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Un altro partito dei liberali? No, grazie

Ora che ha finalmente riposto la grancassa scordata del laicismo militante tra i rifiuti ideologici ingombranti, Daniele Capezzone si è calato nella parte del gentiluomo liberale. Moderato nei toni ma intransigente sui contenuti, l’ex delfino pannelliano coltiva da qualche tempo ambizioni da leader. Parla ormai al passato prossimo dell’iniziativa extraparlamentare avviata con i Volenterosi (“È stata un’esperienza davvero straordinaria”), ma si appresta a varare un movimento d’opinione “esplorativo” il prossimo 4 Luglio. I padri nobili evocati al battesimo della nuova avventura capezzoniana sono alcuni fuoriclasse della scena politica internazionale: Sarkozy, Blair, Aznar, Giuliani, Thompson, Anders Borg (il neoministro delle Finanze svedese). Eccetto l’uscente premier britannico, si tratta di un vero e proprio empireo della destra liberale contemporanea.
Non mi richiamo per caso all’attributo di “destra”, in questo periodo così prodigo di rigurgiti qualunquisti, nel riferirmi alla famiglia liberale. Benché neghi di voler dare vita all’ennesima, incongrua “Italia di Mezzo” (“Non ha senso avere velleità terzopoliste”), l’ex segretario radicale sembra comunque vagheggiare una fidelizzazione partitica sulla deprimente falsariga, se non proprio del vecchio PLI, perlomeno di una mimesi destrorsa della Rosa nel Pugno. Certo, l’appoggio condizionato al più appetibile e bendisposto dei due poli – il nuovo network intende infatti lanciare una “offerta pubblica di alleanza” al sistema politico italiano – vorrebbe far trasparire un approccio diverso, meno rigido, al mercato delle intese programmatiche. Niente “ultimi giapponesi”, insomma.
Eppure è evidente l’estremo bisogno di “discontinuità” che un’importante fetta del riformismo sente di dover convogliare lontano dal governo Prodi, già sclerotizzato ad appena un anno dal suo insediamento. La necessità di rompere con frequenza sempre maggiore i legami strategici allacciati con le parti politiche realisticamente a disposizione, unita all’annosa nostalgia di una “casa comune” per i pronipoti di Sella e Cavour, è però sintomatica dell’immaturità e dell’incongruenza che contraddistinguono molti liberali italiani.
Dopo essersi meritoriamente battuti per l’introduzione di regole maggioritarie e “spartitizzanti” nella competizione elettorale nostrana, quindi dopo aver spostato il giudizio dei votanti dalle bandiere alle persone, è una straziante contraddizione in termini inseguire il miraggio di una rinata unità liberale. Struggersi nel ricordo del passato può risultare comprensibile per i democristiani, che se non altro possono a buon diritto sostenere di rimpiangere il perduto ruolo di potenza egemone. Ma che senso avrebbe resuscitare un simbolo capace, nella sua uscita migliore, di calamitare appena il 7% dei consensi? Quale forza contrattuale avrebbero mai i liberali, concentrandosi in un simile cronicario per lungodegenti?
Dopo il crollo del comunismo, al liberalesimo si è presentata l’occasione per ridiventare una episteme, un seme capace di fecondare sterminati terreni di coltura intellettuali senza rinsecchire in uno sterile purismo. Con la diaspora post-Tangentopoli, voci liberali si sono potute levare dalla stragrande maggioranza delle nostre forze politiche.
Oggi, ancora una volta, la prospettiva di un lungo e faticoso lavoro di sensibilizzazione culturale – giocoforza interno a due schieramenti alternativi, conservatore e progressista – spaventa gli impazienti fautori di un “ritorno alle origini” destinato al fallimento operativo, prima che segnato da un grave equivoco di fondo. L’idea che esista un “ottimo ideologico” inscritto nel triangolo liberale-liberista-libertario, infatti, è suggestiva ma retorica. Uno dei refrain più battuti dai lobbysti del liberalismo settario recita che “un liberista contrario al matrimonio gay o alla liberalizzazione delle droghe è in realtà un conservatore”. Frase di sicuro effetto, ma incapace di formalizzare una tassonomia politicamente invariante: rimanendo alla griglia tematica di cui sopra, come definire chi – come me – tendenzialmente liberalizzerebbe tutte le droghe (non senza immaginare un severissimo apparato deterrente, beninteso), trova che il matrimonio gay rappresenti un’evoluzione espansiva del welfarismo e si ritiene ultra-liberista?
Osservato che è impossibile quantificare in assoluto, al di là dello spazio e del tempo, il quoziente individuale di liberalismo, meglio marciare divisi e contaminarsi che rinchiudersi in una caserma costruttivista capace solo di annichilire la nostra ragion politica.

Due eccellenti riflessioni sul tema dell’unità liberale, da angolazioni diverse ma convergenti: Alberto Mingardi, Dino Cofrancesco. Sulla sostanza di cui sono (erano) fatti i Volenterosi: Zamax.

Addenda fuori tema sulla discesa in campo di Veltroni, visto che le circostanze lo richiedono: La pulce di Voltaire, The Right Nation, L’Occidentale, Mario Sechi.

Pubblicato il 28/6/2007 alle 9.5 nella rubrica Diario.

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