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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

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La Signora delle contumelie

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Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

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compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

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Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

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Il liberismo
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Liberalismo

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La Libertà e la Legge

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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
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USA 2008: Mac is back!

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Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
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Cattolicesimo,
protestantesimo
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In difesa di Darwin/
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Un'impronta illiberale?

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La fine dell'economia

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Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 luglio 2007

Operazione anime - Full Metal Alchemist, From the Ashes




26 luglio 2007

Mario e i miglioristi sognatori

L’alta politica, ovvero il terreno di elaborazione intellettuale che in lingua albionica occupa la sottile distinzione semantica tra le policies e i politicians, è sempre più minacciata da una congerie di suggestioni oniriche formato fast food a sinistra e dalla bruciante sete di fidelizzazione ideologica a destra.
Questa sclerosi bilaterale permanente (e progressiva) trova un formidabile luogo di esemplificazione dialettica all’interno dei cosiddetti “nuovi media”, e in particolar modo nella blogosfera. Cioè proprio laddove le possibilità di comunicazione individualista e “orizzontale” offerte dai siti personali sarebbero in teoria più numerose.
Ho salutato con scetticismo la discesa in campo di Daniele Capezzone appunto per l’ansia di “unità” (liberale) che a mio avviso rischia di contraddistinguerne le premesse. Non meno disincanto, d’altra parte, si merita l’annuncio di candidatura alla guida del nascente Partito Democratico diramato da Mario Adinolfi, bonaria e corpulenta blogstar di area margheritina.
Perché storco la bocca anche stavolta? Innanzitutto a causa della forma-manifesto assunta dal programma adinolfiano. Da Marx a Marinetti, i manifesti comprimono sterminati patrimoni culturali in poche, pretestuose righe vergate a uso e consumo del capopopolo di turno. Quindi invasellinano immancabilmente le più originali varianti del sempreverde adagio “armiamoci e partite” o, specularmente, dell’altrettanto appetitoso “armatemi e statevene dove siete”. La seconda alternativa fa decisamente al caso di Adinolfi: nessuno slogan inneggiante al “reticolo orizzontale” di contatti può infatti eludere l’esigenza di ripartire l’organigramma della sua candidatura in leader (lui) e sostenitori più o meno attivi (gli aderenti). È pertanto auspicabile che, qualora il metodo delle primarie democratiche dovesse attecchire a tutti i livelli di consultazione preelettorale, la piattaforma di Generazione U sappia/intenda esprimere un’adeguata gamma di candidature. Si spera insomma che l’intuizione di Adinolfi offra davvero un’opportunità allargata a quanti stanno credendo in lui, senza risolversi nell’ennesima bolla mediatica utile solo a (ri)proiettare l’ennesimo figurante nell’Olimpo delle Interviste Barbariche o, chissà, dei ring di Buona Domenica.
Come tutti i manifesti, poi, anche quello adinolfiano, quando va sul concreto, delinea proposte assai discutibili nel merito mentre, quando scivola sull’astratto, stende parole senza sugo su un letto di ambiguità. Così, passando in rivista il decalogo sunteggiato dalle cifre (politiche) cento, due e zero, scopriamo che urge rompere gli schemi oligarchici dei partiti, e come si fa a dissentire, che ci vogliono zero vincoli all’ingresso nelle libere professioni, e ci mancherebbe, che devono esserci zero dubbi sul fatto che lo Stato (maiuscola!) è laico, laico, laico, e figuriamoci, che bisogna arrivare a zero mafia, zero camorra, zero 'ndrangheta, e via di questo passo a sfondare porte aperte.
Ma c’è anche l’idea di portare a quota 100 la somma tra anni di contributi previdenziali versati e anzianità di servizio, per non rubare futuro ai giovani d’oggi. Ai timidi riformatori italiani non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che, forse, è il sistema pensionistico a ripartizione ad aver fatto il suo tempo. Guai a parlare di capitalizzazione, si rischia l’anatema equo e solidale, ma anche a immaginare fondi pubblici e privati concorrenti su un piede di parità.
Adinolfi vuole il due per cento di PIL investito in ricerca, ma da chi? Dallo stato o dalle imprese? E “due” è anche “il numero della coppia, della giovane coppia” alla quale spettano tutele assistenziali “a prescindere dall’orientamento sessuale”. Prescindendo con coerenza da qualsivoglia discriminante affettiva, il principio dev’essere allora esteso a tutte le convivenze solidali “di coppia”. Alle coppie di amici, di studenti fuori sede, di semplici conoscenti. Chissà se la costituzione in “coppia”, nella vision adinolfiana, contempla una ratifica pubblica.
