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Papa e Sapienza, Fede e Ragione

L’estrapolazione tendenziosa di frammenti documentali, nel caso di papa Benedetto XVI, è assurta a strumento principe della campagna di discredito intellettuale che, presso aree culturali ben precise, Joseph Ratzinger ha suscitato fin dalla sua elezione al soglio petrino. La sintesi brutale di prolusioni molto articolate, con relativo spin mediatico, ha messo la vittima designata nella posizione di dover scegliere tra due alternative parimenti sfavorevoli: accettare il contraddittorio nei termini definiti dai detrattori del momento – ponendosi di volta in volta come avvocato della “superstizione religiosa” (quando a chiamarlo in causa sono i laici) o del primato cristiano cattolico (laddove sorgono problemi di dialogo interreligioso) – oppure farsi da parte – prestando il fianco all’accusa (fondata, come dirò nel seguito) di vittimismo.
Prendi il polverone sollevato dalla lectio di Ratisbona. In quell’occasione la stampa affibbiò al pontefice il poco ecumenico pensiero del Paleologo – che riassumo sbrigativamente a mia volta: nell’Islam ci fu del buono e del nuovo, ma il buono non era nuovo e il nuovo non era buono, ovvero: molti cristiani sono malvagi nonostante il Vangelo e molti musulmani sono buoni nonostante il Corano – senza fornire ad esso il corredo argomentativo del caso. Cioè che da un punto di vista razionale si ha gioco facile a mettere con le spalle al muro un Dio come quello islamico, così arcigno e monista, in base alla banale constatazione che “al di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui” (Messori). Detto altrimenti: il Dio amato e pregato per fede non esclude il Dio necessario postulato razionale, e viceversa, purché le sue “credenziali” forniscano un riferimento coerente sotto entrambi quegli aspetti.
Nella controversia sorta in vista della visita papale all’inaugurazione accademica della Sapienza si rimescolano, su un piano più strettamente epistemologico, analoghi ingredienti teoretici. In uno scritto pubblicato nel 1992, l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio esaminava “la crisi della fede nella scienza” rifacendosi alle considerazioni di due filosofi come Bloch (marxista) e Feyerabend (anarchico). Il primo, da buon materialista dialettico, vede negli assetti e nelle brame di potere l’unico motore dei processi storici, per cui legge il caso Galileo alla luce di questa assunzione ideologica. Il secondo, invece, critica le tesi dell’astronomo pisano partendo da premesse di tipo relativista-idealista. Quindi, in buona sostanza, prende le distanze dal cosiddetto “scientismo”, ossia della dottrina che considera la scienza l’officina permanente della verità. Chiosa il futuro papa: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica”.
Ciò significa che il rapporto tra fede e ragione si può intendere come l’appartenenza di una ragione ristretta, analitica e computazionale, al più ampio insieme della ragione estesa, nel cui ambito l’intuizione e la fiducia sono meccanismi gnoseologici imprescindibili. Negare che le facoltà intellettive si possano segmentare e classificare secondo scopi indipendenti dalla Grazia (come fa l’Islam) equivale a sovrapporre in toto immanenza e trascendenza ma, per converso, assolutizzare la razionalità “geometrica” (alla maniera di certi laiconi) mette in campo tronfi riduzionismi come appunto lo scientismo e il relativismo (caso da manuale di opposti simpatetici) e scade nella mediocre metafisica utilitarista delle “leggi storiche” (di cui la caduta tendenziale del saggio di profitto o il ristagno secolare sono solo i due esempi più eclatanti).
Detto tutto questo, Benedetto XVI dovrebbe avere il coraggio di affrontare e di rettificare i dibattiti di massa sollevati dalla sua parola. Si possono comprendere le preoccupazioni della Santa Sede in merito alle sorti dei cristiani in terra ostile, che aiutano a spiegare l’atteggiamento rinunciatario della diplomazia vaticana in circostanze come quelle post-Regensburg, ma la defezione papale di cui si è avuta notizia ieri è un gesto effettivamente ambiguo ed equivocabile.
Ambiguo perché il pontefice, nella sua veste di autorità intellettuale, dovrebbe rispondere alle contestazioni specifiche con i dovuti rilievi: nel caso di Galileo Galilei, Ratzinger parli di etica. Al di là del giudizio di “laicità” per il cardinale Bellarmino, che giustamente invitava l’inquisito a difendere una tesi e non a proclamare una verità inconfutabile, il papa dica cioè se il relativismo storico (con cui si “contestualizzano” gli avvenimenti del passato) può fare il paio con il relativismo etico. Vogliamo giustificare l’irrogazione dell’abiura a Galileo e, sulla stessa falsariga, i crimini dell’Inquisizione e la cacciata degli ebrei dalla Spagna solo sotto il profilo contestuale o anche sotto quello morale? Nel secondo caso, inciamperemmo in uno storicismo etico madornale, per l’istituzione che tanto si spende in difesa del “fatto” morale, della permanenza del Bene.
Equivocabile in ragione del messaggio che rischia di far passare, vale a dire che far cagnara paga. Con una struttura come quella ecclesiastica alle sue spalle, B16 è in grado di far fronte a simili contrattempi in modo tutto sommato agevole, per non dire vantaggioso. Ma che fine faranno, se bastano le proteste dei facinorosi organizzati, le iniziative di sensibilizzazione assunte dalle associazioni di tendenza indipendenti come movimenti d’opinione e similari? Gli incontri con autori scomodi patrocinati dai Comuni, le conferenze con invitati ingombranti nelle università (oltre che ai papi, capitano in sorte anche ad ambasciatori israeliani o a studiosi controcorrente)...basta un po’ di chiasso e salta tutto per “ragioni di opportunità”?
Chiudo con una nota di biasimo per il maldestro rettore della Sapienza. La sua inerzia nel gestire il dissenso degli sparuti collettivi studenteschi di Fisica, con i due mesi di preavviso che la lettera di Marcello Cini gli ha messo a disposizione, è davvero imperdonabile. Trattandosi di una cerimonia di inaugurazione, forse un dibattito con l’uditorio sarebbe stato poco appropriato, ma si sarebbe potuta organizzare una tavola rotonda in separata sede, magari poco dopo il termine dell’evento. No?

Pubblicato il 16/1/2008 alle 15.10 nella rubrica Diario.

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