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2 in 1

FIGHT CLUB

 

Brad Pitt, comunque la si rigiri con la litote che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” (adagio peraltro molto discutibile), è decisamente un bell’uomo. E nell’opinione di molti il torrido nitore del suo torso, i bicipiti tirati a lucido, il turgore lascivo delle labbra possono diventare motivo di invidia ormonale o di avversione preconcetta sul piano professionale, al punto che spesso sembra automatico liquidare l’attore americano come il tipico bisteccone inespressivo, un adone salito alla ribalta più per i favori di Madre Natura che per le sue doti drammatiche.

A dispetto di ogni snobismo, invece, anche in Fight Club il nostro belloccio butterato riesce a coniugare avvenenza e buona recitazione, con una prova all’altezza dei suoi precedenti più illustri. Ebbene sì, gente, pure Kalifornia, L’Esercito delle 12 Scimmie e Seven sono stati degni rappresentanti di una carriera forse altalenante, ma di tutto rispetto.

Probabilmente non è un caso nemmeno che dietro a due dei fiori all’occhiello di cui sopra ci sia il celebre David Fincher, regista noto per lo stile molto “televisivo” delle sue riprese - e per questo duramente contestato da tutta quella critica retrò che, se solo potesse, manterrebbe in auge non dico gli stilemi anni ’50, ma forse addirittura le proiezioni mute con tanto di pianoforte dal vivo.

Fincher nasce come membro di un manifesto cinematografico denominato guarda caso “Propaganda”, che riunisce al suo interno una nutrita schiera di reduci dal mondo degli spot e dei videoclip musicali. In linea di massima questa cerchia di cineasti, sempre aperti all’utilizzo delle tecniche di ripresa più accattivanti in arrivo dal piccolo schermo, si prefigge la promozione delle tendenze filmiche giovanili anche in chiave impegnata.

E cosa c’è di meglio, per concretizzare l’agognato connubio tra intrattenimento effervescente e riflessione adulta, di un soggetto postpunk partorito da quello strano camionista pazzoide con pretese anarco-sciamaniche di Chuck Palahniuk?

Nel film Edward Norton impersona un perito assicurativo represso e insonne, assuefatto all’alienazione consumista metropolitana fino al punto di dover esorcizzare i suoi disturbi psicofisici partecipando di straforo alle terapie di gruppo per malati gravi. Attingendo all’orgia di lacrime dei tubercolotici, dei malati terminali e, per urticante analogia, dei monorchidi freschi di tumore ai testicoli, scopre un vero e proprio fast-food serale dell’autoconsolazione. Sarà l’incontro con una compagna di sedute altrettanto abusiva (Helena Bonham Carter, moglie di Tim Burton) e con l’eccentrico piazzista Tyler Durden (Pitt) a sconvolgere definitivamente la sua vita.

Le idee di regia pubblicitaria spuntano numerose specialmente durante le prime battute della vicenda, con montaggi sincopati (il preambolo introduttivo sul protagonista tra letto e ufficio), interessanti sintesi visive (il salotto digitale che si tramuta in un compulsivo catalogo IKEA), prese ravvicinate di particolari salienti (il fornello manomesso) ed esilaranti siparietti sardonici (mentre ripercorre le poco edificanti gesta di Tyler, Edward Norton guarda dritto in camera, smascherando volutamente la finzione scenica). Espedienti simpatici e incisivi, che però si rivelano meri divertissement accessori quando si accompagnano alla voce fuori campo, cioè laddove ammettono apertamente di non potersi sostenere da sé.

In effetti Fight Club riesce a dare il meglio proprio quando si concentra sul nucleo duro della trama e abbandona le stravaganze visive - pur rimanendo costantemente sopra le righe e fedele ad un marchio di fabbrica che, se ben dosato, sa trasmettere una tensione emotiva tutta particolare.

Le tematiche sviluppate dal film, infatti, vertono senza dubbio sulla crisi della mascolinità e sul rischio della plastificazione collettiva nella civiltà dell’effimero, ma concorrono a formare un centro simbolico molto più ampio. Attorno ad esso ruotano temi di portata universale come l’apocalisse, la fascinazione maschile per l’estetica della militia, i limiti del materialismo fine a se stesso.

(inizio area spoiler vari ed eventuali) L’ambiguità degli esseri umani - nella fattispecie dei maschi - è materia ingombrante, perché va rappresentata su due binari paralleli, razionale ed emotivo. Al dualismo di contenuto deve in pratica corrisponderne uno semiotico, ed entrambi vanno adeguatamente dosati nei loro elementi di contrasto narrativo. Kubrick, per esempio, partiva quasi sempre dal “razionale” per terminare con l’”emotivo”. Per Spielberg, viceversa, vale l’opposto. In Fight Club si assiste alla ricerca di un equilibrio tra i due aspetti dapprima incerto, poi però sempre più convincente.