Zero interessi sui mutui per le giovani coppie. Pure! Ho il sospetto che, unitamente alle sopraddette agevolazioni binarie estensive e al metodo del reperimento welfaristico delle risorse necessarie, convenga mantenere lo status quo. Zero omissis sui misteri d’Italia. Così la lotta al terrorismo e allo spionaggio internazionali, dall’abolizione del segreto di stato in avanti, anziché a professionisti con licenza di uccidere sarà messa in mano ai privati cittadini, che la combatteranno direttamente nel giardino di casa loro. E l’elenco delle perplessità potrebbe continuare a lungo. Insussistente onnicomprensività veltroniana versione 2.0 mista al criptocorporativismo della cooptazione in quota alla doppia categoria di “giovane e blogger”, per riassumere il tutto.
Il fatto sorprendente, però, è che l’iniziativa di Adinolfi ha raccolto il plauso di un gruppo di importanti blogger liberal-destrorsi. Di nuovo, il riflesso esclusivista sembra mietere vittime illustri in campo cidiellino. Innanzitutto a causa della forma-appello assunta dalla presa di posizione dei firmatari. Gli appelli sono lo strumento principe delle adunanze civili proclamate da élite “miglioriste”, quasi sempre acquartierate a sinistra, e sottintendono l’antipatica presunzione di superiore discernimento vantata dai loro estensori rispetto alle “masse” destinatarie del sollecito. Sul documento in questione sta scritto che gli autori da sempre credono “nello strumento blog quale possibile mezzo di influenza culturale e politica”, e qui si potrebbe anche interrompere definitivamente la lettura. Essere veicolo “di influenza culturale e politica” è un’ambizione smisurata, se avanzata dallo “strumento blog” in quanto tale. La blogosfera è una rete informativa ad alta efficienza ma a bassa selettività: sta al parco lettori saper filtrare i contenuti in circolazione sul web in ordine alla loro attendibilità. I blog sono finestre dalle quali disquisire nella speranza che qualche passante si fermi ad ascoltare. Pensare di poter esercitare “influenza culturale e politica” sul mondo delle idee in simili condizioni equivale a illudersi di vincere una guerra atomica armati di sciabola e moschetto. Allo stato attuale, il blogging sintetico (generalista) serve nella migliore delle ipotesi a rafforzare le proprie convinzioni, mentre il blogging analitico (specializzato) è utile per raccogliere pezze d’appoggio altamente selezionate, ma sempre a sostegno di tesi precostituite.
Ma il nucleo ideale di questo appoggio suscitato in partibus infidelium non attiene tanto la massmediologia del blog o il merito del programma di Adinolfi, quanto il brodo di coltura in cui quest’ultimo è cresciuto e la forza comunicativa che esibisce. Insomma, “dall’altra parte qualcosa si muove: Adinolfi parte dal blog e tenta di intraprendere la sua «rivoluzione in bermuda». Una scelta coraggiosa, quasi suicida politicamente ma di sicuro impatto mediatico”. Volendo giocare coi se e coi ma, queste osservazioni lasciano aperto un interrogativo centrale: se esistesse un partito unitario di centrodestra aduso alle elezioni primarie, che nome proporrebbero i firmatari dell’appello per la corsa alla premiership? Conoscendo abbastanza bene le loro idee politiche, molto diversificate, immagino che la scelta del nominativo accenderebbe vivaci discussioni. Tanto più se estratto dalla blogosfera conservatrice iscritta a TocqueVille, il controverso aggregatore su cui si appuntano nemmeno troppo velatamente le critiche dei nostri “dissenzienti”.
Questo dettaglio offre un altro notevole spunto di riflessione. Nell’appello, gli autori affermano: “Abbiamo sempre cercato [di creare] un canale di comunicazione anche con chi non la pensa come noi”. Eppure molti di loro hanno sollevato ripetute polemiche riguardanti i confini della “città dei liberi”, giudicati troppo incerti. Chi in funzione antiradicale, chi in funzione antifascista, chi in funzione anticlericale, hanno più volte invocato la stretta identitaria in nome di un’irrinuciabile unità d’intenti tocquevilliana. Colpire mediaticamente sotto il segno di un comune denominatore ideologico, indispensabile premessa di sbocchi politici compattamente presidiati: se non ho capito male, il leitmotiv sarebbe così riassumibile.
Io ho il timore che bloggare all’unisono significherebbe allestire un ripetitore di pensiero unico capace solo di far sentire a tutti l’eco delle proprie voci, con deleteri effetti su un media già pesantemente condizionato da elevati livelli di “narcisismo onanistico” intrinseco. Ossia proprio ciò che adesso anche i puristi più accaniti di un tempo dicono di voler evitare. Il che, però, ripropone la difficoltà di implementare una piattaforma politica unitaria a partire dal blogging in tutta la sua insormontabilità. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: se vuole davvero nutrire qualche flebile speranza di esercitare pressione contro-informativa o di confezionare munizioni da impiegare nella battaglia culturale (propositi titanici anche per i più quotati think tank), la blogosfera (aggregata e non) deve rimanere ben distinta dall’iniziativa politica. Affinché i politicians non fagocitino e/o eterodirigano l’indipendenza e l’originalità di pensiero che i blog hanno da offrire, è consigliabile non vagheggiare il “sogno” di poter un giorno anche noi reggere come un sol uomo lo strascico al nostro candidato di riferimento. Ne va delle policies che a parole diciamo di voler elaborare in libertà.




