulteriormente l’inevitabile punizione (compiti extra, pietanze sgradite a tutto pasto, giri di campo doppi o panchina fissa fino a nuovo ordine). Le propensioni innate, da sole, non esauriscono l’esigenza di stabilire un nesso razionale tra identità, responsabilità e morale. Il pedofilo si sentirà irresistibilmente attratto dai bambini per motivi poco o punto legati a “fattori acquisiti”, ma deve comunque imparare a dominarsi. L’obeso sconterà pure una naturale predisposizione a ingrassare (di solito a causa di “ritenzione idrica” o di “un’ossatura pesante”), ma per rimediare esistono le diete. Per contro anche se la biotecnologia riuscisse un giorno a trasfondere nei feti i cromosomi della genialità, giungendo a un fantascientifico controllo dell’evoluzione del genotipo nel fenotipo, rimarrebbero lo studio, l’impegno e i professori giusti a determinare in larghissima misura il successo negli studi di ciascuno.
Più in generale l’eugenismo e il sociologismo declinano, a seconda dei contesti in cui trovano applicazione fattiva, dottrine antropologiche magari radicalmente divergenti nelle finalità, ma analoghe nelle premesse e negli strumenti intellettuali attuativi. Entrambi gli ideologismi, infatti, partono dal presupposto che gli uomini, salvo ristrette cerchie di privilegiati, non nascano “liberi” se non in minima parte. E che quindi le masse, per non disgregarsi con effetti dirompenti sulla coesione sociale, vadano governate attraverso una minuziosa pianificazione della vita collettiva, magari fidando nel timore delle “libere coscienze” verso il rischio del pubblico biasimo. Non proprio un trionfo di liberalesimo, diciamo.

Mi occupavo (molto) più estesamente degli stessi argomenti in Meta(bio)genetica (#1, #2, #3, e #4). Lunedì ha commentato le esternazioni di Sarkozy, con le consuete pertinenza e lucidità, l’ottimo Phastidio.




16 aprile 2007

The Illusionist

Dopo il sofisticato rovello estetico e intellettuale di The Prestige ritorna l’illusionismo su celluloide, anche stavolta sotto forma di dramma a tinte gialle avente un’accesa rivalità sentimentale come motivo portante e un drastico flash forward per incipit. [segue su Robinik.net]




15 aprile 2007

Operazione marziani - Stringfever Bolero


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12 aprile 2007

Immigrazione e libertà

Il rapporto sulla popolazione straniera regolarmente presente in Italia, pubblicato ieri dall’Istat, dà modo di riflettere con cognizione di causa su un fenomeno che riguarda sempre più massicciamente il nostro paese. Secondo le cifre fornite nell’indagine, la stima del numero di immigrati riferita al 1° Gennaio 2006 – 2.767.964 persone, cifra ottenuta “sommando i dati sui minorenni di cittadinanza estera residenti con quelli sugli adulti stranieri muniti di permesso di soggiorno” – ha subito un’impennata con la regolarizzazione di quasi seicentomila lavoratori nel 2003. La ripartizione del dato complessivo tra le varie nazionalità vede una forte presenza di romeni (271.491), di albanesi (256.916) e di marocchini (239.728). Rispetto al 2004, i permessi crescono al Nord-Ovest (+5,6%) e al Nord-Est (+16,4%), mentre calano al Centro (-4,6%), al Sud (-23%) e nelle Isole (-13,3%). Emergono dunque una discreta predominanza dell’immigrazione proveniente dall’Europa orientale – peraltro meno politicamente incasellabile di quella in arrivo dal Nord Africa – e l’intensa attrattività esercitata dalle aree più produttive d’Italia. [segue su Robinik.net]




5 aprile 2007

Milton Friedman - Una biografia intellettuale

di Antonio Martino
Rubbettino/Leonardo Facco, 198 pp., € 13,00

“L’evidenza dei fatti non può mai ‘provare’ la validità di un’ipotesi;
può solo non riuscire a smentirla”
Milton Friedman

