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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

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Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


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non si fa, si fabbrica


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Cento domande sull'Islam

Il Caimano

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La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


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Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

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Come Prodi
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Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

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A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
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Cattolicesimo,
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In difesa di Darwin/
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Coerenza o completezza?
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Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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31 maggio 2007

Amministrative 2007: la valanga veronese (e "bassarola")

Sono state elezioni amministrative amare, per la sinistra di governo e non. A dispetto dei titoli cubitali apparsi tra ieri e oggi sulle testate giornalistiche prodiane, infatti, il successo della Cdl non è rimasto affatto circoscritto alle sole “acque amiche” del Nord, ma si è esteso anche ai tradizionali feudi rossi dell’Italia peninsulare, dove l’Unione registra un cospicuo calo di consensi anche nel riconfermarsi. Né si può tralasciare che la vittoria del centrosinistra ad Agrigento, strombazzata a più non posso sulla suddetta stampa amica a riprova di un inesistente “pareggio” elettorale tra i due schieramenti, consiste nell’ascesa a sindaco di un transfuga udiccino che dovrà fare i conti con un consiglio comunale a larga maggioranza polista.
I risultati di queste elezioni ribadiscono una volta di più la tendenza alla normalizzazione manifestata dall’elettorato italiano dopo il moto di “oscillazione smorzata” innescatosi con Mani Pulite. Ancorché i pennivendoli a libro paga di Rcs si ostinino ad ammannire l’ipnagogia collettiva di una fantomatica “crisi della politica”, il furore antipolitico dei primi anni ’90 segna il passo a tutto vantaggio di una rinnovata appartenenza individuale a visioni politiche identitarie di massima, che solo la dialettica tra partiti può segmentare armonicamente e organicamente. Con cui non intendo affatto difendere la partitocrazia, ma solo sottolineare la funzione di garanzia per il cittadino svolta da trasparenti apparati politici multilivello.
Questa breve premessa mi è utile per esporre un’analisi prettamente territoriale del voto di ieri, perché sarebbe limitante ridurne le ricadute ai soli capoluoghi di provincia. Concentrandomi quindi sulla mia zona, il primo dato da prendere in considerazione riguarda senza dubbio il comune di Verona. La città scaligera, dopotutto, ritorna a essere quello che è sempre stata – cioè non la “Bologna nera” (semplificazione, quest’ultima, molto popolare ma profondamente sbagliata), bensì il centro forse più democristiano del pianeta Terra. I risultati elettorali confermano tale assunto proprio perché, liberata dalla camicia di forza del “partito dei cattolici”, come ai tempi della prima Lega Nord la cittadinanza veronese converge su una destra – nominalmente – liberista, federalista e legalitaria, in pieno accordo con i dettami dell’autentico cristianesimo politico. Le astiose recriminazioni confessionali del sindaco uscente (lo scialbo dossettista Paolo Zanotto, il quale si domanda polemicamente “che tipo di cattolici ci siano a Verona”), perciò, lasciano il tempo che trovano, offrendo casomai un ottimo spaccato delle contraddizioni che lacerano la sinistra italiana a tutti i livelli di governo. Per completezza di informazione aggiungo qualche notizia sul nuovo primo cittadino, Flavio Tosi: eletto con oltre il 60% dei suffragi, il neosindaco ha 37 anni, è programmatore, ha un diploma di maturità classica e da due anni è assessore regionale alla Sanità (il più votato nel Veneto).
Arrivo poi al capitolo pianura veronese: qui come altrove nel Lombardo-Veneto, l’ultima tornata elettorale ha visto rifluire la marea montante dell’antipartitismo che la sinistra locale, per oltre quindici anni, ha cavalcato mascherando le sue candidature da “liste civiche”. Le parole d’ordine dei diessini in incognito, sempre accompagnati dai fidi liberali miglioristi e da (più o meno) ampie schiere di cattolici adulti, sono state competenza, concretezza e non-appartenenza ideologica “per meglio garantire il buongoverno”. Discorsi analoghi a quelli portati avanti da Berlusconi con Forza Italia, peraltro lungo lo stesso arco temporale e a partire dal medesimo Big Bang antipolitico, obietterà il lettore più smaliziato. Eppure la credibilità del berlusconismo procede da una leadership carismatica, sancita con alterne fortune dal voto popolare, a una copertura della domanda politica su tutto il territorio nazionale, dal più basso al più alto livello di governo. Non sono differenze di poco conto: l’autoreferenzialità delle liste civiche paesane, rendendo impossibile appellarsi a segreterie di partito sovraordinate in caso di negligenze o abusi da parte degli amministratori, risolve le buone intenzioni pragmatiche di cui sopra in clamorose eterogenesi dei fini. Se un sindaco di Forza Italia si comporta come un podestà prepotente, ci saranno senz’altro dei giudici a Berlino. Ma se un sindaco della Rondinella, dell’Aquilone o della Mongolfiera approfitta indebitamente della sua posizione, a chi può rivolgersi il malcapitato cittadino?
