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I figli di Hurin

di J.R.R. Tolkien
Bompiani, 325 pp., € 20
a cura di Cristopher Tolkien

“Mi lascerò alle spalle la mia ombra,
o per lo meno non la proietterò su coloro che amo”

Ogni filone culturale può essere suddiviso in molti sottogruppi, mediante una classificazione spazio-temporale della diversificazione interna che lo caratterizza. Così, per esempio, vi furono un Illuminismo francese (enciclopedico e razionalista, con Diderot e D’Alembert) e un Illuminismo scozzese (scettico ed empirista, con Smith e Hume). Lo stesso, a livello individuale, vale per la produzione artistica o la sensibilità ideologica dei singoli autori: si pensi solo ai vari periodi (come il blu, il rosa, l’africano) di Pablo Picasso, oppure alla controversa cesura tra le vedute politiche del Luigi Sturzo pre- e post- esilio angloamericano.
All’avventura letteraria di John R.R. Tolkien è possibile applicare un analogo schema descrittivo per ragioni di natura concettuale, prima ancora che biografica. Linguista e glottologo d’eccezione, in effetti, il professore oxoniense non fu che un romanziere dilettante, ancorché di gran lusso. Sempre dedito al maniacale cesello della perfetta ossatura filologica per il suo universo immaginario – in linea con una concezione della fiaba che vede nel soffio ispiratore della Parola l’albero e nei suoi molteplici terminali creativi le foglie –, Tolkien fu assai prolifico di abbozzi narrativi poi abbandonati o sospesi a causa della loro indisponibilità a rientrare in una trama armonica rispetto al “discorso” di fondo. Aspirando per deformazione professionale contemporaneamente alla completezza e alla coerenza, egli soffrì l’inconcludenza. Non è un caso se le opere che ne immortalano l’apogeo stilistico e la compiuta maturazione autoriale sono quelle postume, pubblicate grazie al certosino lavoro di redazione curato dal meno visionario ma senz’altro più risoluto terzogenito Cristopher. È in capolavori come Il Silmarillion, i Racconti Perduti, i Racconti Incompiuti e i Racconti Ritrovati che la poietica di Tolkien raggiunge le sue vette di lirismo più celestiali, coniugando prosa rifinita e compatto spessore tematico.
Dalla mitografia della Terra di Mezzo risalta indubbiamente la variazione di tono che distingue due “foglie” estemporanee come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, venate di umorismo inglese e di leggerezza fiabesca, dall’albero da cui ricevono linfa vitale, che affonda le radici nelle cupe atmosfere elegiache dei Tempi Remoti, durante i quali favola e orrore si fondono per dare vita a memorabili leggende nere.
Tra di esse, spiccano senz’altro l’afflato amoroso del Lai di Beren e Luthien e il potente respiro epico de La caduta di Gondolin. Ma dove la dimensione tragica della Prima Era si condensa in un’unica vicenda a sé stante è nella triste storia dei figli di Hurin, da pochi mesi compendiata in questa inedita versione integrale. Le amare vicissitudini di Turin e Nienor parlano di un mondo sofocleo, nel quale la morsa del Fato soffoca ogni velleità di libero arbitrio: perseguitato dalla maledizione che Morgoth (il Lucifero della Terra di Mezzo) ha lanciato contro suo padre, al culmine del racconto Turin ha l’ardire di ribattezzarsi Turambar, cioè Padrone della Sorte. Novello Edipo, egli vive un’inutile e disperata fuga dal proprio destino che lo porterà, assieme alla perduta sorella, a infrangere “uno dei più forti tabù dell’umanità sin da quando essa si è aperta alla ragione”, come scrive acutamente Gianfranco de Turris in postfazione. Ossia, lungi dal rimodellarla secondo volontà, ad aggravare enormemente la sua posizione esistenziale. Il tutto sotto lo sguardo muto e impotente – forse addirittura disinteressato – della divinità.