22 luglio 2007

Operazione verità - Prodi e Litvinenko

Dopo i recenti sviluppi dell’annosa crisi diplomatica tra Londra e Mosca, con espulsioni incrociate di diplomatici a strettissimo giro di ritorsione tra le due capitali (qui e qui), mi sembra opportuno tornare sul caso Litvinenko con questo vecchio e rapido servizio riguardante la pietra prodiana dello scandalo in esame. Non tanto per avallare acriticamente la tesi Guzzanti-Scaramella, quanto piuttosto per continuare a far “correre la voce” su una vicenda a fortissimo rischio di insabbiamento sui canali informativi ufficiali.

Mi occupavo estesamente dell’affare qui e qui. Altro video in tema qui.



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permalink | inviato da Ismael il 22/7/2007 alle 11:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 luglio 2007

Un doge gay-friendly

Rispondendo a una domanda sul tema della famiglia – posta forse un po’ fuori contesto, essendogli stata rivolta a margine della presentazione pubblica di un rapporto economico – il presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan (FI), ha dichiarato: “In molti paesi dell’Est gli orfani sono tenuti in strutture più simili a lager che a orfanotrofi. Condizioni inaccettabili e scandalose. Piuttosto che condannare questi bimbi a una permanenza in simili lager, io sono favorevole a dare la possibilità anche alle coppie gay di poter adottare un bambino” [fonti qui e qui].
Alessandro Zan, presidente dell’arcigay veneta e interprete di un modello nel contempo risoluto e composto di militanza omosessuale (non per nulla Cecchi Paone ebbe a definirlo “democristiano dentro”), ha così commentato l’esternazione di Galan: “Il tema è sicuramente delicato. Certo le dichirazioni di Galan rompono un grande tabù trasversale visto che il segretario dei Ds Piero Fassino aveva espresso una posizione più arretrata di quella del presidente veneto” [fonte].
Mi trovo sostanzialmente d’accordo con il presidente di regione, e non da ieri, purché l’estensione del diritto di affidamento ai gay non intacchi la coerenza logica del discorso normativo pregresso in materia di legislazione familiare. L’assegnazione di minori a coppie omosessuali non può prescindere dalla comprensione, da parte dell’affidato, di essere accolto da una struttura affidataria che non rispecchia l’ordine naturale della procreazione, ma che si “limita” a offrirgli cure e opportunità impensabili all’interno di un orfanotrofio. La ragionevole presunzione di questa presa di coscienza in merito alla non-putatività della nuova sistemazione necessiterebbe forse di un limite di età, ma dopotutto su queste tecnicalità specialistiche non è impossibile trovare un ragionevole compromesso nelle opportune sedi legislative.
Il pieno riconoscimento dei diritti individuali ai gay, più in generale, si dovrebbe esprimere attraverso l’abbattimento delle barriere all’accesso nell'ambito delle “formazioni sociali”, di cui peraltro all’Art. 2 della costituzione italiana. Entro tale definizione, pertanto, ricadrebbe anche la regolare apertura di una casa-famiglia, ovviamente dietro il soddisfacimento degli stringenti requisiti psico-attitudinali richiesti per analoghi motivi anche agli eterosessuali.

Fuori tema, ma sempre a proposito di libertà civili, sottoscrivo dalla prima all’ultima riga questo editoriale antiproibizionista di Marco Taradash.