Il problema non si è nemmeno posto a Roverchiara, a Ronco e a Villa Bartolomea, dove le uscenti giunte di centrodestra sono state rielette senza problemi. Peccato per Casaleone, che riconferma con appena 29 voti di scarto il forzista scissionista Gabriele Ambrosi. A Bovolone la Cdl di Osvaldo Richelli spodesta il leghista Giorgio Mantovani.
Ma dove l’antifona è stata recepita con più nettezza è a Cerea. Paolo Marconcini, candidato della Casa delle Libertà, cancella con un incredibile 60% l’era della Coccinella, listone para- e cripto-ulivista ideato da Franco Bonfante (sindaco dal 1994 al 2002) nella nemmeno troppo lontana epoca in cui le procure demolivano a suon di manette tintinnanti il sistema dei partiti tradizionali. Il risultato ottenuto da Marconcini impressiona per la portata e l’omogeneità: 14 sezioni vinte su 14, compresa l’imprendibile roccaforte “rossa” di Cherubine. La vittoria del centrodestra restituisce anche Cerea alla normalità, confermando un orientamento politico chiaramente manifestato in tutte le elezioni non-amministrative (qui la Cdl ha totalizzato il 72% alle politiche dell’anno scorso). L’ora fatale del coleottero rossonero ha messo fine a un’esperienza politica locale che dimostra come, sottratte a una filiera di governo “tracciabile” e a efficaci strumenti di contropotere civico, anche le migliori intenzioni si traducano nel loro esatto opposto. “Non siamo di destra o di sinistra, siamo persone capaci”, dicevano a ogni pie’ sospinto gli sconfitti. Sì, capaci di affidare il riordino della viabilità a un professore di lettere e al comandante dei vigili urbani, con conseguente proliferazione di sensi unici assurdi e di rotatorie grandi come torte per sei persone. Capaci di sconvolgere l’arredo e il tessuto urbano di Cerea con la costruzione della nuova, orrenda piazza di Via Paride, nota per il fondo stradale misto porfido-pietra d’Istria (!), per le panchine alte due metri (!!) e per le supposte paracarro in metallo rugginoso (!!!), che hanno reso il nostro millantato “salotto” la barzelletta delle Valli Grandi Veronesi. Capaci di affidare il settore dell’edilizia a un ingegnere (prima) e a un architetto (poi) curiosamente fatti segno a una cospicua pioggia di incarichi solo dopo la nomina ad assessori (prima dell’investitura le committenze scarseggiavano per entrambi, potenza del libero mercato). In linea generale, capaci di e intenzionati a snaturare l’assetto socio-economico del comune con una velleitaria “Area Exp” carente di infrastrutture, sottoutilizzata e munita del relativo, dispendioso ente (pubblico) di controllo, ma anche ventilando la realizzazione di un parco tematico alle porte del paese (sì, paese: le città, cari politicanti provincialotti, purtroppo o per fortuna stanno altrove e hanno ben altre dimensioni). Dopo la piazza degli orrori, a traffico limitato e priva di parcheggi, quest’opera mastodontica e fuori scala avrebbe assestato il colpo di grazia agli esercenti del centro storico, senza contare i problemi di fattibilità e di compatibilità ambientale che avrebbe sicuramente comportato.
Finché a portare avanti questa politicuzza dell’apparire a prescindere dall’essere è stato Bonfante, spregiudicato arrivista ora sistematosi in consiglio regionale tra le fila della lista Uniti nell'Ulivo (alla faccia dell’indipendenza politica!), il gioco ha retto grazie alla sorridente affabilità e alla spietata determinazione dell’uomo. Ma con Claudio Tambalo, suo mandatario, medico di base noto per la fastidiosa alterigia che l’interclassismo ceretano (sì, ceretano: “cereano” suona cacofonico, oltre a essere filologicamente scorretto) usa bollare con il marchio dell’infamia, il palco è crollato miseramente. Altro che “effetto Prodi”, altro che “voto ideologizzato”, cari signori. Oltre a testimoniare di un offensivo – e tipicamente sinistrorso – giudizio sulla capacità di discernimento dell’elettorato, che capisce bene quando vota per l’Unione ma perde la sinderesi allorché sceglie diversamente, tali chiavi di lettura mancano il reale punto della questione. Che attiene soprattutto alla bocciatura di una compagine che ha malgovernato.
Ora sta a Marconcini formare una giunta credibile e blindata per sopportare gli attacchi incessanti che, con ogni probabilità, partiranno da un’opposizione composta di gente rimasta senza lavoro o senza più le credenziali necessarie a proseguire la scalata al potere. Ma io sono sicuro che Paolo saprà dimostrare benissimo quale e quanta sia la differenza tra chi si dà da fare per prendere voti e chi, viceversa, prende i voti per darsi da fare.