La storia della teoria economica novecentesca – e, concretamente, dell’azione politica intrapresa sulla base di essa – si può rappresentare in metafora come la lotta tra due titani. Uno fu John Maynard Keynes (1883-1946): elitista, aristocratico e abile “consigliere del Principe”, con il suo contributo al pensiero economico seppe enormemente influenzare il terzo quarto del secolo scorso. L’altro fu Milton Friedman (1912-2006): figlio di ebrei poverissimi emigrati negli USA dall’Europa orientale, prese in mano le redini della Scuola di Chicago e lasciò la sua impronta soprattutto sulla decade dominata dal binomio Reagan/Thatcher. Con questo compendio biografico dell’avventura intellettuale di Friedman, da discepolo affettuoso e riconoscente, l’ex ministro della Difesa rende conto anzitutto della contrapposizione totale tra due concezioni della scienza, della politica e della convivenza associata.
Una riflessione che Antonio Martino sottopone al lettore solo al termine della sua monografia – ripubblicata in versione integrale nel 2005 con il patrocinio dell’Istituto Bruno Leoni – va forse richiamata subito. Tirando le somme sui caratteri costitutivi e metodologici del cosiddetto monetarismo, vale a dire il complesso di ipotesi teoriche del quale Friedman è ovunque considerato il capofila, l’autore si domanda: “Cosa c’è di ‘-istico’ nelle teorie monetarie di Friedman? Il suffisso ‘-ismo’, infatti, sembrerebbe suggerire l’esistenza di un pregiudizio ideologico, una forse irrazionale predilezione per una dottrina sociale, per una filosofia politica [...]. [Ma] anche se Friedman è per molti versi l’economista liberista per antonomasia, il ‘monetarismo’ costituisce semplicemente un’ipotesi scientifica, uno strumento tecnico che può servire, e serve, benissimo qualsiasi padrone”. È importante sottolineare che il lavoro di ricerca friedmaniano pervenne a conclusioni sempre rigorosamente avvalorate da una scrupolosa raccolta di dati empirici, poi elaborati tramite compensazione e modellazione numerica.
Colui che annunciò al mondo l’avvento di una verità rivelata, tramite la palingenesi di una sistemazione teorica tanto onnicomprensiva quanto sprovvista di avallo sperimentale, fu proprio un peso massimo dell’Accademia togata come Keynes. Egli si lasciò andare ad “affermazioni di portata biblica, sia sul risparmio che sugli investimenti, ‘senza un briciolo di supporto empirico’. Ci viene chiesto di accettarle perché conformi alla sua ‘conoscenza della natura umana’, oltre a non meglio precisati ‘fatti particolareggiati dell’esperienza’”. In altre e più prosaiche parole, Keynes fu uno dei tanti – tantissimi! – profeti che scesero dalla Montagna folgorati dalla Visione e dissero ai loro seguaci: armiamoci e partite. Già agli albori della rivoluzione keynesiana, oltretutto, sul reale tenore divulgativo del Verbo aleggiava il sospetto della mimesi pura e semplice, in quanto “anche gli scritti di Keynes appartenevano ai classici nel senso di Stigler [tutti ne parlano ma nessuno li ha letti, NdIs], dal momento che il Trattato sulla moneta era raramente citato, la Riforma monetaria semplicemente ignorata ed il numero di coloro che avevano effettivamente letto la Teoria generale era insignificante”.
Ma in cosa consistette la tanto acclamata teoria keynesiana? Nata prendendo le mosse dalla necessità di spiegare le cause strutturali della Grande Depressione (1929-1933), essa ruota attorno alla legge detta “del ristagno secolare”, ossia alla tesi secondo cui la propensione al risparmio cresce all’aumentare del reddito. Si tratta di un classico esempio di “legge inesorabile del destino storico”, di un teleologismo gabellato per autoevidente. Le variabili e le inferenze in gioco vengono descritte con grande chiarezza da Martino: “se quanto la collettività produce (l’offerta globale, il reddito prodotto) è maggiore di quanto la collettività è disposta ad acquistare (la domanda globale, la spesa aggregata), i produttori ridurranno i prezzi oppure [...] contrarranno la produzione. Perché un dato livello di reddito prodotto possa essere mantenuto, quindi, è necessario che la