18 luglio 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

A quanto è dato dedurre da una frequentazione esclusivamente cinematografica della saga, l’enorme successo di Harry Potter va attribuito alla bravura di J.K. Rowling nel calare l’introspezione formativa dei suoi fantacollegiali rampanti in vicende autoconclusive a forti tinte gialle, armonizzando la (premeditata, dunque rigida) suddivisione dell’eptalogia in anni scolastici tramite la progressiva stesura di fili conduttori generazionali (i rapporti dei giovani protagonisti con le rispettive famiglie e/o fazioni), estetici (un brodo d’empatia decisamente gnosticheggiante) ed epici (la lotta contro Voldemort) che attraversano tutta la serie.
Da preponderante che era nei primi tre episodi, la componente mystery ha però scontato un’evidente rarefazione nel quarto, per poi letteralmente volatilizzarsi – assieme alla fanciullezza dei personaggi principali – nel quinto. A ulteriore detrimento dello specifico filmico e – ho il sospetto – letterario conservato dall’impianto narrativo generale di un’opera ormai ampiamente proiettata oltre il medio termine: ne rimane un apparato testuale privo di interposizione diegetica tra psicologia adolescenziale e ampio respiro politico. Cioè un contenitore vuoto di sostanza.
Checché ne dica tanta (troppa) critica mainstream, e come ripeterò fino allo sfinimento, nelle arti figurative il mezzo non è il messaggio. Per quanto la “morale” veicolata nel quinto capitolo di HP si rifaccia a valori assolutamente lodevoli – il rifiuto dell’omologante (e paralizzante) programmazione scolastica ministeriale, la critica della proliferazione legalistica, il bisogno di legami affettivo/educativi per riuscire a combattere il male dentro di noi – e funzionali all’apertura della cornice ambientale potteriana al mondo “fuori da Hogwarts”, nessun cambio di prospettiva sulle vicissitudini raccontate può giustificare la pressoché totale assenza di nucleo drammaturgico che pesa su L’Ordine della Fenice.
La crisi d’identità in cui versano le nuove avventure cinematografiche del britishmago è dovuta a una trasformazione narrativa che, a lume di naso, sembra avere in serbo spettacolari sviluppi (guerreschi?) per il gran finale dell’epopea. Ed è pacifico trasmettere tali mutamenti passando per reiterate panoramiche su sottotrame in predicato di convergere, di modo che purtroppo l’effetto-transizione ricada sull’adattamento filmico del libro attraverso la clausola di approvazione rowlinghiana alla sceneggiatura. Vincolo piuttosto contraddittorio, da parte di una scrittrice che inneggia all’antiautoritarismo, all’apertura mentale e all’indipendenza creativa; addirittura deleterio, se subito da registi facili ad appiattirvisi.
David Yates, similmente al suo predecessore Mike Newell, staziona a metà strada tra lo yesman Chris Columbus (autore dei primi due, bruttissimi film della serie) e il visionario Alfonso Cuaron (direttore dell’affascinante, ancorché malscritto, Prigioniero di Azkaban). Per cui, se appare semplicemente risibile illudersi di comunicare per immagini la “sprovincializzazione” del mondo potteriano con qualche ripresa aerea di Londra a volo di scopa, sono invece molto ben visualizzate da repentine distorsioni percettive le intrusioni mentali e le conseguenti lezioni di “occlumanzia” protettiva. Una cinepresa incline a qualche manierismo di troppo conosce sia momenti di solare banalità (il montaggio alternato tra le misure draconiane adottate dalla prof Umbridge e le lezioni clandestine autogestite da Harry e compagni) che simpatici controcampi (la suddetta professoressa si presenta nel refettorio e invoca “risa e applausi”, ma nelle tavolate non si muove una foglia; nel bosco Luna Lovegood dà a una bestia un pezzo di carne da mangiare a bocconate e poi la scena passa a Ron, che si ciba più o meno allo stesso modo). La morte di Sirius, staccando in ralenti sulla disperata reazione di Harry, cita apertamente la jacksoniana caduta di Gandalf ne La Compagnia dell’Anello. Notevoli i take di frangenti segnati da crolli rovinosi, come la frana dei decreti affissi al muro o la pioggia di ampolle nella stanza dei misteri: che il regista, caricando d’enfasi il tema visivo dell’implosione, abbia voluto mettere simbolicamente in guardia la sua datrice di lavoro sui rischi dell’allungo interlocutorio nello scrivere i libri e degli eccessi di “dirigismo” nel supervisionare le trasposizioni?
La sceneggiatura è costretta a saltare di palo in frasca; talora lasciando irrisolti alcuni discorsi (come il necessario chiarimento tra Harry e Cho, forse rimandato ai prossimi episodi), talaltra del tutto inutilmente (la parte riservata al “fratellastro” di Hagrid si poteva tranquillamente sforbiciare). Tra il cast spiccano Alan Rickman (Piton) e l’eccelso comprimario Gary Oldman (Sirius), al quale basta fare l’occhiolino per rubare la scena ai protagonisti; meno incisiva la recitazione “teatrale” di Imelda Staunton (Dolores Umbridge), che smorza la sensazione di presa diretta. I ragazzi, peraltro serviti da un copione abbastanza legnoso, sembrano sempre meno convinti di quello che fanno. Soprattutto Rupert Grint (Ron) è davvero sottotono.
Gli effetti visivi brillano nelle scenografie ma, come al solito, lasciano molto a desiderare quanto a creature digitali. La colonna sonora è estremamente raffinata ma manca di mordente, orfana com’è del grande John Williams. Il quale, a dispetto dell’ostracismo riservatogli dai musicologi di vaglia, conosce a menadito i due requisiti aurei della musica da film: semplicità ed efficacia (il cinema non è l’opera wagneriana).
In definitiva, un film di buon livello tecnico ma minato da inemendabili malformazioni congenite.

Il mio commento a Harry Potter e il Calice di Fuoco.

Alcuni interessanti spunti di riflessione libertari sulla poetica potteriana, chez Fausto Carioti e Leonardo Facco.

La parola agli esperti: “ogni ingrediente è al suo posto [...] la sceneggiatura di Michael Goldenberg rasenta la perfezione” [Miss Prissy]; “l'Ordine della Fenice, il dispotismo della Umbridge, l'Esercito di Silente, le paure di Harry restano tasselli di un puzzle a sé stanti, che non riescono ad unirsi, spesso solo descritti dal di fuori e non approfonditi” [Eco]; “nelle scene d'azione ci sono gli inciampi più evidenti, causati principalmente dall'incapacità di Yates a creare scene clou, climax forti” [Pungolo]; “Nell’anno delle metà oscure di storici personaggi, quella di Harry Potter funziona che è una malvagia meraviglia” [Alessio Guzzano]; “il delicato equilibrio fra il lato infantile e quello adulto, abilmente mantenuto negli episodi firmati da Chris Columbus, Alfonso Cuaron e Mike Newell, va a farsi benedire. Va bene passare all’età adulta. Ma di questo passo il povero Harry Potter rischia di finire in un talk show” [Fabio Ferzetti]

Addendum (28-07-2007) - Due belle recensioni di Harry Potter and the Deathly Hallows, a firma di Massimo Introvigne. Qui e qui.




17 luglio 2007

Liberalizzazioni: cosa resta da fare?/2

Vai alla prima parte.