Vai a vedere: Harry, Fausto Carioti




26 maggio 2007

Michela Vittoria Brambilla







23 maggio 2007

Note a margine di "Sex crimes and the Vatican"

Mentre i vertici RAI si interrogano sull’opportunità della sua messa in onda, il documentario Sex Crimes and the Vatican, prodotto dalla Bbc, spopola su internet anche nella versione sottotitolata in italiano, totalizzando oltre mezzo milione di contatti.
Si tratta di un’inchiesta sulla pedofilia nel clero cattolico, condotta tra Irlanda, Stati Uniti e Brasile da Colm O’Gorman, un uomo che in giovane età subì violenza carnale da un prete. Il servizio si pone soprattutto l’obiettivo di dimostrare l’oggettiva connivenza delle gerarchie ecclesiastiche con i pedofili in abito talare, deducendone gli estremi dalle raccomandazioni all’insabbiamento contenute nella circolare a uso interno denominata Crimen Sollicitationis.
L’intelaiatura sintattica del video in questione rivela una buona dose di retropensiero anticattolico non tanto per l’unilateralità testuale (si ascolta solo la voce dell’accusa) o per una scena madre di sapore ienesco (domande scabrose a un vescovo intercettato senza preavviso), quanto per l’accurata selezione del collante simbolico. Ammessa senza riserve la veridicità di tutte le testimonianze raccolte (pur nutrendo qualche dubbio su Oliver O’Grady, ex prete reo confesso di violenze pedofile plurime, protagonista di un confessionale probabilmente recitato a soggetto), non si può infatti negare come alcuni profilmici veicolino metafore inequivocabili. Le soprascritte in inglese, che in numerosi intermezzi subentrano graficamente a scottanti spezzoni di testo latino, vogliono gettare l’ombra della reticenza già sulla lingua morta tuttora adoperata dalla Chiesa. Il tramonto del Sole, catturato nel finale, simboleggia poi il declino dell’ultima istituzione antica rimasta radicata nel cuore del mondo occidentale, associandone la parabola discendente alla suprema violazione del suo stesso magistero fondante: l’omertoso silenzio su abusi perpetrati contro bambini indifesi a opera di ministri di culto.
Il fenomeno della pedofilia negli ambienti cattolici, in realtà, va inquadrato in un’ottica più ampia rispetto a quella cara al tradizionale antipapismo britannico. Innanzitutto va ripristinato un minimo di rigore lessicale sul tema: come fa notare Costanza Stagetti, il termine “pedofilia” indica l’attrazione sessuale verso individui in età prepuberale, quindi dai tredici anni in giù. Il desiderio verso adolescenti sessualmente maturi ma sotto l’età del consenso, che è di 18 anni nella legge civile e di 16 per il diritto canonico, va invece sotto il nome di efebofilia. Pare che la maggioranza degli episodi presentati dalla cronaca come “pedofilia” rientri in questa seconda casistica. La Chiesa ha tutto l’interesse a non chiarire l’equivoco, poiché altrimenti dovrebbe ammettere di fronte all’opinione pubblica il vero motivo dell’esclusione degli omosessuali dai seminari. Sollevando il vespaio di polemiche che è facile immaginare, ma anche rivelando le crescenti difficoltà riscontrate dalla prassi educativa cattolica nel coniugare la severità con il peccato alla misericordia verso il peccatore. Vale a dire nel far collimare il suo insegnamento etico (“cos’è il bene”) con quello morale (“come comportarsi per fare il bene”) nel contesto di una modernità che arriva a secolarizzare gli stessi centri di formazione del clero.
Nella Lettera ai Vescovi, firmata dall’allora cardinale Ratzinger, si prescrive che il delitto commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni sia di competenza diretta della Congregazione per la Dottrina della Fede; per cui è lecito ritenere che, nel segreto delle stanze parrocchiali o magari vaticane, certi abusi siano stati puniti con molta durezza.
Ciò malgrado, un’autorità civile laica non può permettere che l’area giurisdizionale di sua competenza sia costellata da enclave giudiziario-confessionali, al cui interno il rispetto delle leggi non costituisca la “norma” bensì una concessione del sovrano di una nazione straniera. Anzi, in uno stato di diritto occultare alla giustizia i responsabili di un reato non può che configurare la fattispecie penale del favoreggiamento.
In definitiva, è l’atteggiamento del Papa a lasciare interdetti: a Benedetto XVI basterebbe veramente ordinare che non si lavino più “in famiglia” i panni sporchi dei preti pedofili per tacitare molte voci critiche. Ma una simile presa di posizione, evidenziando l’inadeguatezza delle tradizionali strutture pastorali ecclesiastiche a prevenire autonomamente il male al loro interno, aprirebbe vieppiù la strada a un cristianesimo pentecostale, fuor di gerarchia. Contribuendo di fatto a ridurre la Chiesa Cattolica a una setta tra le tante: può un Papa imboccare sua sponte quella china?