collettività effettui una spesa complessiva di pari importo, in modo che quanto viene prodotto sia effettivamente venduto. Altrimenti, il livello di produzione e di reddito si contrarranno, perché ogni produttore cercherà di produrre solo quanto riesce a vendere. Nel tentativo di ridurre la produzione, infine, verrà ridotto l’impiego dei fattori produttivi, compresa la manodopera, con conseguente disoccupazione. È questa, in  parole povere, la recessione dovuta all’insufficienza della domanda globale: una diminuzione di reddito prodotto e di occupazione determinata da una spesa globale troppo bassa. E questo è anche ciò che determinò, per unanime ammissione, la Grande Depressione”.
Per Keynes, la spiegazione della dinamica recessiva è da rinvenire in un eccesso di risparmio globale, a sua volta automaticamente causato dall’aumento dei redditi. All’ottusa pertinacia dei privati-risparmiatori può porre rimedio solo una politica di bilancio “anticiclica”, capace cioè di stimolare la somma di consumi e investimenti durante le crisi e di frenare la domanda globale durante le fasi espansive. Lo strumento principe per attivare questo sorta di volano macroeconomico è la politica di bilancio: deficit (più uscite) in caso di domanda insufficiente, avanzo (più entrate) allorché la spesa aggregata va in esubero. Vale la pena di tenere presente come la legittimazione dei disavanzi di bilancio – vero grande portato storico del keynesismo – di fatto abolì l’antica prassi del pareggio contabile, da sempre posta a salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente della cosa pubblica. L’esplosione dei deficit di bilancio che derivò da cotanta “rivoluzione modernizzatrice”, inoltre, rese frequente (quando non necessario) il ricorso all’inflazione da ripianamento. Unitamente all’adozione di sistemi tributari altamente progressivi, l’artificioso rigonfiamento dei redditi imponibili fa scattare aliquote marginali più elevate e, quindi, consente all’erario di mettere a bilancio maggiori entrate. È il fenomeno che la vellutata anglofonia degli economisti ha denominato fiscal drag, ma sarebbe meglio ribattezzarlo grassazione fiscale.
Tuttavia l’aumento dell’inflazione, per Keynes, non rappresenta un problema. Casomai può offrire allettanti opportunità su diversi fronti, tra cui quello del tasso d’interesse: “Uno squilibrio monetario [...] si riversa sul mercato dei titoli a reddito fisso: se c’è ‘troppa’moneta in circolazione (più di quanta il pubblico sia disposto a detenere), la gente acquista titoli a reddito fisso; se, invece, ce n’è ‘troppo poca’ (meno di quanta la gente vorrebbe possedere), il pubblico venderà obbligazioni, nel tentativo di procurarsi la liquidità desiderata. [...] Se [...] aumenta la quantità di moneta in circolazione, la domanda di titoli a reddito fisso aumenta; l’aumento del corso delle obbligazioni si traduce in una diminuzione del rendimento; il più basso tasso d’interesse, a sua volta, stimolerà gli investimenti e, quindi, la domanda globale”. Vi sarebbe poi l’asserito rapporto di proporzionalità inversa tra inflazione e disoccupazione. Nelle parole di Friedrich A. Von Hayek a commento delle vedute keynesiane in materia: “La causa normale della disoccupazione diffusa consist[e] in salari reali troppo elevati. Il passo successivo [è] rappresentato dalla proposizione che una riduzione diretta dei salari monetari [possa] essere realizzata solo attraverso una lotta così penosa e prolungata da non poter essere presa in considerazione. Quindi [...] i salari devono essere ridotti in virtù del processo di riduzione del valore della moneta. Questa è in realtà l’essenza della politica di ‘pieno impiego’”. Oppure, infine, la messa in circolazione di valuta estera funzionerebbe come dispositivo stabilizzatore del mercato dei cambi: “Quando si verifica un eccesso di domanda di divise estere, quando cioè la quantità di valuta estera che gli operatori intendono acquistare è maggiore dell’offerta, la banca centrale, per impedire che la moneta nazionale si svaluti (che, cioè il prezzo della valuta estera aumenti), vende divise estere”.