Seguiva quindi il dibattito sul tema “cosa resta da fare?”, moderato da Gianfranco Fabi de Il Sole 24 Ore. Per gli interlocutori politici, il classico problema è stabilire se il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno. Secondo il diessino Franco Bassanini, per paradossale che possa sembrare stando alle contrapposte retoriche di parte, ha liberalizzato più il centrosinistra del centrodestra. Forse l’illustre esponente di Astrid dimentica la Legge Biagi e la riforma della Banca d’Italia, varate nel corso della passata legislatura, oltre che la pertinace contrarietà del suo partito a ogni ipotesi di intervento “aperturista” sulle fondazioni bancarie, ma non formalizziamoci. Anche perché, sul piano strettamente culturale, è molto più interessante evidenziare un appunto rivolto dall’ex ministro della Funzione Pubblica agli estensori dell’indice. Per Bassanini alligna un approccio sottilmente ideologico nel contemplare alla voce “liberalizzazioni” solo la libertà degli operatori di mercato: se incombe un monopolista, occorre infatti tener presente la necessità di adottare “misure temporanee pro-competitive”. In appena due battute, si è potuto toccare con mano il profondo divario che separa il mercato “di sinistra” da quello “di destra”. A Bassanini non passava neppure per l’anticamera del cervello di specificare se il “monopolista” a cui si riferiva fosse pubblico o privato, cioè se la sua posizione dominante derivasse da un’indebita ingerenza dello stato nei commerci umani oppure fosse lo sbocco “naturale” per certi segmenti di mercato (come quello dei computer). Il discorso si è chiuso poi con qualche lamentazione di prammatica riguardo le “larghe intese” elettorali, che impediscono agli esecutivi di seguire iter di governo ben definiti.
È toccato poi a Roberto Formigoni proseguire la discussione. Grazie ai “miglioristi” come Bersani e Bassanini – ha detto il presidente della Lombardia – le logiche di mercato hanno fatto breccia anche a sinistra. Ma con poco coraggio e molto a senso unico, ovvero colpendo di proposito solamente gli interessi del blocco sociale avverso. Strano come al governatore sfugga che, nei sistemi bipolari, gli assetti socio-economici si modificano un passo alla volta proprio secondo lo schema dei “turni di castigo”. Quando la dissertazione ha imboccato la temibile china delle “convergenze tra riformatori”, inoltre, si è avuta la netta impressione che tutto il ragionamento puntasse dritto verso le solite prospettive terzopoliste accarezzate da volenterosi sempre più impazienti. Invece Formigoni ha recuperato bene invocando la liberalizzazione della scuola e dell’educazione, la meritocrazia come opportunità per i meno abbienti, la sussidiarietà e l’antistatalismo come portato di un nuovo umanesimo politico, il federalismo fiscale come veicolo di trasparenza e oculatezza nel governo della cosa pubblica.
Roberto Mazzotta ha preso la parola stigmatizzando la dilagante ipocrisia di chi è liberale solo nel giardino degli altri. Ma soprattutto facendo notare che i liberalizzatori “di riva sinistra” come Bersani sono degli inguaribili regolatori che, seppure con benevolenza, guardano agli spiriti animali della concorrenza e della competizione come a belve da ingabbiare. C’è più “zoo” che “savana”, in altre parole, negli scenari immaginati dal socialismo di mercato. Scenari tutto sommato condivisi dall’opinione pubblica italiana, che è assai meno liberista di quanto si possa pensare. Quando poi il più promettente uomo politico europeo di oggi – ha concluso il presidente del Cda della Popolare di Milano – difende la tutela politica delle autorità bancarie continentali, è come una campana a morto che rimbomba.
Francesco Giordano ha invece ricordato che nel settore bancario non ha senso parlare di “liberalizzazione” tout court, poiché un quadro regolatorio del comparto è imprescindibile, ma è necessario sottoporre la regolamentazione specifica a un continuo monitoraggio critico. Considerazioni valide per qualunque ambito economico, a dire il vero: nessun mercato può fare a meno della rule of law, quale che sia la sorgente giuridica – consuetudinaria o positiva – di quest’ultima. Incalzato da Bassanini, il responsabile pianificazione, strategie e studi di UniCredit ha infine convenuto che l’attuale governo si stia impegnando più del precedente nell’obiettivo di rafforzare le autorità indipendenti, fondamentale per addivenire al “monitoraggio continuo” di cui sopra.
Tornando sul tratto intrinsecamente contraddittorio delle “bersanizzazioni”, che aprono i mercati regolamentando severamente poche formule contrattuali insindacabili, Alberto Marras (Fondiaria Sai) ha portato la discussione sul terreno del mercato assicurativo. Essenzialmente rimarcando che ogni iniziativa di apertura richiede assunzione di responsabilità e consapevolezza da parte di una clientela spesso intellettualmente e culturalmente pigra. Occorre pertanto che gli operatori contribuiscano attivamente alla formazione culturale dell’utenza, senza la quale diventa impossibile giudicare correttamente il numeratore del rapporto qualità/prezzo.
Leonardo Bellodi (Eni) si è difeso dall’accusa di scarsa liberalizzazione del mercato del gas spiegando che le ricette su cui si attarda la comunità internazionale, risalenti al 1996, sono ormai divenute inattuali. In quel periodo il petrolio – alla cui quotazione il gas naturale è agganciato – stava a 10$ al barile, perciò liberalizzare sul lato della domanda avrebbe incrementato la “forza contrattuale” dei paesi consumatori. Oggi, con la materia prima alle stelle e la progressiva statalizzazione dell’offerta, per raggiungere i tre scopi “aurei” della distribuzione (abbondanza, sicurezza, convenienza) occorre coordinare strategie di politica estera e industriale. Avrebbe insomma ragione Tremonti quando dice che, mentre noi europei facciamo il mercato comune, fuori allestiscono oligarchie comuni: io preferisco pensare che agli arroccamenti dirigisti del caudillo di turno si possa e si debba rispondere con la diversificazione dell’approvvigionamento e delle fonti energetiche, non con reazioni verticistiche di segno uguale e contrario. Stranamente non sono state approfondite le ragioni della riluttanza di Eni a scorporarsi da Snam, a mio avviso giustificate dalla poco allettante prospettiva di veder finire la rete gas in pasto al fondo prodiano denominato F2I.
Prima dei saluti di rito, Daniele Garofalo (Enel) ha fatto in tempo a osservare che l’ampia liberalizzazione del nostro mercato elettrico nazionale – largamente attestata dall’indice 2007 – è stata in parte vanificata dai costi delle materie prime e che, da solo, un mercato aperto non offre alcuna garanzia di fronte alle sfide globali (come la crisi climatica) e tecnologiche (in contesti liberalizzati nessuno fa le centrali nucleari).
L’ultimissima parola è stata nuovamente di Roberto Mazzotta, che ha ripreso il tema della diversità italiana in chiave di politica economica: le “due Italie” avanzano istanze diametralmente opposte anche in merito alle liberalizzazioni, e sarebbe insensato dare a entrambe le stesse risposte. Analisi dialetticamente brillante ma politicamente inservibile, temo.