Quanta differenza tra l’archetipo incarnato da questo eroe neoclassico – schiacciato dall’eterno ritorno di un Male sempre uguale a se stesso, al quale il pensiero e l’azione possono opporre solo resistenze di bandiera – e quello del “nordico” Frodo Baggins. Il celeberrimo Hobbit protagonista de Il Signore degli Anelli, infatti, si muove in un mondo ricolmo di attese messianiche, pronte a divenire certezze tramite un sacrificio para-cristologico partecipato in prima persona dalle forze ultraterrene (va ricordato che Gandalf è un Maia, una creatura angelica). Frodo è l’anti-Turin: il suo eroismo deriva dalla consapevole accettazione del “mandato” affidatogli dal destino, dal suo tener fede a un piano più alto e imperscrutabile del previsto, con la positiva (e paradossalmente liberatoria) catena di conseguenze innescata dalla sua condotta.
Nelle cronache dei Tempi Remoti, al contrario, c’è poco spazio per l’eucatastrofe – il lieto fine, come teorizzato dal Tolkien nel saggio Sulle fiabe (1939). Questa discontinuità di registro è probabilmente dovuta al peculiare contesto storico in cui il suo oggetto letterario vide la luce. Benché la definitiva stesura in prosa de I figli di Hurin risalga al periodo immediatamente successivo alla pubblicazione de Il Signore degli Anelli, la fase embrionale della storia fu un affare tra Tolkien, il suo taccuino e la trincea sulla Somme che li ospitò entrambi durante la Grande Guerra. L’idea di questo racconto non nacque in un periodo particolarmente foriero di ottimismo antropologico, diciamo.
L’ennesima perla – l’ultima? – che l’ormai ottantaquattrenne Christopher Tolkien estrae dallo scrigno dei gioielli paterni si presenta al pubblico di casa nostra nella traduzione asciutta e lineare di Caterina Ciuferri. Siamo molto lontani dall’aulica trasposizione a suo tempo redatta da Francesco Saba Sardi per Il Silmarillion, che rappresentò il tentativo di conferire alla versione italiana del corpus mitologico tolkieniano una veste linguistica in grado di riecheggiare le stesse, antichissime fonti ispirative dell’originale. Trattandosi qui di un unico racconto autoconclusivo e non della summa fantastoriografica di materiale composito, la scelta di un regime sintattico più planare è ugualmente appropriata, anche se non altrettanto evocativa.
Colpisce favorevolmente la già citata postfazione al testo di Gianfranco de Turris: anziché prodursi in una delle sue bizzarre esegesi evolian-gnosticheggianti di Tolkien (altrove* scrisse che le immagini più suggestive de Il Signore degli Anelli simboleggiano “il viaggio iniziatico, il percorso sotterraneo, l’ascesa al monte, il continuo combattimento con la parte materiale di se stessi”, corsivo mio), il saggista ausonio svolge riflessioni estremamente pertinenti, con le quali riconosco un’identità di vedute pressoché completa.
Sentenziosa e discutibile, invece, la breve nota finale di Quirino Principe. Affermando il carattere “metastorico” e “metapolitico” del lascito tolkieniano, il letterato goriziano si avventura in un’apodittica legittimazione di quella “società esoterica” che è la congrega dei “fedeli di Tolkien”, plaudendo en passant al venire meno di ogni “gerarchia d’importanza e di primarietà” tra le opere dell’oxoniense. Un modello critico col quale sconvengo su tutta la linea: l’opera di Tolkien va sottoposta eccome al vaglio di molteplici interpretazioni stilistiche, sociologiche, politiche e religiose, proprio per sottrarla al ghetto carnevalesco in cui gli esoterismi settari del fandom hanno gioco facile a confinarla. Oltre che per consegnarla finalmente alla Letteratura con la elle maiuscola: un obiettivo che solo la cernita scientifica della produzione tolkieniana “di punta” permette di raggiungere, non certo il compiacimento nel constatare che “gli Hobbit, Frodo, Eowyn, Aragorn, Arwen, la Terra di Mezzo, sono divenuti quasi termini di auto-identificazione” per mai troppo esigue schiere di stramboidi.

Il mio “archivio Tolkien”: Uno sguardo fino al mare, La Verità su Tolkien, Invito alla lettura di Tolkien

* “Il caso Tolkien”, in Gianfranco de Turris [a cura di], J.R.R. Tolkien Creatore di Mondi [Rimini: Il Cerchio, 1992], pag. 22. Devo questa osservazione al pamphlet tolkieniano di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (vedi sopra).

Pubblicato il 11/2/2008 alle 11.9 nella rubrica Libri.

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