Vai a vedere: Jim Momo, In onda, ma non nell’arena faziosa di Santoro; Il Dialogo, Dossier sulla pedofilia




21 maggio 2007

Operazione Bonolis - Altra telefonata cult




16 maggio 2007

Segnalibro - Riepilogando...


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16 maggio 2007

Cronache straboscopiche

Un rapido sguardo alla cronaca recente offre più di un aggancio metaforico allo strabismo, inteso come difetto di allineamento del campo visivo. O, detto altrimenti, come urgente bisogno di chiarirsi le idee da parte di molti.
Lo dico subito: trovo che da piazza San Giovanni, dove sabato scorso si è svolto il Family Day, sia partito un messaggio di fondo quantomeno ambiguo. Per alcuni è stata una manifestazione anti-Dico; per altri si è trattato dell’adunata di una minoranza rumorosa e combattiva, con cui questo papato – tramite il clero periferico – ha inteso proseguire la sua battaglia in difesa della tradizione (familiare) cattolica. Sul piano delle rivendicazioni politiche si osserva la medesima indeterminazione: per Max l’agenda dell’evento è stata chiaramente orientata a domandare “quoziente familiare, detassazione, revisione dei criteri di assistenza pubblica per le famiglie più deboli, libertà scolastica”. Eppure una mobilitazione dal taglio vagamente “sindacale”  – guardacaso tra gli organizzatori dell’evento figura quella vecchia volpe cislina di Savino Pezzotta – non ha mancato di lanciare slogan assistenzialisti ben lontani dal sommario leave us alone che può averci voluto leggere il partecipante di tendenze reaganiane. Più in generale, sembra quasi che la folla riunitasi in Laterano quattro giorni fa punti a una vera e propria strategia della normalizzazione per la famiglia naturale e monogamica, segnatamente attraverso l’invocazione di un abbraccio (mortale) con lo Stato e il suo attraente potere di codifica del lecito.
Stessi mezzi, opposti fini rispetto ai laici “coraggiosi” accorsi in piazza Navona: statalismo negativo contro statalismo positivo, ma sempre di statalismo si parla. Lo stracco balletto di cifre tramite il quale le due iniziative si sono volute contrapporre sotto il mero profilo quantitativo, che da solo non elargisce né torti né ragioni a nessuno, fa emergere un primo esempio di “deviazione oftalmica”. Le cifre del Family Day sono state senz’altro gonfiate ad arte, perché la capienza di piazza San Giovanni non supera fisicamente le 250 mila unità circa. Eppure viene da chiedersi come mai un bell’accertamento degli afflussi non sia toccato anche alla manifestazione concorrente: cristiana carità deve aver suggerito di sorvolare sulla conta delle effettive presenze all’appuntamento con il coraggio rossolaico, presumo. Lo sguarnito raduno anticlericale, se non altro, ha inneggiato senza possibilità d'equivoco alla discutibile concatenazione giuridica tra desideri, bisogni, diritti soggettivi e diritti positivi.
Ripeto brevemente il mio punto di vista sulla questione: il diritto di famiglia non deve sancire la liceità di qualsivoglia legame affettivo, ma ha tutto l’interesse a premiare (con agevolazioni tributarie per i figli a carico, ad esempio) l’incoercibile e spontanea propensione degli individui di sesso opposto a vincolarsi l’un l’altro secondo il modello antropologico che “liberalizza” maggiormente i rapporti di parentela, discostandosi al massimo grado dal tribalismo clanico. Ogni altra formazione sociale espone il suo “statuto interno” al vaglio del potere solo ed esclusivamente dopo essersi costituita, per cui definisce fattispecie da regolamentare in termini di diritto civile: a nessuno salterebbe mai in mente di sposare un datore di lavoro e un suo dipendente, eppure tra i due soggetti intercorrono comunque “mutue obbligazioni” in senso lato. Per converso due fidanzati non godono della pensione di reversibilità, eppure se stanno assieme molto probabilmente si amano.
Sempre a proposito di Family Day, ha occhi incrociati anche chi, bontà sua, considera “rispettabile” la scelta di dare vita a famiglie numerose, ma poi avvelena la sua magnanimità avanzando il sospetto che le signore prolifiche possano aver subito “pressioni morali”. Mai che lo spauracchio di analoghe circonvenzioni venga agitato in merito all’atteggiamento repressivo di tanti genitori, che obbligano letteralmente le proprie figlie a studiare fino alla laurea quando, magari, alcune ragazze preferirebbero dedicarsi liberamente alla maternità già sulla ventina. È strabico Vauro, che disegna una caustica (e divertente, via) vignetta sulla pedofilia pretesca, ma che pure ebbe a risentirsi per la satira anti-maomettana apparsa sul periodico danese Jyllands Posten. Bulbi oculari a X, infine, anche per Vittorio Zucconi, il quale lamenta la strumentalizzazione piazzaiola di inconsapevoli bambini perpetrata dai manifestanti cattolici, ma poi si dimentica delle ostentate presenze infantili anche all’adunata pro-Pacs – quella con le sveglie sincronizzate – tenutasi mesi addietro proprio a piazza Navona.
Si potrebbe perfino uscire dal seminato, tematizzando in chiave oftalmologica anche la ridda di reazioni orripilate che, a sinistra, sta accompagnando l’acquisto di Endemol da parte di Mediaset. Dopo i rigurgiti dirigisti del prodismo di governo, dopo la tenaglia di leggi contra personam sul c.d. conflitto di interessi e sul sistema radiotelevisivo, dopo il mini-golpe a Viale Mazzini seguito al siluramento di Angelo Petroni, taluni non trovano niente di meglio da stigmatizzare che una fantomatica “occupazione berlusconiana dei programmi RAI”.
Qui, forse, non c’entra nemmeno lo strabismo, quanto piuttosto il metamorfismo: da facce a glutei.

Vai a vedere: Zamax, Fausto Carioti, Le Guerre Civili, Watergate




13 maggio 2007

Operazione American Hi-Fi - Flavor of the weak


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10 maggio 2007

Della Vedova su famiglia e tradizione

Abbisognerebbe di qualche precisazione circa la “mutevolezza” della famiglia, che riguarda le forme giuridiche e non le “materie prime” (etero-monogamiche, come argomentavo qui), ma l’articolo di Benedetto Della Vedova dedicato al Family Day di dopodomani mi vede sostanzialmente d’accordo. Specie nelle sue considerazioni conclusive, che riporto di seguito:

«Anche la tradizione che si riflette nelle scelte degli individui e nella cultura della società è una “tradizione vivente”, al pari di quella religiosa, affidata al magistero e alla mutevole dottrina della Chiesa. Io da liberale ho sempre creduto che la tradizione, come esito dei pensieri, dei confronti e dei commerci umani e delle diverse e libere sperimentazioni sociali, dovesse costituire un argine alla legislazione e imporre un limite alle pretese del potere. Francamente, nel Family Day vedo il contrario: l’invocazione della legge come custode di un fondamentale istituto della tradizione (la famiglia), per impedirne il mutamento e per arginarne la temuta dissoluzione.
Non mi convince il “catastrofismo familiare”, che ha tanti caratteri comuni con il “catastrofismo ambientale”, lo stesso pessimismo escatologico e soprattutto lo stesso bersaglio: “l’homo americanus”, l’individualista-consumista e lo scettico-relativista, che non saprebbe riconoscere il limite o la “verità” naturale della condizione umana e del suo rapporto con le cose e con gli altri. Insomma “l’occidentale” forte della propria identità, ma anche del gusto della propria libertà; l’uomo che crede nella disciplina, nella sicurezza e nell’autorità, ma che non confonde politicamente il “bene” (l’ordine morale della libertà) con il “per-bene” (l’ordine moralistico dei gusti, delle opinioni e delle ideologie prevalenti e invadenti).
C’è in questo bisogno ideologico di restaurazione di un ordine perduto lo stesso “odio di sé” che altri giustamente denunciano nelle idee che attingono al mito della palingenesi progressista; c’è di fondo l’idea di rigettare come inservibile e rinnegare come colpevole la libertà giuridica e spirituale di cui è intessuta ogni nostra scelta e su cui si è costruita la nostra vita “occidentale”. E tutto questo non solo non mi convince, ma proprio non mi piace.
Nel confronto tra cristianesimo e liberalismo – universi dai confini incerti e in parte coincidenti – ha le sue più solide radici l’occidente che profondamente amiamo. Confronto e dialogo presuppongono che non vi siano gratuite o strumentali condiscendenze intellettuali». [link]

La pacatezza dei toni usati contribuisce molto a bendispormi verso quello che è, a tutti gli effetti, un modo alternativo di esporre anche il mio punto di vista. Proprio per l'inedito aplomb, vi dirò, non mi dispiace affatto il Capezzone ultima maniera.