(2.Fine)




16 luglio 2007

Liberalizzazioni: cosa resta da fare?/1

Nel tardo pomeriggio di Giovedì, l’Istituto Bruno Leoni ha presentato ufficialmente il suo Indice delle liberalizzazioni 2007, il primo tentativo di misurare il grado di apertura dei mercati italiani e di divulgare gli esiti del rilevamento al grande pubblico. Il convegno si è svolto in forma di tavola rotonda, grossomodo tra le 18.00 e le 20.00, nella maestosa cornice architettonica offerta dai saloni di Palazzo Clerici (Milano).
Lo spirito rigorosamente non-partisan dell’iniziativa trova pronta conferma nella variegata estrazione politica e professionale dei relatori intervenuti. Quale rappresentante del maggior patrocinatore dell’evento (Google Italia) ha aperto i lavori Andrea Salvati, che non poteva esimersi dal convogliare i lineamenti generali dell’argomento dibattuto su qualche spunto di riflessione a carattere (anche) promozionale. Nel suo discorso ha avuto ampio risalto il tema della democratizzazione della domanda attraverso la digitalizzazione del sapere. In altre parole, Salvati ha voluto sottolineare come tramite internet e i motori di ricerca il consumatore possa “autoprofilare” le sue necessità in misura sempre maggiore. Il lancio dei prodotti – di qualunque genere: finanziari, telematici, multimediali – avviene perciò in modalità betatesting, vale a dire in un’ottica di avvicinamento progressivo tra proposta dell’offerente ed esigenze dell’acquirente. L’utilizzo delle parole-chiave provvede ad agevolare il marketing mirato, quindi contribuisce di fatto a liberalizzare i mercati globali. Interessanti le due code provocatorie all’intervento. Una, lanciata all’IBL parafrasando l’intuizione di Thomas Friedman relativa all’«indice McDonald’s» (che individua un rapporto di proporzionalità inversa tra il tasso di conflittualità globale e l’espansione planetaria della nota multinazionale), è l’idea di mettere a punto un «indice Google» sulla stessa falsariga. L’altra, rivolta invece al mondo delle pubbliche amministrazioni, rimprovera alla politica una scarsa attenzione nei confronti dei nuovi media: mediante opportune convenzioni con i motori di ricerca, alcuni flop comunicativi (Tfr docet) si sarebbero potuti evitare.
Dopo questa prolusione “preparatoria”, la parola è passata all’instancabile Carlo Stagnaro, che ha illustrato la filosofia e la metodologia seguite nell’elaborazione dell’indice. Innanzitutto, misurare il grado di liberalizzazione equivale a quantificare il tratto che rimane da percorrere sulla strada di una completa apertura dei mercati italiani. Adottare l’approccio analitico delle scuole di Chicago e di Vienna nel definire il concetto di “mercato liberalizzato”, poi, consente di utilizzare coordinate di valutazione agili e intuitive: il livello di interposizione legale all’accesso; l’interventismo della mano pubblica; la distinzione tra liberalizzazione e consumerismo; l’attenzione più per la cornice regolatoria che per i risultati finali dei processi di mercato (nessuna fobia per le famigerate “posizioni dominanti”, in pratica). Grandezze che permettono di comparare lo scenario italiano a dei benchmark, ossia competitori di riferimento, selezionati tra le nazioni più “mercatiste” dell’area europea. Fatta 100 la libertà economica di questi elevati termini di paragone in otto settori-pilota (elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto ferroviario, trasporto aereo, poste, professioni intellettuali e mercato del lavoro) ed espressa la situazione italiana disaggregata tramite altrettante percentuali qualitative, la media non pesata di tali valori fornisce il risultato cercato. Ne esce un paese libero al 52%, cioè a metà. Promossi solo elettricità (72%) e trasporto aereo (66%), per motivi opposti: buona volontà – spesso ricompensata con il dirigismo strategico dei partner limitrofi – nel primo caso, paletti comunitari nel secondo. Cinque settori stazionano tra il 40 e il 60%, mentre la maglia nera spetta alle poste (38%). Tirando le somme, le riforme si sono iniziate ma attraversano una fase di stallo; il che significa aver pagato i costi del parziale rinnovamento apportato nell’ultimo quindicennio senza averne potuto godere i benefici.