Gli studi e le ricerche di Friedman consentirono di riformulare – quando non di confutare – radicalmente tutte le prospettive sopra illustrate. Nell’ottica che presiede alla teoria quantitativa della moneta – espressione più idonea dello spregiativo monetarismo a definire la produzione scientifica friedmaniana –, “la moneta rappresenta una delle attività patrimoniali e compete, nelle preferenze del pubblico, con una vasta gamma di attività, sia finanziarie che ‘reali’”, alla stregua di qualunque altra categoria merceologica. Perciò anche per la moneta un eccesso di offerta rispetto alla domanda – tramite l’input inflazionistico ceteris paribus – alla lunga genera deprezzamento, cioè calo del potere d’acquisto.
In primo luogo, secondo Friedman “un aumento della quantità di moneta avrà sempre un effetto di stimolo alla domanda globale, sia che venga realizzato per finanziare un deficit pubblico, sia che abbia luogo a saldo del bilancio pubblico invariato. Un deficit, invece, a meno che non determini un aumento della quantità di moneta, non influisce sul livello della domanda globale. La politica di bilancio in senso stretto [...] è quindi inefficace”. I benefici effetti sulla spesa aggregata registrati a margine di politiche di bilancio espansive, quindi, non vanno attribuiti al ricircolo forzoso di danaro manlevato ai contribuenti, bensì all’aumento di inflazione sfruttato per finanziarle. Non vanno poi dimenticate le voci di spesa tipicamente privilegiate dalla mano pubblica: “Il governo si indebita per finanziare spese per trasferimenti; quando un privato prende a prestito, invece, per lo più lo fa per effettuare investimenti. La domanda di credito dei privati, in altri termini, è prevalentemente (anche se non esclusivamente) destinata a soddisfare esigenze di investimento, mentre quella pubblica viene spesso destinata prevalentemente al consumo. Il disavanzo, quindi, sottrae fondi all’investimento per destinarli al consumo; il suo effetto netto è una minore accumulazione di capitale (in inglese: capital consumption, consumo di capitale), con conseguente minore crescita economica”.
La visione keynesiana del ruolo della moneta nella formazione della domanda globale – indiretto perché mediato dal tasso d’interesse, eventuale perché privo di un nesso di causalità vero e proprio con la spesa aggregata – viene a cadere sulla mancata distinzione tra tasso nominale e tasso reale d’interesse. Perché investire al 5% di rendimento in assenza di inflazione equivale infatti a investire al 10% quando l’inflazione è del 5%. Su questo banale rudimento di matematica finanziaria il marchingegno keynesiano si inceppa senza speranza. Ciò che rileva non è “il” tasso d’interesse, ma lo scarto tra il tasso nominale e quello d’inflazione, cioè il tasso reale d’interesse. Del resto è sufficiente il comune buonsenso per intuire che la moderazione monetaria conduce a bassi tassi reali, mentre viceversa la politica del permissivismo inflazionistico genera tassi reali molto elevati. L’inflazione può stimolare un certo “effetto liquidità” solo se imprevista, e solo a breve termine.
Ecco spiegata l’erronea lettura keynesiana della Grande Depressione: l’idea che l’autorità monetaria federale avesse attuato una politica espansiva, incredibilmente desunta dal perdurare di bassi tassi durante la crisi, e che quest’ultima nulla avesse potuto contro l’inesorabilità del “ristagno secolare”, è semplicemente sbagliata alla radice. La recessione del ’29, al contrario, fu determinata da una dirompente pressione deflazionistica. Malgrado la prospettiva keynesiana si focalizzi sull’investimento finanziario per il tramite del tasso d’interesse semplice, la quantità di moneta ha un’influenza diretta sulla spesa aggregata, perché il pubblico impiega denaro anche nell’acquisto di beni durevoli e quasi-durevoli (per esempio immobili e mezzi di locomozione). Money matters.