8 maggio 2007

Sarko e Silvio

Nicolas Sarkozy, leader della destra repubblicana francese, sale all’Eliseo con oltre il 53% dei suffragi contro la socialista Ségolene Royal. Alla notizia della vittoria di Sarko, i politici italiani non hanno resistito alla provincialissima tentazione di mettere il cappello sugli esiti delle presidenziali d’oltralpe. Romano Prodi spaccia la mancata ibridazione in salsa ulivista tra socialisti e centristi come causa primaria della debacle franco-progressista; curioso, per l’amministratore delegato del cartello politico-elettorale che a lungo ebbe a decantare l’uninominale a doppio turno come eccellente strumento a salvaguardia dell’indipendenza decisionale dei cittadini. La Repubblica di stamattina dedica titoloni scatolari alle voci (tutte da confermare) che ventilano l’imminente nomina di un esecutivo per metà al femminile; la lezione di Zapatero e l’effetto-donna prodotto dal carisma “rosa” di Ségolene avrebbero impresso un inconfondibile tratto “de sinistra” all’indole di Sarkozy. Eppure sono pronto a scommettere che il neoeletto presidente non arriverà mai a baloccarsi con le palingenesi omonuziali, avendo egli molto a cuore un riconoscimento dei diritti che passi attraverso l’analisi di congruità – non già l’equiparazione a priori – delle rivendicazioni sociali. Né Sarko dà l’impressione di voler elevare la demoscopia a metodica portante della democrazia: il nuovo presidente assumerà iniziative politiche verosimilmente senza scaricarne le responsabilità sugli ultimi sondaggi d’opinione.
“Paese che vai, conservatore che trovi”, sembrano voler dire gli zapateros e gli zapatories nostrani alla koiné destrorsa d’Italia. Guardate quant’è cavalleresco Sarko, che appena eletto dice ai suoi: “Il mio primo pensiero va a Madame Royal. Ho rispetto per lei e per le sue idee, in cui tanti francesi si sono riconosciuti. Rispettare Madame Royal è rispettare i milioni che hanno votato per loro. Un presidente deve amare tutti i francesi”. In realtà l’anomala contrapposizione bipolare che ha contraddistinto la nostra cosiddetta “seconda Repubblica” nasce con Mani Pulite, allorquando un rinato fronte popolare di maggioranza relativa, forte dell’appoggio dei settori più politicizzati della magistratura requirente, si apprestava a rendere l’Italia inabitabile per chiunque non fosse comunista o giù di lì. La celebre “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, con rocambolesco tempismo, seppe porre un argine alla deriva antidemocratica che si prospettava anche grazie al capestro maggioritario su cui avrebbero dovuto immolarsi i residuati di una classe politica ampiamente screditata in seguito all’alzamiento dipietrista. In quello scenario, la leadership carismatica del Cav esibì le peculiarità che costituiscono tuttora la sua forza e nel contempo la sua debolezza: grande sostegno popolare, ma formazione del consenso esile e aleatoria; suggestione ed entusiasmo epidermici, quasi da curva, ma aggiramento giocoforza provvisorio del dissenso interno al partito e alla coalizione, con l’apnea dei nipotini di Fanfani e di Almirante esplosa durante il quinquennio di governo 2001-2006. Per cui occorreva e occorre diffidare delle aspirazioni sinistrorse a una destra “presentabile”, perché dietro alla retorica perbenista si nasconde solo la malcelata insofferenza verso un avversario competitivo ancorché perennemente estemporaneo: chi coccola Fini vorrebbe vincere facile (con un postmissino oltre il 45% non si va, e sono ottimista), mentre chi carezza Casini pensa già ad azzopparlo per via giudiziaria (nulla di più facile che trovare scheletri nell’armadio di un postdemocristiano).
