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Sarko e Silvio

Nicolas Sarkozy, leader della destra repubblicana francese, sale all’Eliseo con oltre il 53% dei suffragi contro la socialista Ségolene Royal. Alla notizia della vittoria di Sarko, i politici italiani non hanno resistito alla provincialissima tentazione di mettere il cappello sugli esiti delle presidenziali d’oltralpe. Romano Prodi spaccia la mancata ibridazione in salsa ulivista tra socialisti e centristi come causa primaria della debacle franco-progressista; curioso, per l’amministratore delegato del cartello politico-elettorale che a lungo ebbe a decantare l’uninominale a doppio turno come eccellente strumento a salvaguardia dell’indipendenza decisionale dei cittadini. La Repubblica di stamattina dedica titoloni scatolari alle voci (tutte da confermare) che ventilano l’imminente nomina di un esecutivo per metà al femminile; la lezione di Zapatero e l’effetto-donna prodotto dal carisma “rosa” di Ségolene avrebbero impresso un inconfondibile tratto “de sinistra” all’indole di Sarkozy. Eppure sono pronto a scommettere che il neoeletto presidente non arriverà mai a baloccarsi con le palingenesi omonuziali, avendo egli molto a cuore un riconoscimento dei diritti che passi attraverso l’analisi di congruità – non già l’equiparazione a priori – delle rivendicazioni sociali. Né Sarko dà l’impressione di voler elevare la demoscopia a metodica portante della democrazia: il nuovo presidente assumerà iniziative politiche verosimilmente senza scaricarne le responsabilità sugli ultimi sondaggi d’opinione.
“Paese che vai, conservatore che trovi”, sembrano voler dire gli zapateros e gli zapatories nostrani alla koiné destrorsa d’Italia. Guardate quant’è cavalleresco Sarko, che appena eletto dice ai suoi: “Il mio primo pensiero va a Madame Royal. Ho rispetto per lei e per le sue idee, in cui tanti francesi si sono riconosciuti. Rispettare Madame Royal è rispettare i milioni che hanno votato per loro. Un presidente deve amare tutti i francesi”. In realtà l’anomala contrapposizione bipolare che ha contraddistinto la nostra cosiddetta “seconda Repubblica” nasce con Mani Pulite, allorquando un rinato fronte popolare di maggioranza relativa, forte dell’appoggio dei settori più politicizzati della magistratura requirente, si apprestava a rendere l’Italia inabitabile per chiunque non fosse comunista o giù di lì. La celebre “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, con rocambolesco tempismo, seppe porre un argine alla deriva antidemocratica che si prospettava anche grazie al capestro maggioritario su cui avrebbero dovuto immolarsi i residuati di una classe politica ampiamente screditata in seguito all’alzamiento dipietrista. In quello scenario, la leadership carismatica del Cav esibì le peculiarità che costituiscono tuttora la sua forza e nel contempo la sua debolezza: grande sostegno popolare, ma formazione del consenso esile e aleatoria; suggestione ed entusiasmo epidermici, quasi da curva, ma aggiramento giocoforza provvisorio del dissenso interno al partito e alla coalizione, con l’apnea dei nipotini di Fanfani e di Almirante esplosa durante il quinquennio di governo 2001-2006. Per cui occorreva e occorre diffidare delle aspirazioni sinistrorse a una destra “presentabile”, perché dietro alla retorica perbenista si nasconde solo la malcelata insofferenza verso un avversario competitivo ancorché perennemente estemporaneo: chi coccola Fini vorrebbe vincere facile (con un postmissino oltre il 45% non si va, e sono ottimista), mentre chi carezza Casini pensa già ad azzopparlo per via giudiziaria (nulla di più facile che trovare scheletri nell’armadio di un postdemocristiano).
Dimenticando le miserie di casa nostra e tornando in Gallia, viene da pensare che l’italianità e la francesità – malgrado scorrano nel comune alveo neolatino – rappresentino categorie sistemiche diametralmente opposte. Lo statalismo cartesiano dei francesi, che consente alla politica di esprimersi attraverso partiti molto strutturati e di gestire la pubblica amministrazione con geometrico (e dispendioso) coordinamento dei vari livelli di governo, è il contrario formale e sostanziale della congerie di interessi particolari di cui brulica il Belpaese – gli assetti istituzionali del quale, guardacaso, affondano le radici proprio nel fallimentare tentativo di scimmiottamento francofilo azzardato circa un secolo e mezzo fa dalla ristretta élite di benpensanti liberal-sabaudi che unificò il Paese. Oltralpe, quindi, le personalità politiche si affermano grazie al sistema; in Italia si mette in evidenza la scaltrezza di chi sa aggirarlo, o tutt’al più si guadagna sul campo il marchio del “politico di razza” colui che sa oliare gli addentellati giusti dell’ingranaggio: il già citato Casini offre un ottimo esempio di questo secondo idealtipo.
Logico che in un contesto come quello francese emergano splendide figure di politico puro: De Gaulle, Pompidou, Giscard, Mitterand. Qui si tende a preferire il Sarkozy della prima ora, spregiudicato al punto di provare a “uccidere il padre” Chirac (preferendogli Edouard Balladur nel 1995) e di rompere sul piano ideologico con il laicismo di stato datato 1905, ma anche capace di riassorbire la dura sconfitta al referendum per l’autonomia della Corsica tenutosi nel Luglio 2003. So già che il Sarko "in carica" potrà solo deludere chi vagheggia un’impossibile rigenerazione liberista nel cuore della vecchia Europa: alcune idee lanciate dal neopresidente in campagna elettorale, come la politica attiva dei cambi da parte della Bce o il controllo degli appalti pubblici a favore della piccola impresa nazionale, hanno un chiaro retroterra dirigista e antiliberale. Ma è affascinante osservare come oltralpe l'avvincente miscela di radicalismo e conservatorismo proposta da Sarkozy – in cui spicca il sacrosanto principio secondo cui identità culturale arricchibile, merito, autodisciplina e legalità siano eccezionali strumenti a tutela dei più deboli – si sia potuta affermare seguendo la via maestra, e non entrando dalla porta di servizio a suo tempo spalancata in Italia da un noto imprenditore brianzolo.
Il gollismo, come si vede, è sopravvissuto a De Gaulle. Ma il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi?

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Pubblicato il 8/5/2007 alle 15.6 nella rubrica Diario.

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