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Note a margine di "Sex crimes and the Vatican"

Mentre i vertici RAI si interrogano sull’opportunità della sua messa in onda, il documentario Sex Crimes and the Vatican, prodotto dalla Bbc, spopola su internet anche nella versione sottotitolata in italiano, totalizzando oltre mezzo milione di contatti.
Si tratta di un’inchiesta sulla pedofilia nel clero cattolico, condotta tra Irlanda, Stati Uniti e Brasile da Colm O’Gorman, un uomo che in giovane età subì violenza carnale da un prete. Il servizio si pone soprattutto l’obiettivo di dimostrare l’oggettiva connivenza delle gerarchie ecclesiastiche con i pedofili in abito talare, deducendone gli estremi dalle raccomandazioni all’insabbiamento contenute nella circolare a uso interno denominata Crimen Sollicitationis.
L’intelaiatura sintattica del video in questione rivela una buona dose di retropensiero anticattolico non tanto per l’unilateralità testuale (si ascolta solo la voce dell’accusa) o per una scena madre di sapore ienesco (domande scabrose a un vescovo intercettato senza preavviso), quanto per l’accurata selezione del collante simbolico. Ammessa senza riserve la veridicità di tutte le testimonianze raccolte (pur nutrendo qualche dubbio su Oliver O’Grady, ex prete reo confesso di violenze pedofile plurime, protagonista di un confessionale probabilmente recitato a soggetto), non si può infatti negare come alcuni profilmici veicolino metafore inequivocabili. Le soprascritte in inglese, che in numerosi intermezzi subentrano graficamente a scottanti spezzoni di testo latino, vogliono gettare l’ombra della reticenza già sulla lingua morta tuttora adoperata dalla Chiesa. Il tramonto del Sole, catturato nel finale, simboleggia poi il declino dell’ultima istituzione antica rimasta radicata nel cuore del mondo occidentale, associandone la parabola discendente alla suprema violazione del suo stesso magistero fondante: l’omertoso silenzio su abusi perpetrati contro bambini indifesi a opera di ministri di culto.
Il fenomeno della pedofilia negli ambienti cattolici, in realtà, va inquadrato in un’ottica più ampia rispetto a quella cara al tradizionale antipapismo britannico. Innanzitutto va ripristinato un minimo di rigore lessicale sul tema: come fa notare Costanza Stagetti, il termine “pedofilia” indica l’attrazione sessuale verso individui in età prepuberale, quindi dai tredici anni in giù. Il desiderio verso adolescenti sessualmente maturi ma sotto l’età del consenso, che è di 18 anni nella legge civile e di 16 per il diritto canonico, va invece sotto il nome di efebofilia. Pare che la maggioranza degli episodi presentati dalla cronaca come “pedofilia” rientri in questa seconda casistica. La Chiesa ha tutto l’interesse a non chiarire l’equivoco, poiché altrimenti dovrebbe ammettere di fronte all’opinione pubblica il vero motivo dell’esclusione degli omosessuali dai seminari. Sollevando il vespaio di polemiche che è facile immaginare, ma anche rivelando le crescenti difficoltà riscontrate dalla prassi educativa cattolica nel coniugare la severità con il peccato alla misericordia verso il peccatore. Vale a dire nel far collimare il suo insegnamento etico (“cos’è il bene”) con quello morale (“come comportarsi per fare il bene”) nel contesto di una modernità che arriva a secolarizzare gli stessi centri di formazione del clero.
Nella Lettera ai Vescovi, firmata dall’allora cardinale Ratzinger, si prescrive che il delitto commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni sia di competenza diretta della Congregazione per la Dottrina della Fede; per cui è lecito ritenere che, nel segreto delle stanze parrocchiali o magari vaticane, certi abusi siano stati puniti con molta durezza.
Ciò malgrado, un’autorità civile laica non può permettere che l’area giurisdizionale di sua competenza sia costellata da enclave giudiziario-confessionali, al cui interno il rispetto delle leggi non costituisca la “norma” bensì una concessione del sovrano di una nazione straniera. Anzi, in uno stato di diritto occultare alla giustizia i responsabili di un reato non può che configurare la fattispecie penale del favoreggiamento.
In definitiva, è l’atteggiamento del Papa a lasciare interdetti: a Benedetto XVI basterebbe veramente ordinare che non si lavino più “in famiglia” i panni sporchi dei preti pedofili per tacitare molte voci critiche. Ma una simile presa di posizione, evidenziando l’inadeguatezza delle tradizionali strutture pastorali ecclesiastiche a prevenire autonomamente il male al loro interno, aprirebbe vieppiù la strada a un cristianesimo pentecostale, fuor di gerarchia. Contribuendo di fatto a ridurre la Chiesa Cattolica a una setta tra le tante: può un Papa imboccare sua sponte quella china?

Vai a vedere: Jim Momo, In onda, ma non nell’arena faziosa di Santoro; Il Dialogo, Dossier sulla pedofilia

Pubblicato il 23/5/2007 alle 9.42 nella rubrica Diario.

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