Dimenticando le miserie di casa nostra e tornando in Gallia, viene da pensare che l’italianità e la francesità – malgrado scorrano nel comune alveo neolatino – rappresentino categorie sistemiche diametralmente opposte. Lo statalismo cartesiano dei francesi, che consente alla politica di esprimersi attraverso partiti molto strutturati e di gestire la pubblica amministrazione con geometrico (e dispendioso) coordinamento dei vari livelli di governo, è il contrario formale e sostanziale della congerie di interessi particolari di cui brulica il Belpaese – gli assetti istituzionali del quale, guardacaso, affondano le radici proprio nel fallimentare tentativo di scimmiottamento francofilo azzardato circa un secolo e mezzo fa dalla ristretta élite di benpensanti liberal-sabaudi che unificò il Paese. Oltralpe, quindi, le personalità politiche si affermano grazie al sistema; in Italia si mette in evidenza la scaltrezza di chi sa aggirarlo, o tutt’al più si guadagna sul campo il marchio del “politico di razza” colui che sa oliare gli addentellati giusti dell’ingranaggio: il già citato Casini offre un ottimo esempio di questo secondo idealtipo.
Logico che in un contesto come quello francese emergano splendide figure di politico puro: De Gaulle, Pompidou, Giscard, Mitterand. Qui si tende a preferire il Sarkozy della prima ora, spregiudicato al punto di provare a “uccidere il padre” Chirac (preferendogli Edouard Balladur nel 1995) e di rompere sul piano ideologico con il laicismo di stato datato 1905, ma anche capace di riassorbire la dura sconfitta al referendum per l’autonomia della Corsica tenutosi nel Luglio 2003. So già che il Sarko "in carica" potrà solo deludere chi vagheggia un’impossibile rigenerazione liberista nel cuore della vecchia Europa: alcune idee lanciate dal neopresidente in campagna elettorale, come la politica attiva dei cambi da parte della Bce o il controllo degli appalti pubblici a favore della piccola impresa nazionale, hanno un chiaro retroterra dirigista e antiliberale. Ma è affascinante osservare come oltralpe l'avvincente miscela di radicalismo e conservatorismo proposta da Sarkozy – in cui spicca il sacrosanto principio secondo cui identità culturale arricchibile, merito, autodisciplina e legalità siano eccezionali strumenti a tutela dei più deboli – si sia potuta affermare seguendo la via maestra, e non entrando dalla porta di servizio a suo tempo spalancata in Italia da un noto imprenditore brianzolo.
Il gollismo, come si vede, è sopravvissuto a De Gaulle. Ma il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi?

Vai a vedere: Zamax, Phastidio, Le Guerre Civili, Andrea Gilli




6 maggio 2007

Operazione verità - Quando Prodi è contestato



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