Vai alla seconda parte
 

(1.Continua)




8 luglio 2007

Operazione "coronaria" - Domani, un anno fa




5 luglio 2007

La battaglia che fermò l'impero romano

di Peter S. Wells
260 pp., Il Saggiatore, € 19

Oggi Kalkriese è un villaggetto della Germania nordoccidentale, sperduto tra plaghe boscose e paludose. Forse un turista digiuno di storia antica stenterebbe a credere che proprio qui si sia consumato un evento bellico che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità. Eppure, dopo le campagne di scavi condotte in situ nel 1987 da Tony Clunn, ufficiale britannico appassionato di numismatica antica, i sospetti di Zacharias Goeze prima e del grande Theodor Mommsen poi divennero certezze. La scoperta di numerose coniazioni romane recanti la contromarca VAR stampigliata in esergo, intersecata al rinvenimento di reperti quali depositi rituali barbarici e strumenti chirurgici da campo, localizza l’areale in cui – correva l’anno 9 d.C. – Publio Quintilio Varo si vide distruggere in un‘imboscata le tre legioni imperiali XVII, XVIII e XIX: la celeberrima selva di Teutoburgo.
Peter S. Wells, professore di antropologia all’Università del Minnesota e archeologo, si avventura nella riscoperta di una delle più tragiche disfatte di Roma con un approccio conoscitivo tipico di molta storiografia divulgativa anglosassone. Per ragioni metodologiche, in quanto predilige l’analisi empirica dei riscontri archeologici alla collazione delle fonti storiche specifiche, esplicitamente e ripetutamente affermando la superiorità scientifica dei primi sulle seconde. Ma anche e soprattutto per motivi concettuali, poiché il saggio in esame si muove con estrema scioltezza nell’ambito di quel revisionismo storico, abitualmente anglo-germanico, tutto teso a ridimensionare il contributo della latinità alla formazione dell’odierna civiltà occidentale. Così una disinvolta interpretazione dei ritrovamenti avuti in territorio tedesco induce l’autore a romanzare, forse un po’ tendenziosamente, i buchi documentali sulla storia germanica antica con dettagli tanto ipotetici quanto reiterati.
Che Arminio progettasse l’agguato già sin da quando, giovane e ambizioso capotribù dei Cherusci, aveva potuto studiare l’assetto tattico e strategico dell’esercito romano servendo in Pannonia in qualità di ausiliario; che i romani tratteggiassero etnografie sprezzanti e approssimative dei popoli loro sottomessi; che le cronache latine della battaglia e della sua cornice ambientale siano inaffidabili perché partigiane. Si tratta di speculazioni magari accattivanti, ma di spessore analitico pari a zero e che, unite a ridondanti paginate di notizie storiche già note (per esempio il lungo excursus sull’età augustea), mettono seriamente a repentaglio la fruibilità complessiva del testo.
L’accurata preparazione della “battaglia” – meglio sarebbe in effetti parlare di massacro – da parte della koiné germanica radunata a Teutoburgo, però, si ridusse a una sapiente scelta del luogo in cui far scattare la trappola mortale. Sorprendere le colonne di Varo nella strettoia melmosa compresa tra gli acquitrini di Lütterkrug a Nord e le pendici verdeggianti dell’omonimo monte Kalkriese a Sud fu una tattica vincente, ma la caratura strategica dell’episodio non va oltre la premeditazione di una carneficina indiscriminata. E proditoria: Arminio, cittadino romano onorario insignito del grado di Equestre, era considerato un fedele alleato dell’impero. Comunque sia, l’ambiente ostile e l’effetto sorpresa impedirono all’esercito romano di far valere la sua superiorità tattica, organizzativa e tecnologica sul nemico: tra stagni e pantani, il pesante equipaggiamento dei legionari (48 chili tra armi, scudo e zaino) divenne una zavorra letale, specie sotto l’improvvisa pioggia di aste e proiettili metallici che investì i romani durante le prime fasi del combattimento. Si calcola che i circa quindici-ventimila barbari trincerati sul pendio naturale del Kalkriese riuscissero a lanciare qualcosa come venticinquemila pezzi d’artiglieria ogni venti secondi.
L’impero romano aveva davvero sottovalutato in modo tanto clamoroso la forza e il progresso militare dei popoli germanici? Scrive Wells: “Gli scrittori latini osservano che le bande dei barbari attaccavano con violenza, ma si ritiravano quasi subito in evidente disordine, e attribuiscono questo comportamento all’inferiorità militare e alla loro carente organizzazione. In realtà, è evidente che i guerrieri germanici sapevano bene ciò che facevano: le loro tattiche e strategie erano perfette per l’ambiente in cui si trovavano e per affrontare quel tipo di nemico”. Poi riprende la descrizione fatta da Giulio Cesare delle tribù germaniche: “Tutta la loro vita è impiegata nella caccia e nell’esercizio assiduo delle armi; fin da piccoli si impegnano in attività dure e faticose [...]