La lotta ancestrale tra il benessere artificioso indotto dal progresso organizzato e l’impulso di ribellione contro un bagaglio di restrizioni e sofferenze percepito come innaturale, da sempre dissidio individuale e collettivo, si riflette sullo scontro tra due opposte personalità. Brad Pitt interpreta la coscienza nichilista di Edward Norton, quindi la volontà di disfarsi dalle inibizioni e dalle sovrastrutture, mentre il protagonista tenta di mediare tra gli opposti eccessi dell’inquadramento impiegatizio da una parte e dell’insurrezione fuori controllo dall’altra. E’ infatti quando il disegno messianico-sovversivo di Durden/Pitt prende forma compiutamente, dopo un crescendo di proseliti tra boxe clandestina, goliardiche bravate antisistema nonché veri e propri atti terroristici, che le sue conseguenze si dimostrano altrettanto alienanti, inique e autodistruttive di quelle causate dall’intruppamento in buon ordine. Ma, seppure votata ad un inesorabile ritorno allo “stato di natura” dionisiaco, la ricetta Durden offre dei risvolti allettanti per il maschio moderno, specie nelle sue battute iniziali. Il combattimento sotterraneo, rito sanguinoso e catacombale, riesce davvero a sublimare l’aggressività maschile repressa, rivelando la natura stessa della guerra: una valvola di sfogo per la rabbia accumulata in mezzo al traffico, tra i sorrisi di circostanza, in una parola per tutti i veleni insiti nell’indissolubile legame tra “civiltà” e “ipocrisia”.

Privato di Marte e costretto ad Apollo, l’uomo ricorre a Dioniso. Ma se per il “branco”, ormai incamminato verso una fatale regressione di massa, non c’è più alcuna speranza di salvezza (il “Progetto Mayhem” di Tyler si conclude con la demolizione totale della Città), l’individuo dispone di uno spiraglio di redenzione: la realtà. Proprio quando riconosce in Tyler un’emanazione del suo ego, il protagonista intravede una possibile via d’uscita per liberarsi della sua devastante presenza. Durante la colluttazione finale è una telecamera a circuito chiuso - cioè un prodotto dell’ingegno e della ragione - a riprendere la realtà per quella che è. Cosa che ad un santone immaginario, per quanto radicato nella “naturalità”, non potrà mai riuscire del tutto. Per cui, tratto in inganno da una simulazione di suicidio, egli cede il passo ad un equilibrio interiore che, tra l’altro, permette al maschio di ricongiungersi serenamente alla femmina. E, per estensione, alla femminilità.

All’apocalisse pare non presentarsi alternativa, ma solo un rimedio ex post. Finale poco rassicurante, ma senz’altro da inserire nel contesto in cui il film uscì (era il 1998), fortemente permeato di suggestioni millenaristiche. (fine spoiler)

Dove Pitt giostra egregiamente l’estrema fisicità del suo personaggio, Norton si produce in un’interpretazione cerebrale, di metodo, all’altezza del miglior De Niro. Il dialogo scenico tra i due genera un coinvolgimento assieme viscerale ed intellettuale, di grande potenza evocativa.

Un film che sarebbe stato perfetto, se solo avesse optato per una fotografia più cupa, in linea con l’atmosfera generale, e per una colonna sonora meno beceramente elettronica - oltre che per una maggiore sobrietà iniziale. Ma cionondimeno rimane di sicuro uno dei grandi cult degli anni ’90.

 

LITIGI D’AMORE

 

Se esiste una certezza immune da qualsiasi relativismo, quella riguarda indubbiamente la dabbenaggine con cui la distribuzione italiana riesce ad intitolare i film stranieri. Garantito, se sono arguti li traducono e li banalizzano, mentre se sono composti da due parole striminzite li lasciano invariati. Da cui l’uscita di Contact, The Ring, Signs, Shall We Dance e, dulcis in fundo, Cellular. Al quale, per colmo di semplicità, bastava aggiungere un’inoffensiva vocale e l’articolo “il”.

Per contro, capita pure che The Upside of Anger - che più o meno sta per “il lato buono della rabbia” - si trasformi in Litigi d’Amore, cioè che da un azzeccatissimo richiamo tematico si passi ad una stucchevole esca per appassionati di sitcom.

Titoli fuorvianti a parte, siamo dalle parti della commedia dolceamara: l’ex campione di baseball Kevin Costner insidia con qualche contrattempo una ultraquarantenne appena abbandonata dal marito, la quale per di più porta in dote quattro figlie vivaci e battagliere. I due, assidui bevitori mattutini, impareranno a rinunciare alla rabbia tra zuffe familiari, crisi d’identità e dolorose riconciliazioni filiali. Gli improbabili amori delle ragazze, il malessere fisico di una di loro e un funerale imprevisto faranno il resto.

Non un film che punta a diventare la pietra di paragone del suo genere, però un lavoro decisamente riuscito senz’altro sì: dialoghi brillanti e densi di umorismo e disincanto, regia leggera ma mai scontata (di rara comicità il due di picche nello studio radiofonico), interpreti affilate e isteriche.

Se Fight Club racconta la rabbia al maschile, Litigi d’Amore si occupa del rancore femminino. Offensiva e bellicosa la prima, difensivo e spietato il secondo. Se soltanto la voce fuori campo della figlia minore non snocciolasse la morale della favola in chiusura, offrendo pillole di buonismo in salsa giovanilistica, non ci si potrebbe proprio lamentare. Invece il timore di suggerire conclusioni impegnative - cioè che la rabbia è l’unico anticorpo psicologico quando il mondo ci crolla addosso, e che senza non resterebbe altro che la morte - deve aver spaventato il regista, il quale, anziché lasciare allo spettatore il compito di formarsi un’opinione autonoma, ha preferito imboccarlo con una tiritera precotta sulle meravigliose “persone che si diventa dopo”.

Sarà, in ogni caso è bello aver ritrovato un bravo Kevin Costner dopo mondi sommersi, uomini del giorno dopo e cloni di Elvis on the road.

Pubblicato il 13/10/2005 alle 14.16 nella rubrica Film e DVD.

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