Il tempestivo adeguamento delle rivendicazioni salariali all’abbattimento del valore della moneta, magari ottenuto tramite clausole di indicizzazione quali la “scala mobile” di berlingueriana memoria, smonta poi l’ipotesi keynesiana dello stabile tradeoff tra inflazione e disoccupazione. Scrive Martino: “Quando l’inflazione effettiva viene correttamente prevista, l’effetto espansivo sull’occupazione scompare perché le richieste salariali incorporano il tasso atteso d’inflazione e questa, quindi, non riesce a ridurre i salari reali. [...] Per poter ridurre durevolmente la disoccupazione al di sotto del livello ‘naturale’, quindi, non basta che ci sia inflazione, è anche necessario che essa sia sempre superiore a quella attesa, cioè che acceleri continuamente. [...] Quanto maggiore è il tasso d’inflazione di cui il Paese ha esperienza, tanto minore sarà la probabilità che l’inflazione colga di sorpresa la collettività. [...] Nei paesi con consolidata esperienza inflazionistica [...] le aspettative si formano e modificano con grande facilità”.
Quanto alla parità valutaria programmata, l’analisi friedmaniana porta a considerazioni altrettanto impietose: “Se l’eccesso di domanda di divise estere non è un fenomeno passeggero, destinato ad esaurirsi spontaneamente, ma continua nel tempo, la banca centrale dovrà continuare ad attingere alle riserve ufficiali per impedire la variazione del cambio. Le riserve, prima o poi, si esauriranno e, se nulla cambia, anche l’indebitamento e la concessione di prestiti esteri serviranno solo a posporre l’inevitabile. Il tentativo di controllare il cambio sarà servito soltanto a rendere possibile la crisi di bilancia dei pagamenti, il deficit [...], il tutto al costo di far contrarre al Paese debiti con l’estero”. Parole che dovrebbero far riflettere attentamente gli impudenti che, a suo tempo, ritennero opportuno analizzare il default argentino (dovuto proprio all’ostinata parificazione valutaria tra Peso e Dollaro USA) straparlando di monetarismo e di liberismo. Per la verità il “monetarismo” non è nemmeno la naturale antistrofe del liberismo: “Un gran numero di economisti liberisti di scuola ‘austriaca’, seguaci delle idee di F. A. Hayek e Ludwig Von Mises, propendono per la denazionalizzazione della moneta [...] e la concorrenza tra monete. Altri liberisti ritengono desiderabile un ritorno al sistema aureo o ad un sistema in cui il valore della moneta sia in qualche modo ancorato ad una base reale (un paniere di beni, per esempio)”.
Nel capitolo conclusivo (“L’ideologo della libertà”), che ricapitola le più celebri proposte politiche liberali, liberiste e libertarie avanzate da Milton Friedman fuor di impegno specialistico (dal buono scuola al buono sanità, dall’imposta negativa sul reddito al fervente antiproibizionismo), fa capolino l’unico neo concettuale che mi permetto di rimproverare alla pur eccellente trattazione di Antonio Martino. Alla domanda – retorica – Friedman conservatore? Martino risponde alimentando un vecchio equivoco di significato – peraltro tipico di molta letteratura e pubblicistica liberale – riguardante la categoria politica del conservatorismo, visto quasi come sinonimo di reazione o di misoneismo. “Il conservatorismo – scriveva Hayek – è naturalmente incapace di offrire un’alternativa alla direzione verso cui muoviamo. [...] Ciò che il liberale deve chiedersi, prima di tutto, non è a che velocità o quanto avanti dobbiamo andare, ma in che direzione dobbiamo andare”. Occorre forse ricordare che il liberalesimo si pone sul piano del metodo, facendo capo all’epistemologia così ben sintetizzata dall’esergo “falsificazionista” scelto per questa recensione, precisamente negando che la Storia proceda verso una “direzione” univoca e meno che mai inesorabile. L’applicazione di tale assunto al merito politico ha potuto attecchire in area conservativa grazie al suo rigetto dell’annoso paradigma etico ed esistenziale secondo cui “nel lungo termine saremo tutti morti”. Ma il merito e il metodo sono piani distinti: il liberalesimo è l’unica forma pre-, peri- e meta-politica di conservatorismo possibile (in quanto pone la libertà come oggetto primario di un sistema associato) e il conservatorismo è l’unica sostanza politica compatibile al liberalesimo (giacché mira a conservarne l'oggetto).




1 aprile 2007

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