. Non si occupano molto di agricoltura e il vitto consiste prevalentemente in latte, formaggio e carne”. Infine chiosa: “Gli autori successivi, come Strabone, Tacito e Dione Cassio, attinsero le loro concezioni antropologiche da Cesare, e lo stesso vale per capi politico-militari quali Augusto, Druso, Tiberio e Varo”. Tuttavia Druso e Tiberio condussero campagne militari vittoriose negli stessi teatri bellici di Varo, quindi gli argomenti dell’autore arrivano a spiegare solo una parte della verità storica. Anzi, è curioso come la documentazione latina, laddove Dione Cassio indugia sulle numerose e micidiali imboscate tese dagli indigeni al succitato Druso nell’11 a.C., divenga magicamente obiettiva e affidabilissima a intermittenza. Forse, inoltre, l’autore ignora che Tacito, nei suoi Annali, dedicava annotazioni molto argute alla condotta dei germani in battaglia: “Cesare Germanico, incendiata Mattio (capitale della tribù dei Catti) e devastate le campagne, ritornò verso il Reno, senza che il nemico osasse molestare alle spalle i Romani al loro rientro, come era solito fare quando si ritirava più per motivi tattici che per paura” (Ann., I, 56). Parole che lasciano trasparire ben altra consapevolezza della mentalità barbarica, rispetto a quella altezzosamente attribuita da Wells agli storiografi romani. Commettendo l’errore di minimizzare il “prima” e il “dopo” Teutoburgo, lo studioso nordamericano perde di vista il vero motivo per cui Roma rinunciò ad annettersi organicamente le regioni delimitate dal Reno, dal Danubio e dall’Elba. Sono appunto le spedizioni “punitive” capitanate da Germanico fino al 16 d.C. a dimostrare che l’impero poteva agevolmente conquistare le terre nordiche, ma che il gioco non valeva la candela. A differenza dell’ubertosa Gallia, infatti, la Germania era una distesa di lande desolate e inospitali, abitate da popolazioni in continua agitazione insurrezionale. Perciò dovette risultare evidente che la riscossione di tributi non sarebbe stata sufficiente a coprire gli ingenti costi di occupazione.
Mossi questi rilievi, occorre nondimeno riconoscere che il libro riesce a farsi perdonare le ripetute imprecisioni che lo attraversano. In primo luogo per l’efficacia dimostrata dal saggista nel trasportare quasi fisicamente il lettore sul campo di battaglia, tra romani terrorizzati e barbari ebbri di sangue, con un registro narrativo apertamente debitore del moderno peplum guerresco. Un assaggio: “All’inizio, le ultime file della colonna non si erano rese conto di ciò che stava accadendo davanti. Come in un tamponamento stradale a catena, i soldati cadevano e facevano mucchio. Intanto le aste continuavano a volare tra le migliaia di fanti sul sentiero [...]. La scena era dominata dal caos più assoluto: aste che piovevano come grandine, uomini che crollavano e boccheggiavano, quelli incolumi che lottavano per rimanere in piedi, mentre i cavalli imbizzarriti e i muli con i carri investivano il grosso delle truppe. Nel giro di qualche minuto, migliaia di fanti romani giacevano a terra, morti o moribondi, trafitti dalle aste, mentre altri lottavano per sollevare gli scudi a propria difesa”. Una ricostruzione tanto frizzante e movimentata da trasmettere più il talento dello sceneggiatore che quello dello studioso.
In secondo luogo, Wells ha ragione nel rimproverare a Ottaviano Augusto un deficit di comprensione dello stato di avanzamento dell'espansione romana in territorio germanico. Ritenuta completata l’acquisizione di nuove province dopo le spedizioni di Tiberio (8-6 a.C. e 4-5 d.C.), Enobarbo (6-2 a.C.) e Vinicio (2 a.C.-4 d.C.), l’imperatore considerò pacificata la regione e vi inviò un esattore del fisco o, meglio, un prefetto di polizia: Varo, per l’appunto. Tale grave sbaglio fu la causa della successiva mala parata. Il nuovo legato era esperto nell’amministrazione di dominî consolidati, non nel comando militare di frontiera.
Infine l’autore fa correttamente notare come, dopo Teutoburgo, la storia abbia mutato profondamente il suo corso quali che siano state le reali “condizioni al contorno” dell’evento di specie. Il Reno divenne – ed è rimasto fino a oggi – il confine tra mondo latino e mondo germanico. E ben si capisce, allora, come nell’Europa di lingua tedesca questa battaglia sia assurta a leggendario paradigma di indipendenza, riecheggiato anche da opere come Il canto dei Nibelunghi, e per quale ragione il nome di Arminio sia stato erroneamente teutonizzato in Hermann da Martin Lutero. La mitizzata figura del cherusco ribelle fa da capostipite dell’identità nazionale tedesca ed è rimasta nei secoli un simbolo della lotta contro l’ingerenza romanza, vestisse i panni della Chiesa di Roma o dell’imperialismo napoleonico. Tanto che ancora oggi a Detmold, la località turistica più frequentata della Germania, titaneggia l’ottocentesca statua di rame del barbaro, alta 27 metri e con la spada sguainata verso la Francia, a severo monito contro le aggressioni dei latini.
Peccato che, negli ultimi centocinquant’anni, le “aggressioni” abbiano seguito direttrici geografiche esattamente opposte a quelle propagandate dal Romanticismo.



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